30.11.10

Nowhere boy (id., 2010)
di Sam Taylor Wood

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POSTATO SU
Io l'ho capito alla fine cos'è che mi infastidisce così tanto dei biopic. E' che per loro stessa natura rispondono ad un'idea deterministica di mondo: tutto è scritto e nella vita dell'artista o del grande uomo si scorgono sempre i germi di quello che sarà o quello che farà. Tutto è in nuce, sempre, e il destino opera con mano certa. Forse è per questo che tra tutti preferisco quelli più strani come Dragon.

Nowhere boy racconta l'adolescenza di John Lennon. In maniera poco usuale per un film biografico si svolge in un arco temporale molto breve, circa due anni, nei quali forzatamente vengono fatti coincidere eventi che, stando a Wikipedia, non si sono svolti secondo quell'ordine.
Si tratta del periodo intorno ai 18 anni, quando John perde definitivamente la madre in un incidente d'auto e comincia ad appassionarsi al rock 'n' roll (in quest'ordine per Wikipedia, contemporaneamente secondo il film).

La cosa che viene quindi da chiedersi subito è quale sia il senso di un film così concepito. Se non si racconta la storia della vita di John Lennon, se non se ne raccontano le opere e se non se ne racconta il pensiero (a giudicare dal film è cambiato molto negli anni) che si racconta? Di un ragazzo inglese degli anni '50 che si appassiona alla musica? Di come un grandissimo personaggio dell'arte popolare del novecento abbia tratto ispirazione dal fatto che non ha avuto una madre e contemporaneamente ne ha avute due (la vera, ad intermittenza, e la zia che lo ha seguito sul serio)?
La speranza, mentre si vede Nowhere boy, è che qualcosa emerga a prescindere dagli interrogativi, ma sarà ovviamente tradita. Il racconto di un ragazzo che non riceve che delusioni affettive melodrammatiche e che, come molti, scopre il rock 'n' roll come perturbatore dell'ordine e della compostezza borghese, non è molto diverso da ciò che conosciamo e che abbiamo visto reso con molta più abilità in An education.

L'unico vero, grande momento di cinema lo regala l'attacco del film, che con lungimiranza e conoscenza utilizza il famoso accordo iniziale di A Hard Day's Night per introdurre una sequenza onirica molto molto bella e significativa, specie per la posizione che occupa nel racconto. Il resto è noia.

29.11.10

Un uomo, un film

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Mario Monicelli (1915 - 2010) - La Grande Guerra

Tre all'improvviso (Life as we know it, 2010)
di Greg Berlanti

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POSTATO SU
L'idea di Tre all'improvviso è insolitamente audace: cercare di dare freschezza alla classica commedia sul conflitto dei sessi attraverso una storia dall'organizzazione non usuale. Un ragazzo e una ragazza che apparentemente non sono fatti per stare insieme (cosa di cui sono convinti), sono obbligati a convivere dall'esigenza di prendersi cura della bambina lasciata orfana dall'improvvisa morte dei loro migliori amici. La parte inconsueta è che questo evento fondamentale non è il presupposto del film ma qualcosa che avviene a metà.

Il risultato di una simile organizzazione narrativa è che c'è una prima, lunga, parte unicamente conoscitiva, in cui esploriamo le vite e il rapporto tra i due protagonisti (e quello che stringono con la coppia di genitori che poi ci lascerà), e una seconda più compressa in cui si svolgono i canonici tre atti e trovano attuazione tutte le consuetudini del genere (equilibrio, rottura dell'equilibrio e sua restaurazione finale).
Lo spunto anche regala motivi di fascino superiori alla media del genere. L'idea dell'unione forzata e della convivenza per formare un nucleo familiare senza che ce ne siano le basi non è certo una novità ma regala più di un momento intrigante.

Continua così la carriera di Katherine Heigl, sempre più specialista di questo tipo di cinema e sempre più incarnazione dei sogni plausibili della donna media (bella ma in maniera sobria e raggiungibile, sempre in difficoltà ma anche risoluta). Dopo James Marsden e Gerard Butler questa volta si trova nel mezzo di un turbine sentimentale con un altro bellissimo (e lui si impossibile) come Josh Duhamel, che ovviamente sposerà.

Un uomo, un ruolo

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Leslie Nielsen aka ten. Frank Drebin della squadra speciale (1926 - 2010)

26.11.10

A Natale Mi Sposo (2010)
di Paolo Costella

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"Quest'anno Natale arriva prima!" è il claim che da qualche anno ad intervalli non regolari accompagna il controcinepanettone, cioè il film del separatista natalizio Massimo Boldi che si contrappone a quello ufficiale De Laurentiis/De Sica. Il senso è che, dato che il pubblico di questi film è un pubblico natalizio, cioè che va in sala solo a Natale, gli si comunica che sempre di quelle cose si tratta, il che è molto chiaro anche da trailer e locandina fatti come quelli ufficiali. Quest'anno addirittura hanno anche preso la parola Natale nel titolo, benchè nel film non ci sia mai nemmeno un riferimento al Natale.

Ma non è questo il punto, è evidente. Mentre De Sica/De Laurentiis fanno un cinema che punta all'incasso e al divertimento basso fine a se stesso, ripetendo come zombie romeriani le medesime situazioni e le medesime gag da anni, con il solo aggiornamento di abiti e riferimenti pop (dentro il collo alto e Facebook, fuori gli sms e il sushi), Boldi vorrebbe fare di più.
E forse qui sta il vero, grande fastidio che suscitano i suoi film. A fronte di gag anche meno divertenti di quelle della concorrenza (l'umorismo verbale è ai minimi storici e lasciato solo a Salemme), Massimo Boldi vuole avere una sua poetica e degli ideali, tutti ruotanti intorno ai valori base di autenticità, famiglia e attaccamento al popolo, ben esemplificati dalla sovrapresenza taumaturgica del matrimonio come unica risoluzione di qualunque tensione sentimentale. Roba che neanche nella Sicilia di Germi! L'unica possibilità di respiro la fornisce Massimo Ceccherini come sempre sprecato e come sempre portatore sano di un'assurdità e una violenza concettuale superiore alle sue volontà ma genuinamente corporale e istintivamente anarchica.

Per questo la conquista migliore di questi "natali alternativi" è stata fin dal primo film 4 anni fa, quella di farci rivalutare il cinepanettone ufficiale, mostrando per contrasto come gli altri in fondo siano più onesti e consapevoli di sè.
Fare soldi al cinema non è facile e qualcuno lo deve fare, per forza. Farlo bene con classe è quasi impossibile e un prodotto che incassi più di tutti in un periodo di tempo molto limitato non è un dramma. Nessuno ci obbliga a vederlo, nè a sponsorizzarlo. Ma serve.
I film di Boldi invece non incassano molto, non sono onesti, non sono divertenti nè carini e pretendono di fare una strisciante morale che nulla ha di originale e personale ma sembra solo la conferma delle idee preconcette sul "cos'è bene" che si potevano avere negli anni '60. Il trash anni '70, se non altro, spesso sapeva a suo modo essere graffiante ed esagerato.

25.11.10

Rapunzel (Tangled, 2010)
di Nathan Greno e Byron Howard

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Dopo 4 anni di lavoro ed integrazione finalmente vediamo i frutti di quella fusione avvenuta nel 2006 tra Disney e Pixar. Si vede la longa mano di John Lasseter dietro questo nuovo, vecchio film Disney, così pieno di elementi moderni e complessi e al tempo stesso così smaccatamente classico e ortodosso che solo qualcuno di esterno poteva farlo così.

C'è una principessa da salvare, un eroe sbruffone dalla vita avventurosa, una matrigna malvagia, un regno con castello, un bosco, spalle comiche e numeri musicali. Ci sono anche le classiche scene madri: il momento romantico sul lago con luminarie varie, il momento musicale corale con numeri comici, il momento di fuochi d'artificio finali e quello intermedio di magia.

Eppure Rapunzel è in tutto e per tutto un film moderno. Perchè nelle pieghe di una storia classica si inseriscono dinamiche contemporanee. Nonostante quel che sembri i ruoli sono molto sbilanciati, la principessa non è solo la protagonista (come era Biancaneve o La Bella Addormentata) ma l'eroina vera e propria anche delle scene d'azione, in tutto e per tutto artefice del proprio destino. Sa quel che vuole e se lo va a prendere ma con un'incertezza e un desiderio ardente che le impediscono di diventare eroina distante.

Dalla Pixar sembra venire anche un character design assolutamente fuori dal normale, specie per il camaleonte spalla (muto, quanto tempo era che non c'era una spalla muta?) e la stessa Rapunzel, dotata di occhi grandissimi, piedi sempre scalzi e una bellezza che nulla ha di acquietante (come ci aveva abituato una pessima Disney), ma anzi è in grado di essere accattivante ed empatica. Come fuori dal normale del resto è la "recitazione" dei personaggi. Si guardi alla fine del film il volto che fa il servitore che comunica ai regnanti il ritorno della figlia. Quanto è lontano da quelle espressioni terrorizzate dei giocattoli di Toy Story 3 nell'inceneritore?

Ma è nella sceneggiatura di Dan Fogelman (coautore di Cars) la vera complessità, specie nel rapporto con la matrigna, ovvero il personaggio malvagio, la donna che ha intrappolato la protagonista nella torre e che si finge sua madre sostenendo di tenerla reclusa per il suo bene, che si misura tutta la complessità del film. La matrigna professa amore a piede sospinto e in maniera così convincente che in più di un momento si ha l'impressione che sia un sentimento autentico. Inganna lo spettatore come la protagonista e mostra come il massimo del male spesso si nasconda e bene dietro il massimo del bene apparente: la mamma.

Ad un pelo dalla Victoria

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In 3 anni di diffusione di massa italiana per Facebook abbiamo capito che il social network di Zuckerberg, a differenza dei competitor e di quelli che sono venuti prima, è un piccolo Internet a sé, una replica in scala delle possibilità e delle idee che animano la Rete, facilmente accessibile per chiunque in un unico luogo. Facebook ha ridotto l'esperienza Internet al suo minimo comun denominatore, e così ne ha allargato il pubblico. Normale quindi che toccasse anche al mondo delle webserie, cioè della serialità audiovisiva a mezzo web, trovare una sua miniaturizzazione per l'universo ristretto (solo rispetto alla totalità della rete) di Zuckerberg. E in questo senso, una volta tanto, uno degli esperimenti più interessanti in materia proviene dal nostro paese.

Si tratta di Ad un pelo dalla Victoria, una webserie tratta dal format che negli ultimi anni Crodino ha applicato per le sue pubblicità (Victoria Cabello e un gorilla che fanno vita di coppia) e diretta dal pubblicitario Erminio Perocco. Un episodio al giorno circa, ognuno lungo tra i 2 e i 3 minuti circa, ognuno a sé stante sebbene inserito in una trama più grande (la sorella di Victoria, interpretata da Vittoria Belvedere, si sposa e questa è l'occasione per il gorilla romano verace di conoscere i suoi parenti ricchi e snob).

23.11.10

L'assassino che è in me (The Killer Inside Me, 2010)
di Michael Winterbottom

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Provincia, America, anni '50. Uno sceriffo e una storia contorta raccontata in maniera contorta, lasciando che lo spettatore sia sballottato tra le diverse contraddizioni del protagonista. Un poliziotto del Texas, un gentiluomo del sud, un uomo che si professa sinceramente integerrimo con la sua voce off ma che poi picchia donne e si macchia di diverse efferatezze. L'intreccio è tutto intorno alle motivazioni che lo spingono.

Il pregio maggiore di Michael Winterbottom è di evitare il confronto con i Coen (siamo proprio da un'altra parte, nonostante sulla carta sia il loro territorio) o con il cinema americano moderno che ha ripensato il modo di proporre e guardare la violenza su schermo. Per il suo primo film negli Stati Uniti il regista inglese utilizza un romanzo di grande successo con tutti i rischi del caso.
Rischi che purtroppo si rivelano una vera e propria trappola. Il ritmo è ammazzato da subito e al procedere degli intrecci l'interesse sembra spegnersi. Colpa un po' di Casey Affleck, incapace di essere così vario (nel rendere la grigia monotonia del personaggio) da risultare sempre interessante, ma soprattutto del regista che si affida con eccessiva superbia alla bontà del suo meccanismo.

Ma forse quel che infastidisce di più sono una serie di trascuratezze che minano la credibilità e la plausibilità del racconto. Donne menate a sangue che non si difendono, cazzotti iperbolici che, in un contesto realistico, hanno conseguenze lievissime e altri non particolarmente violenti che deturpano di colpo, un incendio con fiamme digitali che più finte non si può e via dicendo.
Una serie di impensabili piccolezze talmente grosse che, specie a fronte di una trama e un soggetto che si intuisce essere molto buoni, finiscono per tirare fuori lo spettatore dal flusso del racconto facendogli pensare: "Ma che sta succedendo!?! Ma che è?!?".

22.11.10

Scott Pilgrim, le dieci citazioni che mi fanno godere

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Quanti riferimenti pop ci sono in Scott Pilgrim vs. The World, in uscita domani sera nelle sale italiane? Incalcolabili. Dopo 15 anni ancora non abbiamo finito di trovare quelli dentro Pulp Fiction (dell'anno scorso il passaggio italiano al Festival di Roma di American Boy, documentario di Scorsese del 1978, in cui si racconta per filo e per segno l'episodio della siringa di adrenalina nel cuore) e ora arriva un'altra opera che cerca di riconfigurare sullo schermo per antonomasia segni e simboli di una generazione culturale. La generazione in questione ovviamente è quella dei nati tra la fine degli anni 70 e l' inizio degli anni 80, quelli che nel 2003, anno della pubblicazione dei fumetti di Scott Pilgrim, avevano più o meno l'età del protagonista. L'universo di riferimento quindi non è quello tarantiniano dei B movie gangsteristici italostatunitensi, ma quel mondo che sta a metà tra il videoludico, il cinematografico e il musicale. Triplo sforzo per gli autori (sia del fumetto, Bryan Lee O'Malley, che del film, Edgar Wright) e tripla impresa per gli spettatori. Noi qui vi indichiamo allora i nostri 10 riferimenti preferiti, quelli che hanno mandato in visibilio il lato oscuro del nostro nerdismo (la toppa degli X-Men? Prevedibile... I capelli da Super Sayan? Già visti...). A voi tutti gli altri.

Precious (id., 2009)
di Lee Daniels

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Che truffa! Noto soprattutto per essere stata la sorpresa (delle nomination) degli Oscar della scorsa annata, Precious arriva da noi con l'aura di film alla europea che lo aveva accompagnato in patria. Ma un conto è quel che si immaginano gli americani del cinema all'europea e un conto è quello a cui siamo abituati noi.

Precious dovrebbe essere un film duro, molto attaccato alla realtà più povera e derelitta degli Stati Uniti. La protagonista è una ragazza di colore di 16 anni sottoistruita ma sovrappeso, già madre di due figli (di cui uno down) a causa delle violenze subite dal padre e regolarmente picchiata e vessata dalla madre. Lei è in realtà molto intelligente ma la violenza, gli insulti e le difficoltà sociali le tarpano le ali.
Da subito però capiamo che tutte le promesse di attaccamento alla realtà verranno tradite. Precious è un film pieno di (pessime) sequenze oniriche, viraggi, metafore e cambi di tono ingiustificati. Sebbene la storia riservi molti avvenimenti che tengono desta l'attenzione, ad affossare il film è la supponenza e la vacuità del tutto.

Una famiglia ignorante, violenta e popolare nera che guarda in televisione La Ciociara??Cioè un film straniero sottotitolato?? La protagonista che pensa "Chissà cosa penserebbe di me Oprah?" e sui titoli di coda si legge Executive Produce: Oprah Winfrey (executive!).
In aggiunta a tutta una serie di sottigliezze forse più fastidiose a chi segue i film per professione che al normale spettatore, si consideri anche come Precious, dopo aver attaccato tutto e tutti, dipingendo uno scenario che più fosco non si può, appiccichi un finale tanto conciliatorio quanto irreale, che sarebbe suonato fastidioso anche in un melò degli anni '50.
Le comparsate di Mariah Carey e Lenny Kravitz non fanno che rendere questo film il più fintamente indipendente dell'anno.

21.11.10

Cellulite e Celluloide - Cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
A richiesta si inizia parlando della futura uscita di Lanterna Verde e Cowboys & Aliens, poi fatto l'appello per richiedere consigli sulla mia jackassata prossima ventura in compagnia di Johnny Knoxville si parte con i film della settimana, cioè il bello e sottovalutato (dalla distribuzione) Scott Pilgrim vs. The World, poi si passa all'immancabile Harry Potter e i doni della morte e alla chicca che in pochi hanno segnalato ovvero l'uscita di Illegal.
Nella seconda metà si racconta l'inizio delle attività di videonoleggio di iTunes in Italia e, in ritardo, la mia visione di Noi Credevamo.



LA PUNTATA DEL 19/11/2010

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.



19.11.10

Jackass 3D (id., 2010)
di Jeff Tremaine

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E' da almeno dieci anni che gli stunt di Jackass costituiscono il trionfo del "don't try this at home", lo sfogo ultimo per interposta persona di tutti i sogni infantili tarpati dalle madri. Essere ragazzini con la massima professionalità e la demenza umoristica tipica dei più cresciuti, è la grande caratteristica di Jackass, perchè non c'è solo il dolore esposto ma soprattutto il dolore funzionale ad una gag. Fin qui però era la produzione televisiva, al cinema invece le medesime idee trovano sbocchi diversi.

Il grande schermo esalta i corpi e di converso la "prestazione", cioè solo il corpo che fa realmente quello che si vede ha davvero senso e valore estetico. Il ballo fatto da veri ballerini ripresi a figura intera, le arti marziali da parte di veri maestri e via dicendo. Ecco Jackass 3D, fin dal suo tipico inizio al rallentatore, dichiara quello che farà, dolore reale su corpi veri. Il ralenti esalta la realtà dei colpi e aumenta l'effetto comico. Ma è solo l'antipasto delle molte solite assurdità di un film che non ha grandi valori cinematografici ma che fa quello che il cinema dovrebbe sempre fare.

I corpi privi di qualsiasi fascino o attrattiva degli eroi di Jackass (ciccioni, nani, mingherlini o infine semplicemente brutti) sono protagonisti di un furore anarchico, di una distruzione personale e ambientale che non ha nessun senso esplicito. E' l'umorismo slapstick alle sue estreme conseguenze, la ribellione contro qualsiasi forma di ordine o rigore, senza una trama o una giustificazione che non sia il semplice poterlo fare.
Al cinema poi Jackass 3D (molto poco 3D a dire il vero) dimostra come la sala sia ancora al centro dell'immaginario, anche quando importa un format con tempi e modi puramente televisivi. Infatti sul piccolo schermo Jackass "mangiava" e distruggeva la moda imperante degli home movies su "incidenti domestici" grazie a demenzialità e autolesionismo (come e più di quanto facesse Takeshi Kitano con Takeshi's Castle), sul grande schermo invece il prodotto trova un'ultima legittimazione e un nuovo senso nobilitante.

Il consumo digitale in Italia nel 2010

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Sono stato alla presentazione dei risultati dell'osservatorio sul digitale in Italia. Convegno con tutti i rappresentanti delle categoria della produzione culturale più i vari SIAE, UNIVIDEO ecc. ecc.

In particolare ho parlato dopo il convegno con Riccardo Tozzi di Cattleya e gli ho chiesto perchè niente titoli italiani sull'iTunes Store? La risposta non è stata conciliante.
"No, non ci siamo su iTunes! Non ci siamo perché i distributori tengono i diritti di sfruttamento on demand e fanno melina. Sono anni che gli chiediamo di andare in Rete, vogliamo tutti andare online a prezzi molto molto abbordabili, ma niente! Ogni volta ci dicono che stanno per muoversi e invece non succede nulla" Ma di quali distributori stiamo parlando? "Tutti! Medusa, Rai Cinema, Warner ecc" ha concluso.

Già nel suo intervento aveva spiegato che "Il cinema italiano non è messo male. Abbiamo il 30 per cento del mercato domestico, percentuale ottima, più di noi in Europa fanno solo i francesi con il 37 per cento, ma loro hanno molti incentivi statali. Altri stati come Spagna o Inghilterra stanno invece intorno al 10. Dunque i prodotti italiani vanno bene ma non possiamo contare sulla politica per la distribuzione digitale, i pirati sono tanti, più di noi e il governo va appresso a loro. Un decreto contro la pirateria c'è ma non viene applicato. Certo è che se vogliamo davvero chiedere la repressione - ha spiegato Tozzi - prima dobbiamo creare un'offerta, prima di scagliarci contro il mercato nero serve aver messo in piedi un mercato bianco".

18.11.10

Meryl Streep a Web Therapy

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Arrivate alla terza stagione e con un accordo siglato con il canale televisivo Showtime (lo stesso di Dexter) per la messa in onda dei suoi episodi accorpati a gruppi di tre (in modo da arrivare ad una durata di circa 30 minuti), le terapie a mezzo web di Lisa Kudrow hanno potuto vantare in questi due anni diversi ospiti o pazienti d'eccezione. Nell'altra finestra Skype del desktop dell'analista Fiona Wallace ci sono stati, tra gli altri, Jane Lynch, Alan Cumming, Selma Blair e la friend Courtney Cox.
Nulla però a paragone del suo ultimo paziente. Il 12 novembre è infatti andato online il terzo dei rituali tre episodi (ogni cliente ha tra puntate ad egli dedicate) che vedevano la terapista alle prese con Camilla Bowner, anch'essa terapista (ma del sesso eterosessuale), incaricata di risvegliare l'interesse per l'altro sesso del marito della psichiatra. Camilla Bowner era interpretata da Meryl Streep, il nome più riconoscibile ma al tempo stesso il più impressionante e blasonato dello spettacolo mondiale.

16.11.10

Harry Potter e i Doni della Morte parte I (Harry Potter and the Deathly Hallows part I, 2010)
di David Yates

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Mio dio che noia!!
Uno dei luoghi comuni più retorici dei discorsi potteriani che ci portiamo dietro da quasi dieci anni (assieme a "sono troppo grandi per fare i maghetti", "è un capitolo più dark", "i bambini crescono con lui") è "ci sono tante cose rimaste escluse, ma del resto per raccontare tutto il libro sarebbero serviti almeno due film", stavolta però i film sono davvero due tratti da un libro solo e l'impressione è che un film unico sarebbe forse stata una scelta migliore.

Fin dal logo iniziale della Warner, che lentissimo procede verso lo schermo, il film annuncia la sua caratteristica principale: la dilatazione dei tempi. Questo settimo Harry Potter conquista la palma del più estenuante, al ritmo indiavolato imposto ai precedenti capitoli per comprimere i libri qui si sostituiscono tempi infiniti, silenzi espressivi e continue reiterazioni delle medesime situazioni. Antonioni for kids.
Harry Potter è ormai ufficialmente braccato da mangiatori di morte che ora lavorano per il ministero della magia, gestito ufficialmente da un servo di Voldemort. Dunque è fuga e, come ci avevano promesso, "on the road". Ma in realtà sono solo una quantità impressionante di set diversi in cui i personaggi guardano nel vuoto per comunicare tensione, paura e incertezza. Litigano ma si riappacificano senza troppe difficoltà e quelle poche sequenze d'azione presenti sono tra le peggio dirette e montate di tutta la saga (non si capisce nulla).
Eccezione che conferma la valutazione la straordinaria sequenza in animazione 3D della favola dei doni della morte. I soli tre minuti di cinema di tutto il film.

Fermo restando che i fan della saga, cioè i fan che vengono dai libri, desiderano unicamente confrontare le proprie fantasie con quelle della Warner e ritrovare il piacere delle storie lette con in più il beneficio di immagini, poco importa di quale qualità, non ci si può non interrogare su quanto questo successo mondiale assicurato abbia quelle caratteristiche solitamente imputate al cinema "noioso".
Lento, dilatato, dotato di un'azione mal diretta e poco importante, ripiegato fino allo spasmo sull'intimismo dei personaggi, quest'ultimo Harry Potter farà uno sfacelo di soldi grazie a quella medesima fascia di pubblico che poi dice, e continuerà a dire, che i film di Takeshi Kitano sono noiosi.

15.11.10

Noi Credevamo (2010)
di Mario Martone

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Passato a Venezia, ora al cinema, prossimamente in televisione. L'idea sempre più frequente di pensare un prodotto per la televisione come qualcosa di buono anche per il cinema (dunque dotato di quel linguaggio e realizzato da professionalità che vengono da quel mondo) è una delle novità più felici dell'ultimo decennio. Noi Credevamo dunque, al netto di tutte le critiche che stanno per arrivare, è comunque un progetto stimabile, redatto con cura e genio e soprattutto in grado di aggirare con abilità il gusto medio.

Peccato che i pregi si fermino qui e siano, per la maggior parte, in potenza e non in atto. Diviso in segmenti e pensato con una struttura episodica, il grande racconto di Martone ambisce a narrare lo snocciolarsi di piccoli episodi nella grande storia. Tre ragazzi, poi tre uomini, prima amici poi un po' meno, vivono esperienze a latere dei moti e a tratti a contatto con i grandi nomi.
La storia vera però è fuori dal film. Non si vedono moti, non si vedono conquiste, plebisciti, breccie di Porta Pia e via dicendo. Si vede tutto ciò che è a latere. Una scelta sicuramente economica da una parte ma anche frutto di un pensiero dall'altra.

Il pensiero è raccontare il Risorgimento e la nascita dello stato italiano come inizio della fine, "L'albero è stato piantato e poco male se le sue radici sono marce" dice nel suo brevissimo e centrale cammeo Anna Bonaiuto (come può mancare in un film di Martone??).
Se dunque da una partone si evita il didscalismo storico e una certa retorica nazionalista, dall'altra si centra la retorica rivoluzionarietta, dei moti come fossero le ribellioni cheguevariste, dei garibaldini come comunistelli anni '70. Al di là della realtà storica e dei veri desideri di libertà, unione e rivoluzione che esistevano, è l'occhio e l'interesse di Martone a premere su quella retorica: l'Italia doveva essere fatta dal popolo ed è stata invece fatta dai potenti. Ma oltre questa dichiarazione c'è poco altro.
In quasi tre ore una sola idea di regia (la bellissima e anacronistica casa non costruita) e moltissimi problemi di continuity e casting (com'è possibile far fare ad Anna Bonaiuto la versione più vecchia di 30 anni di Francesca Inaudi senza che la gente si chiede chi sia?? Lo Cascio sarebbe Edoardo Natoli con 20 anni di più??). Di personaggi veri, di carne e sangue nemmeno l'ombra.

13.11.10

Abbiamo provato per voi: noleggio film da iTunes e da Playstation Store

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Tutti lo sanno ormai, ma nessuno lo dice ufficialmente. Il D-Day del videonoleggio fisico è arrivato, iTunes ha aperto da meno di una settimana la vendita e il noleggio di film online anche nel nostro paese. Per poter accedere alla sezione apposita per il momento occorre conoscere il percorso da compiere. In attesa di un'adeguata comunicazione dalla casa madre, e quindi di adeguata segnalazione all'interno del software, per noleggiare o acquistare film bisogna cliccare su "Esplora" nella parte bassa della schermata principale dell'iTunes store e da lì andare alla sezione "film".

Così facendo si può acquistare il file di un film per un prezzo che va dagli 8 ai 14 euro circa, o noleggiarlo per 3 o 4 euro a seconda della definizione. Non è però una totale novità, Playstation Store lo fa già da qualche mese con prezzi e un catalogo più o meno uguali e in più la possibilità di avere i film in HD (sebbene non Full), mentre Cupertino riserva quella qualità per i proprietari di AppleTv.

Due Cuori E Una Provetta (The Switch, 2010)
di Josh Gordon e Will Speck

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Storia tipica quella di Due Cuori e una Provetta. Lui e lei sono a New York, sono amici, lei desidera avere un figlio e non trovando un'anima gemella opta per l'inseminazione artificiale. Al party "preinseminazione" lui si ubriaca e droga talmente tanto che, andato in bagno a rimettere, trova il seme del donatore, per errore lo versa e lo sostituisce con il suo perchè nessuno se ne accorga. Naturalmente lo fa in uno stato di totale incoscienza, tanto che il giorno dopo non ricorda più nulla. Sette anni dopo lui, lei e il nuovo nato si incontrano nuovamente e il film prende quota, a voi intuire sviluppi e finale.

Nonostante una trama prevedibilissima e la presenza ben poco rassicurante di Jennifer Aniston (anche se devo ammettere di essere un insospettabile fan di Io & Marley), Due Cuori e una Provetta dimostra dopo poco di valere più di quel che si dice sul suo conto.
Scritto con una vena decisamente più felice della media e centrato su un'idea di umanità alto borghese come al solito ma più "umana" di quanto non ci si aspetti, il film riesce nell'impresa di raccontare la parabola a lieto fine con una credibilità e un divertimento rari.
A questo si aggiungano alcune partecipazioni inattese come Jeff Goldblum (ma quant'era che non faceva un film? E perchè ne fa così pochi? E quanto ci manca?? Tanto) e Juliette Lewis, anche nota come la rubascena (impossibile ricordarsi cosa faccia Jennifer Aniston nelle scene in cui c'è lei, tanto è in grado di calamitare attenzione).

Con un gusto non indifferente per la messa in scena della sottile capacità di autoanalisi e di introspezione di una certa categoria umana, Due cuori e una provetta corre l'unico di risultare sbilanciato unicamente da una parte. Contro chi appare e a favore di chi, decidendo però autonomamente chi appartenga a queste categorie. Non aiuta il fatto che si sia scelto Jason Bateman, bravo ma ormai espressione cinematografica dell'uomo medio cinematografico, cioè del tipico fruitore di cinema (altospendente, altoguadagnante, alta istruzione e propensione alla fruizione di prodotti culturali).

12.11.10

Stanno tutti bene (Everybody's fine, 2010)
di Kirk Jones

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Il problema del remake americano di Stanno tutti bene è evidente anche prima di iniziare a vedere il film. La pellicola di Tornatore era molto poggiata sul protagonista, Marcello Mastroianni, la precisa caratterizzazione data al ruolo era l'essenza stessa del film. Dagli occhiali a lente, al modo di parlare e di porsi (un uomo di altri tempi e di altri luoghi, trasferito nelle grandi città moderne), il film girava tutto intorno alla sua sensibilità tradita, frustrata e sorpresa. Il problema si pone dunque quando a fare il remake c'è Robert De Niro, attore tra i più stanchi, mosci e svogliati degli ultimi anni.

La conferma arriva subito. Non c'è caratterizzazione, non c'è caricatura, non c'è espressionismo nel corpo deniriano di questo film. Kirk Jones sembra saperlo e sposta l'asse. Stanno tutti bene americano è molto più un film corale di quanto non lo fosse l'italiano. Le storie dei figli sono più importanti (non a caso qui sono 4 mentre lì erano 5, in modo da concentrarsi di più su ognuno) e non dei meri veicoli per altre idee (l'anomia cittadina, il contrasto individuale con la tradizione in cui si è cresciuti e la modernità in cui si vive).
Scompare anche la forte idea di contrasto tra presente e passato, quell'evoluzione sociale del paese che è stata la cifra di tutto un importante periodo produttivo di Tornatore. Per Kirk Jones Stanno Tutti Bene è una storia di famiglia e basta, e al massimo di vecchiaia (forse l'unico tema assente nell'originale). Rifiuta la forte impronta estetica di Tornatore e soprattutto (strano a dirsi per un film anglosassone) quell'idea che parte delle idee legate al racconto fossero veicolate da alcuni incontri palesi contrasti, sui quali regna quello bellissimo del cervo sull'autostrada.

La cosa potrebbe anche andare bene, se non fosse che, oltre al protagonista, anche il resto del film è abbastanza stanco e, quando può, si rifugia in un sentimentalismo melodrammatico che cerca la lacrima senza meritarsela, solo proponendo i più elementari meccanismi stimolo-risposta.
E suonano ridicole anche le variazioni oniriche quando non si applica quella patina fellinica che invece aveva l'originale (vuoi anche per la partecipazione alla sceneggiatura di Tonino Guerra) e che gli dava un senso vero, come nella sequenza finale delle rivelazioni infantili.
Curioso infine come questo film americano abbia un finale più italiano di quanto non fosse quello del nostro film.