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27.3.12

17 ragazze (17 Filles, 2011)
di Delphine e Muriel Coulin

C'è una dote particolare che 17 Ragazze porta con sè e che raramente si vede al cinema: l'adesione sentimentale incondizionata alle vite di protagoniste senza personalità, senza motivazioni e senza carisma, animate dall'adolescenziale voglia d'essere parte di qualcosa. La storia di un tentativo di rivoluzione fatto senza ideali, ideologia, rabbia o anche solo convinzione è la più incredibile metafora di un ribellismo giovanile sbandato e fine a se stesso, incapace di avere coscienza di sè o progettualità, insomma come lo attuano i diretti interessati e non come lo ricordano i più adulti.

Nella storia (tratta da un fatto vero) di 17 ragazze di un liceo che vengono messe incinta quasi tutte insieme, in un movimento di liberazione ed emancipazione dall'oppressione familiare attraverso la condivisione di una condizione comune, si nascondono le più becere dinamiche di branco e omologazioni possibili.
Nell'idea adolescenziale che una gravidanza sia una cosa da farsi senza darci troppo peso (condivisa sia da chi rimane incinta che da molti di quelli che vengono cooptati per metterci il seme), uno strumento come altri per essere indipendente e far parte di un gruppo, e nell'adesione aprioristica con delle protagoniste che lo pensano senza convinzione, senza forza e senza motivazioni, sta la parte più spiazzante e vitale di un film altrimenti convenzionale sulle dinamiche scolastiche.

Delphine e Muriel Coulin dirigono un film in equilibrio tra noia di provincia e rischi impossibili, in cui il ribellismo giovanile non prende mai la forma della lotta, della rivendicazione, dell'argomentazione o anche solo della presa di posizione, ma germoglia strisciando, incontrollato e invisibile (almeno fino al quarto mese). In questo modo riescono a rendere il più indecifrabile dei sentimenti, ovvero il senso d'inadeguatezza, evitando di passare per una sua razionalizzazione. Scegliendo di raccontare il più impossibile e immotivato dei sogni d'emancipazione, mostrano una svogliata ricerca dell'indecifrabile.
Quando un'istanza perde ogni ideale, rimane solo il rischio fine a se stesso, incapace di ottenere obiettivi o di dimostrare qualcosa, ed è proprio quello che si respira nella parte finale, nel giocare a pallone sulla spiaggia con una palla infuocata a poche settimane dal parto.

2 commenti:

Lokki ha detto...

se non sbaglio le ragazze non sono attrici professioniste. un commento?


gparker ha detto...

questo non lo so, però comunque più che recitare sono messe in scena. Cioè si vede che sono ben dirette.


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...ma sono vivo e non ho più paura! by Gabriele Niola is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 3.0 Unported License.