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27.3.12

Romanzo di una strage (2012)
di Marco Tullio Giordana

E' periodo di revisione storica questo. Mentre i 40enni rivedono gli anni '80 (cioè la loro adolescenza) con nostalgia e affetto, i 70enni rivedono gli anni di piombo, il terrorismo e la storia criminale del paese (cioè i loro vent'anni). A discolpa di Marco Tullio Giordana c'è da dire che lui questo tipo di cinema l'ha praticato anche in tempi non sospetti. Forse però è proprio per questo che Romanzo di una strage suona già datato e, specie se confrontato con i suoi omologhi moderni, dà l'impressione di uscire fuori da un'altra epoca e un'altra idea di indagine sul passato.

Romanzo di una strage racconta la strage di Piazza Fontana, comincia un po' prima dell'evento e finisce un po' dopo (con l'omicidio Calabresi), mette in scena anarchici, poliziotti, politici e fascisti distribuendo colpe e assoluzioni con un atteggiamento ambivalente se non apertamente fastidioso che tende a salvare solo chi è morto (il santino di Aldo Moro è al di là di qualsiasi possibile idea di "ricostruzione").
La sceneggiatura di Rulli, Petraglia e dello stesso Giordana, combinata con le scelte di messa in scena e lo stile di recitazione vogliono fornire una spiegazione molto chiara dei fatti, ma non hanno mai il coraggio di andare fino in fondo. Si rifiutano di mostrare tutto ciò che non è supportato da atti giudiziari (la dinamica della morte dell'anarchico Pinelli) ma ne lasciano intuire chiaramente e al di là di qualsiasi dubbio la causa, raccontano per filo e per segno l'ipotesi per la quale propendono (riguardo chi siano gli autori e quali siano state le motivazioni della strage) ma non la mostrano fino in fondo.

In un film che non brilla per interpretazioni (ed è incredibile visti i nomi coinvolti da Mastandrea a Favino fino a Lo Cascio e Colangeli), nè per ritmo, nè per modernità visiva, Giordana sceglie anche di non mostrare ma di suggerire, cioè di bisbigliare qualcosa all'orecchio dello spettatore invece che mostrarlo apertamente. La mancanza di fiducia o ancor peggio di audacia visiva nel cercare anche una dimensione estetica per quello che (stando cos'è com'è) rimane un reportage incolore, rende Romanzo di una strage un film debole, scialbo, incapace di rendere racconto audiovisivo l'indagine degli autori.

5 commenti:

Lucien ha detto...

In genere leggo ed apprezzo le tue recensioni silenziosamente, ma in questo caso mi permetto di dissentire.
Premesso che il terreno era più che scivoloso e complicato, per me si tratta un'ottima ricostruzione di un periodo e di eventi che in tanti conoscono solo per sentito dire. Mi pare che i "suggerimenti" siano fin troppo evidenti: vedi il dialogo finale fra Calabresi (Mastandrea) e il suo superiore; oppure anche il dialogo tra Moro e Saragat. E poi perché questa ansia da "audacia o modernità visiva"? Giordana non è Sorrentino.


gparker ha detto...

Hai ragione quando dici che Giordana non è Sorrentino, e non è che deve applicare per forza uno stile moderno, non è una condizione obbligatoria per un film godibile. Tuttavia mi sembra che in questo caso sia un'aggravante. Ci possono essere film vecchio stampo sublimi (War Horse secondo me lo era) ma secondo è me è solo deleterio.

Quanto al fatto che i bisbigli siano più che semplici frasi mormorate io non mi riferivo tanto a quanto fosse chiaro il punto di vista, quanto al fatto che se con la destra dice una cosa con la sinistra si rifiuta di mostrarla per non dargli lo statuto di "fatto accertato". Ed è questo che mi dà molto fastidio, l'atteggiamento ambivalente. Mi trovo nella posizione (mi rendo conto non bellissima) di dover dire "O l'uno o l'altro. O non mostriamo i fatti non accertati e seguiamo gli atti, o diamo un'interpretazione precisa", mi sembra che le due componenti siano in netto contrasto e non conciliabili.


Emanuele ha detto...

Dopo aver visto il film, una cosa non mi torna (altre, semplicemente, non le condivido): perché le interpretazioni (Favino e Mastandrea) non ti sono piaciute? Modestamente (sia chiaro, parlo da profano e non pretendo di avere la verità in tasca) penso che si inserissero bene nella narrazione, due personaggi caratterizzati da un'aria cupa tipica di chi ha intuito di esser inserito in un ingranaggio troppo grande e spietato per lui.
E poi (mi permetto sempre sommessamente ;-) ) non è vero che i personaggi giudicati positivamente sono solo quelli morti: anche i due magistrati che indagano sul serio godono del favore del regista.
Un saluto


Gabriele Niola ha detto...

Non è che non mi sono piaciute, ho detto semplicemente che non brillano, il che è una notizia visti i nomi coinvolti. Che nè Mastandrea nè Lo Cascio, nè Favino, nè Colangeli regalino una prova memorabile ma "solo" la consueta buona prestazione mi ha fatto molto strano e non giova a questo film che, per genere e tipologia, solitamente è proprio sugli attori che si siede.

Quanto al giudicare postivamente solo i morti, hai ragione, ci sono anche i magistrati. Avrei dovuto scrivere "quasi solo i morti".

Grazie


Emanuele ha detto...

Prego

;-)


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