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5.3.12

In Time (id., 2011)
di Andrew Niccol

La fantascienza migliore è quella che disegna uno scenario, un'idea di futuro e contemporaneamente una metafora di mondo. Quella che in sostanza raccontando la piega che gli eventi hanno preso, o possono prendere, in un futuro ipotetico riesce a farti scorgere i semi del presente che li hanno causati. Guardare avanti per raccontare il presente, usare l'ingresso della tecnologia nella nostra vita per scoperchiare le componenti esistenziali più intime.

In Time sembra subito centrare questo punto, inventando un futuro in cui gli uomini hanno vinto il processo d'invecchiamento e smettono di crescere a 25 anni. In quel momento però un orologio compare sul braccio di ognuno, numeri come quelli di Auschwitz, che segnano giorni, ore e secondi rimasti da vivere, si parte con 365 giorni per tutti. Da quel momento il tempo può essere scambiato come moneta. Un taxi sono 2 ore, una casa diversi anni. 
In questo mondo parte dell'umanità vive letteralmente alla giornata, guadagnando ogni giorno il quantitativo di ore per arrivare a quello dopo e un'altra, più facoltosa, ha svariati secoli da poter gestire. Una ha sempre fretta per non esaurire il proprio tempo, l'altra vive con calma e non conosce l'idea di corsa.
L'equilibrio si rompe quando un povero riceve un secolo in regalo da un ricco stanco di vivere e ha quindi accesso ad un'altra parte del pianeta riservata alle elite.

Premessa ottima che si smonta quando viene il momento di organizzare un intreccio e una storia con i personaggi e i paesaggi messi in piedi. 
In Time è un film pieno di piccole microstorie interessanti e significative ma con un senso generale incerto. Sembra infatti più riuscito il segmento iniziale in cui la madre del protagonista (che ovviamente appare una 25enne come lui) muore prima di incontrarlo perchè perde l'autobus e non ha ore sufficienti per un taxi, di tutte le velleità rivoluzionarie che poi il film dispiega.
Sembra più riuscita la storia del magnate secolare-ragazzino (interpretato con scelta di casting mostruosa da Vincent Kartheiser) che il finale nel deserto in cui gli amanti perseguono una vita da Bonnie e Clyde.
Sembra insomma più riuscito lo sfondo del primo piano, un futuro suggestivo e pieno di riferimenti al presente (la mania di non invecchiare, la compressione del tempo per chi non può permetterselo...) nel quale non succede nulla di interessante.

5 commenti:

Lokki ha detto...

La prima mezzora: 10. Poi scade nel fumetto, non so se volutamente o meno. Fumetto il personaggio di lei sempre vestita uguale con i trampoli il trucco e la pettinatura invariabili. Fumetto la "mission impossible" del secondo tempo. Ma l'idea mi ha entusiasmato, e anche il casting perfetto. Forse girato da Spielberg...


Anonimo ha detto...

Che delusione! L'idea è grandiosa e ben presentata, però poi la tensione nasce sempre e solo dalla stessa situazione come un qualsiasi film con Van Damme & Co.

Il casting è molto buono sì, ma secondo me qui Timberlake è piuttosto svogliato e si vede.

Flavia.


gparker ha detto...

La fumettosità, cioè l'implausibilità del contesto accantonata a favore di un'estetica coerente a me non dispiace. Certo è rischiosa, se comincio (e l'ho fatto) a chiedermi perchè la protagonista non si levi i tacchi per correre c'è qualcosa che non va, ma l'idea in sè non mi dispiace. Preferisco un film implausibile che ha una bella idea visiva che il contrario.

Il punto però lo abbiamo capito tutti che qui è che l'idea è molto più bella della sua attualizzazione e non c'è cosa che ti dà più fastidio. Così tanto che ad un certo punto te la prendi con tutto e tutti nel film.


Udo Kier ha detto...

Bisognava capire che qualcosa non andava in Niccol già dai tempi di S1m0ne con Al Pacino

Perdonabile solo per aver dato alla luce quel capolavoro di gattaca, e il soggetto, rivoluzionario più di 10 anni fa, di truman. stop.


gparker ha detto...

Si un grande soggettista, buon regista, pessimo sceneggiatore


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