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11.4.12

Poker Generation (2012)
di Gianluca Mingotto

Le uscita come Poker Generation sono delle rarità che bisogna salutare con allegria. 
Come qualsiasi vero grande brutto film che si rispetti, Poker Generation è insalvabile già dopo 5 minuti, cioè già dopo la prima scena in cui il protagonista ben vestito è inquadrato da vicinissimo mentre barcolla in ampi saloni (dev'essere un luogo prestigioso), con una fotografia che lo sdoppia come se il pubblico che lo guarda fosse ubriaco e infine crolla a terra. Finito quel momento è evidente che saranno ben più di 90 minuti di recitazione stentata e aspirazioni autoriali non raggiunte, ma non si fa in tempo a pensarlo che già arriva uno stacco esilarante su un uomo tutto vestito di bianco che guarda il mare davanti a sè, in piedi, col vento in faccia, solo, su una banchina mentre dei bambini giocano ad un rudimentale poker. E' in quel momento che capisci che da brutto film si può fare il salto a gioiello trash.

Concepito con tempismo e intelligenza, il "film sul poker" ha ben poco di poker, cioè ha ben poco del cinema che ha raccontato quel gioco cercando di creargli intorno un immaginario drammaturgico cinematografico. Manca cioè l'idea di portare sullo schermo il bilanciamento tra suspense, fortuna, abilità e rischio che costituisce lo svolgersi del gioco. 
In Poker Generation dunque c'è poco poker vero (qualche partitella e brevi momenti dai grandi tornei) ma è anche mal raccontato, puntando tutto su infiniti ralenti delle carte che si voltano e mai sulla battaglia di intelligenze che costituisce il racconto interno alla partita. 
Oltre a questo il film di Gianluca Mingotto non trova una sintesi accettabile tra la storia che si svolge fuori dai tavoli e quello che accade al tavolo. Nel tentativo di essere completo non riesce ad essere credibile in nessun momento, sbagliando qualsiasi tono possibile e sconfinando così nel comico. Dalle romanticherie con la barista-lapdancer, alle dinamiche tra fratelli, dalle citazioni (folli) di Rain Man, fino agli improbabili colpi di scena (ce n'è uno sul finale che coinvolge Pannofino che ha l'assurdità anarchica del cinema di Mel Brooks).

Ma se fosse solo un film incapace di raccontare una storia attraverso il poker non staremmo dalle parti del miglior cinema brutto. Poker Generation è pieno di velleità impensabili. Mette in scena un protagonista autistico senza riuscire mai a convincere che sia tale (anche solo un poco), riesce a far recitare male Pannofino e Lina Sastri, imbastisce una trama da melodramma napoletano per la quale i fratelli protagonisti devono battersi in un importante torneo per vincere i soldi necessari a comprare delle generiche "medicine" che curino un'altrettanto generica "la malattia" della sorellina piccola (il fantomatico malore la ucciderà in 6 mesi, tuttavia se si comprane le medicine vivrà senza problemi!) e infine inciampa regolarmente ogni qualvolta cerchi di creare un momento di vero cinema.
Il mio preferito è quando con uno stacco di montaggio, che ha la comicità esplosiva e improvvisa di certi momenti di John Landis, vediamo in televisione il grande pokerista, di cui i protagonisti parlano sempre, giocare ad un tavolo da torneo con trench palesemente nuovo di zecca e il borsalino in tono. Sembra uscire da una gang di gangster di Miracolo a Le Havre, come in un impossibile Scary Movie a tema autoriale.

2 commenti:

Mario ha detto...

L'ho già letto da altre parti, però è impossibile non pensare a Maccio Capatonda guardando il trailer. Me ne terrò ben lontano visto il tenore delle recensioni e il fatto che io a poker ci gioco davvero (anche senza la scusa della sorellina!), questo è un classico esempio di saltare su un carro che tira ma farlo all'italiana, citando Pannofino (mamma mia cosa non si fa per due soldi!), "a cazzo di cane"!


Gabriele Niola ha detto...

però il risultato è talmente indegno sa sfiorare il genio


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