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10.5.12

Dark Shadows (id., 2012)
di Tim Burton

Questa volta Tim Burton gioca in difesa (che sarebbe il minore dei problemi, non è certo l’unico a farlo) e alla storia dell’omonima serie tv andata in onda alla fine degli anni ‘60 sovrappone quella parte molto nota del proprio immaginario di riferimento fatto di guglie, alberi spogli dai rami tetri, pallore e capigliature emo. In questo senso Dark Shadows è un riconoscibile film di Burton (non come Il pianeta delle scimmie o Alice), capace anche di avere dei guizzi di inventiva visiva e trovate di comicità spensierata.
Il vampiro di Johnny Depp oscilla con buone idee tra il dark tipico del regista, i toni emo e le mani allungate e unghiute di Max Schreck (con una tenuta “da giorno” degna dell’outsider per eccellenza dello spettacolo moderno, Micheal Jackson) mentre l’accostamento con il mondo colorato del 1971 è a tratti un contrasto a tratti un arricchimento.

Il problema semmai è che in Dark Shadows c’è solo quest’immaginario e non il senso che dovrebbe sottendere o le idee che dovrebbe veicolare. Quelle immagini scatenano ricordi del Burton migliore ma rimangono solo immagini, non suggeriscono nulla.
Ciò che rendeva grandi i suoi migliori film non erano gli abiti neri di pelle, i castelli gotici o la nebbia nei boschi tetri, quanto ciò che tutto quest’immaginario rappresentava, ovvero la lotta contro la dittatura di un pensiero e uno stile di vita omologato color pastello e dal pratino tagliato, che schiaccia l’individualità ed emargina la diversità invece che coltivarla come valore. Non erano le mani a forma di forbice a rendere romantico Edward ma il fatto che la sua diversità lo allontanasse dal mondo che abita, il quale gli chiede di conformarsi pena dargli la caccia coi torcioni e incolparlo di qualsiasi cosa impedendogli d’amare ed essere amato. Quello che conquistava del gotico burtoniano era il suo essere un modo come un altro (ma bello) per trasportare dinamiche romantiche eterne nella sensibilità contemporanea e, al tempo stesso, riuscire a parlare con un’ingenuità commovente di desideri, aspirazioni e dolori di chi si sente diverso e peggiore, senza capire che sono gli uguali a essere quelli peggiori.

In Dark Shadows non c’è nulla di tutto ciò. E’ la storia di un potente che si scontra con un altro potente, di un’anima in pena che ha tutto (sesso e amore) ma deve operare una scelta. Mettere in controluce l’idea di una ricerca di normalità da parte del vampiro e della sofferenza di due amanti che appartengono a mondi diversi non serve a molto se poi il film si concentra su altro.
Tim Burton è stato in grado di girare un grande blockbuster e parteggiare per il Joker sfigurato e poi farne un seguito e parteggiare per il Pinguino gobbo che vive nelle fogne, perchè la storia li condanna a cattivi ma il mondo che li ha generati è lo stesso che li ha schifati a prescindere per come appaiono e così davvero non sono molto diversi da quell’altro col costume che dà il nome alla serie di fumetti.
Qui invece chiude con un twist che avvicina la storia alle problematiche di Twilight, e non che ci sia nulla di male nella trama di Twilight (che è una riproposizione come altre di tematiche romantiche che affondano in millenni di letteratura), è solo che quel cinema lì è quello conformante color pastello che tende alla dissoluzione dei conflitti sociali in nome del vogliamoci bene, mentre il suo era quello che affermava che niente va bene mostrando tutto il romanticismo che c'è nel non rinunciare alla propria unicità e subire lo scherno e l'isolamento di chi l'unicità non sa che sia.

L’esempio migliore della dinamica vacuità di Dark Shadows sembra essere l’uso del volto tagliato, un classico dell’immaginario di Tim Burton. Nel cinema banale la divisione interiore è rappresentata dallo specchiarsi in uno specchio rotto, nel cinema di Burton è rappresentata dai tagli in faccia, sia che si tratti di quelli del costume di Catwoman o quelli cicatrizzati di Edward o quelli simulati dal trucco che svanisce del Joker. In Dark Shadows il volto spaccato di uno dei personaggi alla fine del film è un modo per dargli una dignità posticcia con una vaga idea di complessità, una lacrimuccia in extremis dietro la quale non c’è niente.

3 commenti:

Babol ha detto...

Porca miseria, lo immaginavo che sarebbe stato tutta apparenza.
Fa nulla, andrò a vederlo a prescindere, sperando di non rimanere delusa.


Manute ha detto...

In realtà il personaggio frantumato nel finale è quello che più mi è sembrato sfaccettato (forse per l'increbidile hardware fisico-attoriale che lo sostiene), mentre tutti gli altri sono in effetti appendici macchiettistiche piuttosto inutili. Il problema forse è la saturazione dell'immaginario burtoniano, che ormai, appunto non riesce a sfuggire al semplice make-up...ogni gag, ogni battuta, ogni trovata sono indebolite e intuibili minuti prima, e quando non lo sono è perchè si tratta di colpi di scena al limite del wtf, del tutto accessori ad uno sviluppo della trama...


Gabriele Niola ha detto...

io credo che il problema non sia la saturazione dell'immaginario, quanto la mancanza di un'urgenza espressiva. Con quelle immagini e quelle idee si potrebbe dire ancora molto credo, solo che a Burton sembra non andare.


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