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30.8.12

Tai Chi 0 (id., 2012)
di Stephen Fung

FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012
PUBBLICATO SU 

Prodotto da Jackie Chan negli anni scorsi e per questo film sovvenzionato da Jet Li, Stephen Fung, attore passato alla regia da meno di dieci anni, è uno dei ponti più popolari della Cina tra parodia e commedia. Tai Chi 0 fa insomma quel lavoro che in occidente ha la sua punta di diamante (negli ultimi anni) nei film di Edgar Wright: prendere in giro un genere attraverso una dichiarazione d'amore, ottemperando quindi a tutte le sue regole invece di soverchiarle.

Tai Chi 0 inizia come un wuxiapan e tramite un esilarante flashback, girato come un film d'epoca, diventa con un gongfu movie. Racconta di un fenomeno da baraccone che per sopravvivere decide di imparare il Tai Chi, che sotto la paradossale forma di arte marziale è insegnato solo in un villaggio. A questo punto il film cambia di nuovo e si contamina di un impossibile vena steampunk con una serie di personaggi provenienti dall'occidente in perfetta "divisa" steampunk (quel misto di giacchette settecentesche, camicie con sbuffi e stivali ottocenteschi).
A questo vanno unite sovrimpressioni da videogame, cartelli esilaranti e una presentazione degli attori fatta di volta di volta quando entrano in scena che accanto al nome offre anche un indizio sulla carriera (Andy Lau "regista di Infernal Affairs" ma anche altri presentati come "star di gongfu movies degli anni '70", "aveva una parte in C'era una volta in Cina", "giovane promessa delle arti marziali", "attrice che lavora in occidente" e via dicendo).

E' insomma il massimo dell'autoironia metacinematografica e del non prendersi sul serio, anche se, dal punto di vista dell'azione non scherza affatto. L'action director è Sammo Hung e si vede. Con un protagonista campione di arti marziali del 2008 e rivali del calibro del capo degli stuntman di Jackie Chan (indovinate come lo so?) c'è sia inventiva che tecnica.
Purtroppo il divertimento non regge sempre il passo della prima parte e nella seconda, la necessità di stendere una trama che consenta di arrivare anche al prossimo Tai Chi (parte seconda) appesantisce il film e lo priva di quella libertà di spaccare qualsiasi convenzione di racconto che era il propulsore più interessante del film.

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