31.1.12

Hugo Cabret (Hugo, 2011)
di Martin Scorsese

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Dalle voci che arrivavano dall'America e dai territori in cui il film è già uscito Hugo Cabret sembrava dover essere un nuovo inizio per Scorsese e una mirabolante lezione di storia del cinema. Tutte aspettative purtroppo deluse da un film impeccabile ma noiosetto, vivace ma di certo poco significativo.
Tutto inizia da un libro parzialmente illustrato che racconta la storia di un bambino che vive nella stazione dei treni di Parigi ad inizio secolo, e della relazione che stringe con il giocattolaio locale. I due sono entrambi appassionati di oggetti meccanici, in particolare il bambino è in possesso di un "automa" cioè un pupazzo dalle fattezze umane ma pieno di ingranaggi, progettato per fare una cosa sola, scrivere. Il pupazzo però è rotto, era stato trovato dal padre del protagonista (ora morto) e il bambino cerca disperatamente di farlo funzionare per scoprire come mai il padre ne fosse ossessionato.
Questa trama, che appare come quella centrale, sarà ad un certo punto accantonata per inseguire la storia del giocattolaio, il suo passato e la sua altra vita. 

Hugo Cabret appare quindi come un grande pretesto per parlare della storia del cinema, farlo con gusto, passione e un pizzico di ruffianeria, quella stessa ruffianeria che si riscontra in Charlot (il film di Richard Attenborough). Con scenografie mastodontiche e sfrenate di Dante Ferretti, che qualche volta sembrano aver preso la mano, una fotografia di Robert Richardson, carica di luci provenienti dall'esterno e battenti sui volti esterrefatti dei personaggi, che dona al film un tono da pellicola spielberghiana, Hugo Cabret è una favola da uno che le favole non le ama troppo e che si dimostra molto più interessato agli esordi del cinema.
Eppure un conto è un documentario, in cui il resoconto appassionato può farsi foriero di infiniti livelli di lettura, un conto è un film di finzione, in cui ogni didascalismo appare superfluo, insistito e quasi offensivo. Specie se, come in questo caso, oscura tutto il resto, ovvero il gioco tra i personaggi e quella sofisticazione di racconto che solitamente è la regola nei film di Scorsese e che qui lo spettatore cerca invano per tutto il film.

Non solo non c'è nulla in questo film del grande Martin Scorsese, non c'è nemmeno nulla di nuovo che giustifichi l'abbandono della propria poetica. Hugo Cabret si muove nei territori dello stupore davanti al magnifico in cui si destreggiano i film di Spielbergh e Zemeckis ma manca totalmente di "voglia di credere" e questo fa apparire ogni momento futile e realizzato senza mai crederci davvero, come per senso del dovere. Il miglior Scorsese è quello che riprende momenti e storie di cui teme e rispetta sul serio le implicazioni morali, qui non c'è traccia di quella compartecipazione.
Una delusione a parte è invece quella del 3D, lodato a più riprese da Scorsese e, sembrava dalle interviste, utilizzato a livelli nuovi e autoriali. Purtroppo tutto questo non avviene se non in una delle scene conclusive quando un'orazione del giocattolaio interpretato da Ben Kingsley ha un aumento di profondità nel momento cruciale. Un movimento di macchina ad avvicinarsi che cambia la tridimensionalità della scena con uno straniamento molto efficace. Un piccolo lampo in un film altrimenti grigio.

30.1.12

I Muppet (The Muppets, 2011)
di James Bobin

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Di demenziale in demenziale. E' James Bobin, già regista e sceneggiatore di Flight of the conchords e prima ancora di Da Ali G Show, il prescelto per questo ritorno alcinema (che sa molto di ripescaggio) del brand di I Muppet. Segno principale di una tendenza a cui tutto il film è felicemente sottomessa, ovvero un casting e una composizione della troupe particolarmente azzeccata che rendono una pellilcola altrimenti insulsa, qualcosa di digeribilissimo.

Totalmente slegato da qualsiasi cosa (serie televisive, altri film...) eppure totalmente dipendente da queste per la sua messa in scena (infiniti sono i riferimenti ad altre apparizioni televisivo-cinematografiche che sostengono la trama), I Muppet è sia insensato che godibile. Dall'idea priva di basi di fare un film su un fenomeno e dei personaggi fuori da questo tempo e fortemente dipendenti dalla propria storia (se parli dei Muppet non puoi far finta che siano nati oggi), nasce un film non nostalgico, totalmente metacinematografico e insperatamente divertente nel modo in cui gioca con aspettative e stereotipi.

Con Jason Segel ed Amy Adams nei ruoli principali e una valanga di partecipazioni illustri (su cui spicca Jack Black), il film dei Muppet è orchestrato come un musical della nuova era (in particolare come The Blues Brothers) in cui i protagonisti cercano di mettere in scena uno spettacolo per raccimolare i soldi che gli servono. Lo spettacolo chiaramente prevederà tutto gag nel vecchio e classico stile di The Muppet Show.
Molto di più non c'è, se non un losco uomo d'affari, interpretato dall'immancabile Chris Cooper, intenzionato a prendere possesso di quelli che furono i Muppet studios in caso di mancato raggiungimento della cifra (perchè ha scoperto che sotto c'è il petrolio). Come al solito i Muppet ironicamente celebrano se stessi, ingrandiscono il proprio mito per scherzo e mettono sotto i riflettori i propri luoghi comuni, il che significa che è difficile apprezzare in pieno il film se non si ha già una conoscenza di base dei caratteri e delle relazioni tra personaggi. Cosa che rende ancor più strana questa pellicola e l'operazione commerciale che la sottende...

27.1.12

L'arte di vincere (Moneyball, 2011)
di Bennet Miller

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L'arte di vincere è un film scritto da due mostri (uno normale e uno sacro) e diretto da un onesto mestierante. Questo basta a far capire il tono generale della pellicola. Quello che non traspare però è quanto questo film lavori insistentemente sull'adattamento di una storia vera alle esigenze di un racconto (cioè far emergere diversi livelli di lettura, disegnare una parabola che abbia un senso, avere snodi drammatici e un inizio e una fine d'effetto). 
La trama è quella classica di un uomo che la vita ha già sconfitto, il quale si gioca tutto per la sua seconda occasione, solo che questa storia di sport non è di quelle in cui i limiti del corpo sono travalicati da un'indomabile volontà ben motivata, ma di quelle in cui il trionfo sportivo corrisponde ad un trionfo personale e intellettuale. Billy Beane sta fuori dal campo ma la volontà con cui insegue la vittoria sono degne del miglior sforzo atletico.

E proprio sul tema della vittoria, della seconda occasione e di cosa significhi essere un perdente, che Sorkin e Zaillian impiegano i loro accenni migliori e le loro sfumature più sofisticate.
L'arte di vincere è tutto giocato negli anfratti in cui la trama non raggiunge i personaggi, quando questi si prendono una pausa dal racconto degli eventi (la realtà) e macinano un po' nelle scene di transizione (molto probabilmente romanzate, più facilmente inventate di sana pianta). 
Per questo dire che L'arte di vincere sia un film sul baseball è più sbagliato che mai, anche a livello superficiale. Il baseball si vede molto poco e non c'è nessuna attenzione al gesto, al movimento e ai suoi rituali. Ogni qualvolta è inquadrato un momento puramente sportivo si ha la sensazione che il film non veda l'ora di sbrigare quest'incombenza per tornare a far dialogare il protagonista con la figlia. Cosa che accade due o tre volte in tutto il film ma che ogni volta, senza ritegno, segna un punto.
L'arte di vincere è un film sulla mentalità sportiva applicata ad altri ambiti, se proprio bisogna dare un'etichetta.

Ma se così fosse sarebbe solo un film un po' lento. In realtà la sensazione di liberatoria ariosità che si prova nel vedere affermata una verità da sempre negata dalla buona morale vigente, ovvero che l'uso di numeri, statistiche e "calcoli" non è in antitesi con l'uso dell'intuito e delle doti umane, è solo parte del più grande senso di liberazione che si prova in questa metodica e sentimentale distruzione del mito del vincente.
Il baseball è l'essenza dell'America tradizionale e dei suoi valori, una delle sue più grandi metafore.

L'arte di vincere va a toccare senza fretta le corde più personalmente intellettuali di ognuno, sorprende e spiazza chi non conosce la storia del baseball (cioè tutti in questo paese) senza fare baccano. Per questo è già un instant classic.
Ribaltando il concetto di vittoria Sorkin e Zaillian regalano un personaggio straordinario e una morale (si si! Proprio "morale") tutta contenuta nelle parole di una canzone cantata da un personaggio (ovviamente la figlia, l'avevo detto che fa un uso senza ritegno di questa figura) in uno degli anti-climax finali più toccanti della carriera (non ricca in questo senso) di Brad Pitt. Che a questo film ci aveva creduto e sembra davvero cosciente a pieno del lavoro fatto in fase di scrittura.

26.1.12

Il sentiero (Na Putu, 2010)
di Jasmila Zbanic

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Ambientato nel contesto della comunità islamica di Sarajevo, Il sentiero racconta la storia di una coppia bosniaca che professa l'islam senza eccessiva convinzione (entrambi bevono, per dire) ma con grande senso della tradizione, più o meno come si fa qui in Italia con il cristianesimo. La loro storia, tormentata dall'eredità che ha lasciato la guerra in termini di macerie reali e mentali, arriva ad una svolta quando lui scopre l'islam wahhabita, più intransigente, stretto e a suo dire soddisfacente. Ovviamente questa più severa idea di religione non può essere professata in compagnia di una donna che non si conforma.

In Il sentiero ci sono ben due elementi comunemente utilizzati per attirare un certo pubblico (quello che in target per questo tipo di film), da una parte la visione dell'islam complessa di chi sa che non è tutto estremismi ma anche che questi esistono e hanno radicate ragioni d'essere, dall'altra l'eredità della guerra e le difficoltà dell'etnia bosniaca.
Eppure Il sentiero, nonostante abusi molto di questi due argomenti, riesce anche a tenere presente il vero intento di tutto, cioè Luna. Poco importa che sulla carta la storia riguardi la coppia e i principali sconvolgimenti riguardino quasi sempre l'uomo, è lei, Luna ad essere costantemente inquadrata, perchè tutto avviene con il solo fine di capire le reazioni di Luna di fronte agli eventi. Il sentiero è uno di quei film che si pongono l'arduo traguardo di rappresentare la complessità e contraddittorietà della personalità umana di fronte alle difficoltà.

Con i pregi e i difetti del modo di ragionare femminile e l'indefessa volontà di non mollare una storia d'amore in cui molto è stato investito, Luna è un personaggio che arriva a mettere in questione (senza dirlo mai) le fondamenta di quello che crede e il modo in cui ragiona. Anche davanti all'evidenza dei fatti e alla propria convinzione non riesce ad ammettere a se stessa determinante evidenti verità.
Questa caratteristica epidermicamente fastidiosa perchè intimamente condivisibile, in qualche momento fa fare a Il sentiero un piccolo salto da buon film a opera che rimane dentro.

HYDRA - The Series

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Nelle webserie italiane si nota un curioso doppio movimento: da una parte esiste una spinta verso idee e storie anglosassoni, cioè una fuga da tutte le storie e i luoghi comuni del cinema italiano verso luoghi altrettanto comuni del cinema e della televisione angloamericani. Dall'altra esiste una contemporanea resistenza ad abbracciare in toto quel paradigma. Pochissime sono infatti le webserie o le creazioni originali che, ricalcando un modello straniero, riescano anche ad evitare la ricerca dell'autorialismo blando e di facciata tipico delle peggiori produzioni italiane.


Di fatto è una caratteristica che si riscontra anche nel resto delle creazioni per internet, dai meme, ai fotomontaggi, ai blog, fino all'umorismo. Tutto converge verso un modello statunitense deviando da stili, forme e caratteristiche nazionali per una generica insofferenza.
Nulla di grave, né di mortale, solo un adattamento figlio di una mancanza decennale (quella di una produzione di qualità in generi che siano più popolari e primariamente d'intrattenimento) che si traduce in un mascheramento di idee all'italiana con modelli all'americana. Il risultato è alle volte pregevole, raramente perfettamente mimetico, più spesso fallimentare.

Di questo doppio movimento soffre anche HYDRA - The Series, una webserie arrivata al terzo episodio, caratterizzata da puntata lunghissime (oscillano tra i 15 e i 18 minuti abbondanti), da una trama che gira intorno alla fantascienza distopica (filone del contagio con sospetto di zombismo) e da uno sforzo produttivo encomiabile, non tanto dal punto di vista economico quanto da quello della forza di volontà.
La storia è quella di un futuro prossimo in cui un virus letale ha decimato la popolazione (si parla di 400 milioni di persone sane e 9 miliardi di morti su 16 miliardi totali, il resto sono infetti), tutto raccontato a posteriori. Come si sia arrivati a questa situazione non è chiarissimo (qualche delucidazione la dà il terzo episodio, ma niente di esaustivo), quello che si capisce è che le città non sono più abitate e le persone vagano nelle campagne, prede di altri esseri umani sani. Gli infetti, per il momento, non si vedono.

25.1.12

The Iron Lady (id., 2011)
di Phylida Lloyd

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Phylida Lloyd non evita nemmeno una di tutte le più classiche trappole del cinema biografico, anzi le abbraccia e realizza la quintessenza del genere, un film su una personalità determinante del mondo della politica, che si disinteressa delle sue opere e cerca di scoprire l'ordinarietà del personaggio, la donna dietro il primo ministro. E lo fa con l'intento di commuovere.
Con un'attrice indiscutibile come Meryl Streep, un trucco mimetico e una visione della storia del secondo novecento britannico a macchia di leopardo, il film su Margareth Thatcher non soddisferà chi cerca una visione complessa e magari inedita dell'operato della lady di ferro negli anni in cui ha governato il Regno Unito, nè soddisferà chi spera di trovare un dietro le quinte interessante o una lettura poco praticata della sua vita a partire dagli anni della formazione. The Iron Lady è un film senza sale che prende pochissime posizioni e trattando una materia nota (la storia dell'Inghilterra attraverso il massimo potere) non aggiunge niente nè dal punto di vista dei contenuti nè da quello della prospettiva.

Con un copione più che ordinario scritto da Abi Morgan (già al fianco di Steve McQueen per la sceneggiatura di Shame), The Iron Lady parte dall'oggi, da Margareth Thatcher anziana che lotta contro la demenza senile e le allucinazioni di un marito morto da tempo con la tenacia che gli viene da sempre attribuita. Non completamente impazzita nè completamente in sè la protagonista ricorda episodi determinanti del suo passato, gli insegnamenti del padre, la decisione di lavorare nella politica, l'incontro con il marito, lo sforzo di candidarsi a leader del partito e l'inaspettato successo, oltre a tutti gli snodi determinanti degli anni a Downing Street, dalle Falklands, allo sciopero dei minatori, dall'attentato al boom economico. Ogni ricordo è coperto da una calza, proprio come nelle parole degli anziani, ogni cosa è letta alla luce di quel che sarebbe successo in seguito.

L'unico elemento curioso di questo film, altrimenti ordinario al massimo livello, è come pur trattandosi di un'opera appartenente al genere che fa rima con agiografia, lo stesso la Thatcher non ne esce benissimo. Salvata dalla tenacia delle forze armate inglesi nelle Falklands, assolta da un boom economico di cui non sembra artefice, arrogante con i propri pari e incapace di strategie politiche raffinate, ogni cosa sembra capitarle per buona contingenza dei fatti e la sua unica dote sembra la tigna. Donna autonoma ma incredibilmente tradizionalista dipende totalmente da due uomini (il padre per la formazione intellettuale, il marito per la forza mentale) e non sembra mai davvero artefice del proprio destino.
Inoltre, senza dirlo mai, Phylida Lloyd lavora molto d'immagine per far fare agli oppositori del primo ministro un controcanto a volte più forte del canto. Le immagini di proteste, riot, scioperi, scontri e tumulti dovuti alle decisioni estreme del governo occupano uno spazio ben più importante e determinante delle motivazioni per le quali la Thatcher ha agito.
Una donna che non è amata nemmeno dai propri biografi.

24.1.12

Paradiso Amaro (The Descendants, 2011)
di Alexander Payne

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Ad Alexander Payne, lo abbiamo ormai capito, interessano i percorsi dolci e amari in cui i personaggi si scoprono diversi da come la società li etichetta, interessa l'invecchiamento e la maturazione come processo mutante e le piccole storie di piccoli uomini di provincia. Sebbene non appartenente in termini stretti al giro del cinema indipendente in stile Sundance Festival, lo stesso i suoi film applicano quell'idea di ruffianeria per la quale personaggi ordinari in pieno (tranne per una sola evidente particolarità) si scontrano con un contesto amaro e crepuscolare e dolcemente fanno fronte alle difficoltà quotidiane volendosi bene.

Qui è George Clooney ad interpretare un miliardario, proprietario di metà dell'isola hawaiana in cui si svolge la storia ma che non usa la sua fortuna per una vita d'agi, anzi lavora come tutti. Nel momento in cui la moglie ha un colpo al cuore e rischia la morte dovrà riconciliarsi con le figlie che non vede da tempo e raccattare i pezzi della sua vita.
Contornato dal solito insieme di implausibilità e contraddizioni che ci piace non vedere (perché non si occupava delle figlie se è così buono? E se non le vedeva mai perché la figlia adolescente prende le sue parti nello scontro con la madre?), Paradiso Amaro distrae il pubblico con un'ambientazione inconsueta e musiche particolari, con tutta una messa in scena finalizzata alla tenera stranezza (solo la corsa goffa di Clooney per mezza città per andare a chiedere un'informazione basterebbe) ma non opera mai un racconto davvero interessante. Le peripezie di un uomo in fondo innamorato e incredibilmente tenero (con la moglie in rianimazione, con le figlie, con i parenti e con gli amici) non avrebbero stonato in una commedia di buoni sentimenti ma sono molto meno tollerabili in un film con risvolti seri che vorrebbe realmente parlare delle contraddizioni umane di fronte alle scoperte (molte saranno le sorprese per il protagonista) e, per tornare all'idea di cinema di Payne, alla necessità di cambiare con l'avanzare dell'età.

Paradiso Amaro cerca in ogni modo di piacere e in linea di massima ci riesce, distrae talmente tanto e si adopera come un giullare fino all'inverosimile ma solo per nascondere la propria inconsistenza.

La chiave di Sara (Elle s'appelait Sarah, 2010)
di Gilles Paquet-Brenner

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Più volte mi sono trovato a dover scrivere queste stesse parole (e più volte capiterà), riguardo i film a tema Olocausto. E ogni volta mi chiedo se non sia io ad essere ripetitivo e non abbia altro da dire se non la solita cantilena ma ogni volta mi rispondo che non sono io ad essere sempre uguale, sono i film ad esserlo.
Con la sua trama esile e la sua ricerca del colpo ad effetto La chiave di Sara non fa eccezione, è anch'esso un film che utilizza l'Olocausto come chiave principale della propria veicolazione, senza avere una struttura, una linea narrativa o un'idea di messa in scena che possa reggere il film. Se il tema fosse un altro La chiave di Sara avrebbe pochissimo senso, ma l'Olocausto salva tutto.

Come spesso capita anche stavolta la storia è vera, La chiave di Sara mette in scena quel che accadde ad una bambina ebrea, responsabile di aver chiuso il fratello piccolo a chiave in un armadio durante un rastrellamento (così che non fosse preso) non riuscendo però a dare la chiave a nessuno che potesse farlo uscire prima di essere portata nel campo di concentramento. 
Poteva essere un film d'evasione, un film sulla responsabilità individuale, un film sull'impossibilità di discernere il bene dal male in certe situazione e invece è un film sull'Olocausto, cioè un film che in virtù del fatto che tanto sulla materia non si può sbagliare, la pensiamo tutti alla stessa maniera, non si premura di ricercare la complessità ma schiera buoni e cattivi e fa vessare i primi dai secondi, con un certo piacere pornografico.

La chiave di Sara (che è tutto raccontato in flashback) ha un pretesto narrativo (la ricerca della verità da parte di una giornalista) terribile e inconsistente, uno svolgimento che, superata la parte più intrigante del rastrellamento e dell'assembramento, rende il film pesantissimo e punitivo. Pesante perchè la storia è piena di grumi, non scorre bene nè sa proporre personaggi o situazioni dal dinamismo salvifico, punitivo perchè in virtù della sua natura il film si prende la briga di sottoporre lo spettatore allo spettacolo del trucido. Il disturbante è materia preziosa al cinema e spesso usata con grande proprietà di senso. Quasi mai in un film sull'Olocausto.
Perchè dover essere sottoposti al supplizio di un film lungo, largo, privo di idee interessanti, privo di ritmo e di un racconto coinvolgente, quando poi il tema edificante in questione ci vede già tutti daccordo (noi pubblico e loro autori)? Perchè se non si ha nulla da dire in più sull'argomento si fa un film sull'Olocausto? Ogni storia va raccontata? Forse, ma non ogni storia fa un buon film.

ACAB - All Cops Are Bastards (2012)
di Stefano Sollima

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Il cinema italiano degli ultimi decenni difficilmente riesce ad essere davvero duro e spietato e quando ci prova solitamente è ancora peggio. ACAB scarta la violenza fisica (paradossalmente non ce n'è molta) e va subito al cuore della questione, la violenza psicologica, in questo centrando già a livello di intenti l'obiettivo. Quanto al risultato la prima scena dice tutto: Pierfrancesco Favino, attore tra i più lanciati del momento, protagonista di film e fiction, volto riconoscibile per eccellenza e l'uomo con cui il pubblico sa che si immedesimerà già prima di entrare in sala, insegue un ragazzo extracomunitario (che ci appare giovane e secco), dopo un incidente in cui è rimasto coinvolto, lo prende, lo ammanetta e quando la colluttazione è finita gli sferra il pugno più sfacciato, superfluo e doloroso che il cinema italiano ci ha proposto negli ultimi 20 anni. Una botta allo stomaco che ti dice subito quello che il film affermerà con forza per tutta la sua durata: c'è poco da immedesimarsi, qui nessuno ha ragione.

La storia, tratta dall'omonimo libro di Carlo Bonino, affronta la vita e le opere di 4 poliziotti del reparto mobile che ci tengono a farsi chiamare celerini, hanno i ritratti del Duce in casa e non sopportano la presenza di extracomunitari tanto quanto i teppisti che picchiano allo stadio. Subiscono e provocano violenza fuori e dentro le regole, autorizzati e non, con divisa e senza. Eppure non c'è un momento in cui queste figure altamente discutibili non siano portatrici di motivazioni, istinti e di un'umanità condivisibili da ogni spettatore. Grande merito alla sceneggiatura e al team di attori che va dal buon Nigro, all'incazzato Favino fino alla perfezione, il volto duro, pieno di segni e dalle sopracciglia violente di Marco Giallini.

A Daniele Cesarano e Stefano Sollima (rispettivamente già sceneggiatore e regista della serie Romanzo Criminale) interessa il rapporto tra violenza e odio nella società moderna, come tutti si riuniscano in tribù (i "colleghi" della polizia, gli ultrà, gli extracomunitari, gli estremisti di destra) per addossare le colpe della propria infelicità sull'oggetto della loro violenza. Il primo cerca di arrivarci scrivendo un film in cui vediamo solo le ragioni dei poliziotti ma capiamo anche quelle delle vittime, il secondo applicando con successo al film le idee vincenti della serie Romanzo Criminale (su tutte una colonna sonora particolare, per il nostro cinema, e perfettamente integrata con storia e immagini).

Con il più classico degli stratagemmi (l'arrivo di un nuovo elemento nella squadra) il film si mette dal punto di vista meno raccontato e più scomodo, quello di chi gli sgomberi li deve eseguire anche se non è daccordo e che le botte deve prenderle prima di darle, cercando di capire non tanto le loro ragioni (nel film ne hanno molto poche) ma le sensazioni che le provocano. ACAB guarda nello stomaco di ogni spettatore e tira fuori quello che non vorrebbe provare, facendolo manifestare ai personaggi.
Con uno scenario sociale e politico chiaro (il G8 di Genova, la Diaz, Gabriele Sandri e le elezioni di Alemanno) ACAB sceglie solo percorsi difficili e sebbene ogni tanto si prenda delle concessioni poco felici (tutta la storia della figlia del Negro o la ribellione davanti al Parlamento), in linea di massima riesce ad essere il primo esempio di cinema italiano che non tira mai indietro la gamba degli anni 2000. Non è questione di amare la violenza, ma di capire che per mostrare un fenomeno nelle sue contraddizioni è necessario mostrarne le asperità e farlo senza paura. ACAB ci riesce.

22.1.12

Cellulite e Celluloide - Il cinema a Radio Città Aperta

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su Radio Città Aperta (88.9 FM) ogni venerdì alle 20.00, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Dopo l'obbligatoria prima parte sulla chiusura di Megaupload si entra nel vivo con la sorpresa della settimana, ovvero Underworld: il risveglio, e la delusione della settimana, ovvero L'ora nera 3D. Uno un ottimo 3D, l'altro un pessimo 3D.
Il film in odor di oscar della settimana è invece The Help mentre il film indipendente e autoriale Sette opere di misericordia, non è il disastro che si potrebbe credere, anzi ha un suo insperato perché. Quello che invece un perché non l'ha è E ora dove andiamo?.


LA PUNTATA DEL 20/1/12


Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

20.1.12

E ora dove andiamo? (Et maintenant, on va où?, 2011)
di Nadine Labaki

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Quella che sembrava una bella promessa in Caramel si trasforma in un caso isolato con E ora dove andiamo? Per mezzo di quel film Nadine Labaki si affermava in giro per il mondo come interprete e autrice di un concetto di storytelling e femminilità cinematografica, ispirato al mood celebrativo almodovariano, ma più attaccato allo specifico femmineo. Ma se Caramel riusciva ad appassionare con un racconto in cui gli uomini sono esclusi per principio e non reggono la presenza scenica nemmeno dell'ultima delle donne, E ora dove andiamo? fallisce completamente l'obiettivo di elevare il discorso a temi più importanti.

L'idea di cinema è esattamente la stessa. Visioni almodovariane (addirittura lo stesso inizio di Volver) e un ginocentrismo programmatico che stavolta pone l'uomo in diretta opposizione alla donna. Se la seconda è la soluzione, il primo è il problema. Nel villaggio immaginario al centro del film, sono infatti gli uomini che alimentano una guerra tra chi è di religione islamica e chi di religione cristiana, mentre le donne vorrebbero pacificare tutto per non perdere i loro amati figli e mariti. 
Così mentre un consesso di donne di tutte le fogge ed età lotta con tutte le armi (compreso chiamare un team di spogliarelliste a placare gli animi) per mantenere la pace, gli uomini in maniera scriteriata continuano a cercare l'affermazione fisica sul prossimo se non la sua eliminazione.

L'idea di un mondo visto da un punto di vista femminile (e non femminista!) radicale qui ha quindi meno forza perchè cerca di diventare paradigma filosofico, visione della vita, senza averne la complessità. Quant'è peggio E ora dove andiamo? conferma e amplifica il tratto più negativo di Caramel, ovvero il narcisismo di Nadine Labaki, donna bellissima che ossessivamente si mette al centro di tutto, esponendo di continuo la propria bellezza e circondandosi o di donne più brutte o più belle solo in teoria (mai viste spogliarelliste più scialbe).
Il senso di autoesaltazione si fonde con quello dell'esaltazione per il proprio sesso, senza che ci sia la minima sincerità sentimentale o sforzo narrativo degno della miglior causa (che erano ciò che salvava Caramel). Così alla fine la "visione di mondo" di Nadine Labaki si scioglie nella vanità e perde ogni forza e interesse.

19.1.12

L'ora nera (The Darkest Hour, 2011)
di Chris Gorak

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Cambia la geografia del cinema, cambiano le alleanze, cambiano le trame. Solo 20 anni fa i russi erano ancora il nemico prediletto, la nemesi per eccellenza degli Stati Uniti (collettivisti, megalomani, freddi, spietati e incapaci di prendere la mira correttamente) mentre oggi, con la figura di Timur Bekmambetov a far da tramite, eroi a stelle e strisce si muovono a Mosca alleandosi con gente del luogo per fare quello che storicamente gli riesce meglio: cacciare gli alieni.

Così nasce L'ora nera, grande gita moscovita della solita truppa all'americana (due ragazzi e due ragazze che non si conoscono ma dovranno unirsi per sopravvivere con un intruso, svedese, a fare da guastafeste e farli scoprire), è un film che racconta di un'altra apocalisse pronta alla serializzazione. Gli alieni arrivano a prendere i nostri minerali (perchè essi stessi sono fatti d'energia), mandano tutto in blackout e sbriciolano (letteralmente) tutti quanti tranne pochissimi sopravvissuti. Alcuni sono inguaribili guerrafondai armati fino ai denti, altri sono nerd in grado di capire la natura del male e costruirsi in casa una gabbia di Faraday, altri come già detto sono i protagonisti del film, tra i quali spicca un Emile Hirsch stranamente in parte.

La prima delusione è la sceneggiatura di John Spaihts, scontata quando va bene, piena di buchi quando va male e, quant'è peggio, a tratti pronta a prestare il fianco ad umorismo involontario (cosa che non depone a favore del film cui sta lavorando ora, Prometheus). La seconda è l'incapacità del film di mantenere la propria promessa, cioè raccontare la solita storia ma dal punto di vista russo, del resto cosa pretendi quando metti a dirigere uno scenografo?? Di russo non c'è nulla se non le pallottole (come dice uno dei personaggi), tutta la struttura del racconto, la natura dell'eroe e i valori alla base sono sempre i soliti. L'ora nera è in tutto e per tutto un film americano, poco importa chi ci abbia messo i soldi.

Andrei Konchalovski ha fatto fare gli effetti speciali del suo Schiaccianoci fuori dalla Russia "perchè in Russia gli effetti non sono ancora a livello delle grandi produzioni" e la sua affermazione la si capisce meglio vedendo L'ora nera, che meno lavora di digitale meglio è. In questo senso l'idea di fare gli extraterrestri invisibili è una doppia furbata, crea suspense con poco ed evita di dover animare creature che, per quel poco che si vedono, non reggerebbero il confronto con gli standard del cinema cui gli spettatori sono abituati. Stesso dicasi per il 3D: mai veramente sfruttato, poco profondo e sostanzialmente inutile.

18.1.12

Italy love it or leave it (2011)
di Luca Ragazzi e Gustav Hofer

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Si potrebbe raccontare tutta la storia del cinema da Griffith a oggi seguendo la sola chiave di lettura dei film ruffiani. Come in diverse annate, diversi periodi e con diversi stili il sistema cinema abbia prodotto interi filoni di film ruffiani, fatti per accarezzare il gusto del pubblico e farli sentire migliori regalando solo l'illusione di quel che promette e mai "the real thing".

Italy love it o leave it è il perfetto esempio del ruffiano moderno. Se in Italia non abbiamo mai avuto una scena indipendente in stile Sundance (il ruffiano americano), Gustav Hofer e Luca Ragazzi, già con Improvvisamente l'inverno scorso, incarnano alla perfezione quell'idea. Si tratta di due documentaristi che lavorano con mezzi leggeri ma di ottima qualità (specialmente Italy love it or leave it ha una fotografia mai ricercata ma sempre brillante e d'effetto) e scelgono con accuratezza temi e punti di vista, andando ad incarnare (volutamente o meno, non importa) il pensiero generale nella sua forma più compiuta, sempre su temi d'attualità stretta ma mai con l'afflato della riflessione, sempre dalla parte della scontata ovvietà (Napoli era meglio prima, la fabbrica ti costringe a ritmi inumani, Berlusconi ci mette in ridicolo, le realtà migliori d'Italia chiudono) mai da quella della comprensione della complessità dei fenomeni.

Se per il documentario precedente il tema erano i DICO ora è la fuga dall'Italia, ovviamente non intesa come emigrazione ma come fuga da un posto dove le brave persone non possono emergere, dove la meritocrazia è schiacciata e tutto quel campionario di problemi ben noti.
Il documentario mette in scena il viaggio nella penisola dei due, uno intenzionato ad andarsene e uno intenzionato a rimanere (una messa in scena delle motivazioni pro e contro totalmente pretestuosa, poichè anche chi è contro la fuga spesso si dichiara privo d'argomenti), viaggio alla scoperta dei disastri e delle bellezze con una spiccata predilezione per i primi. Viaggio fatto in una 500 vecchio modello (perchè noi ci identifichiamo con l'Italia di una volta, quella migliore, quella dei ricordi).

Con la pretesa di esaustività (spesso ripetono "vedi è tutto così") vengono raccontati i principali fatti di cronaca, inevitabilmente superati ad un anno e più dalle riprese, senza mai guardare al di là del proprio naso, senza cercare una lettura della problematica ma fermandosi alle sole dirette conseguenze. Italy love it or leave it è un reportage molto lungo, non un film. E' totalmente slegato nei suoi momenti migliori, e unito da un'idea di ripresa della realtà totalmente imprecisa nei momenti peggiori.

La fuga all'estero è una delle idee più diffuse (e meno praticate) tra il pubblico d'elezione di questo tipo di film, ne esprime solo l'arroganza e la presunzione, poichè implica che chi vuole andarsene non si riconosce nei lati peggiori del suo paese, ma solo nei migliori, si pone su un piedistallo da solo e legittima la sua posizione con l'esterofilia ("vuoi mettere Londra?").
Lasciare al vecchio saggio (Camilleri) una chiusa patriottica e dignitosa e far finire il documentario con la decisione dei due di rimanere in Italia è solo un sentimentalismo da poco e non un traguardo intellettuale o anche solo dialettico.
Ciliegina sulla torta il film è promosso con i passaggi a diversi festival internazionali e l'idea che "ovviamente" in Italia nessuno se l'è filato mentre è la dimostrazione ultima di come spesso all'estero  sono più fessi di noi.
Che cazzo almeno Micheal Moore il cinema lo sa fare!

Underworld - Il risveglio (Underworld - The Awekening, 2011)
di Måns Mårlind e Björn Stein

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Parecchie attrici rimangono legate a personaggi virili e saghe d'azione spinta, poche riescono a lasciare il segno e darsi davvero alla causa. Kate Beckinsale appartiene a quest'ultima categoria (di cui Sigourney Weaver è la regina e Milla Jovovich la grande erede).
La saga di Underworld l'ha persa per un capitolo, il terzo, che agendo da prequel ha fatto ordine nell'intricata trama narrando dietro le quinte, motivazioni e svolgimenti di alcuni momenti nell'origine del conflitto tra Vampiri e Lycann, e ora la ritrova, quarantenne, inguainata nel latex nero nel capitolo più secco e asciutto. E dà il suo meglio. Il successo e la forza di questa saga ha di certo molto a che vedere con l'incrocio della tematica e della tempistica (unire, in questi anni, lupi mannari e vampiri ha del geniale), ma senza Kate Beckinsale e con lei il grande Michael Sheen a dare credibilità e vera epica, Underworld sarebbe rimasta serie B.

In questo quarto film si torna al presente per pochi minuti e poi si fa un salto di 12 anni in un futuro in cui tutto è alla luce del sole (si fa per dire), la guerra tra le creature ancestrali è fatto noto anche dalla popolazione di città.
Con una fusione imprevedibile e davvero funzionale con l'estetica, la color correction e un certo mood visti in Daybreakers, stavolta i vampiri sono la parte proba del conflitto e i Lycann smettono di essere la metafora della ribellione del proletariato (idea che aveva raggiunto la massima vetta espressiva nel terzo film). Adesso l'aristocrazia succhiasangue non è più tale, non ha il potere, vive nelle fogne mentre i lupi si sono abilmente mescolati con la razza umana. Insomma i licantropi hanno messo su un'azienda, si sono fatti degli amici, si sono messi una cravatta e mangiano con le posate. Ora hanno dipendenti (licantropi), uffici, laboratori e provette.
La guerra diventa chimico/farmacologica e alle motivazioni personali che già spingevano Selen se ne aggiunge una nuova. Come tutte le eroine virili (da Ripley di Alien in poi) di mezzo c'è un figlio non cercato.


Il principale artefice della saga cinematografica, Len Wiseman, rimane un passo indietro alla sola sceneggiatura e vengono promossi registi Måns Mårlind e Björn Stein, duo svedese presentatosi ad Hollywood con il risibile Shelter.
E' dunque una grande sorpresa che Underworld: il risveglio sia uno dei film più compatti della saga. Pur mancando di componenti strutturali determinanti (non c'è Michael Sheen, la trama non ha il grande respiro dell'epica millenaria, del sentimentalismo ottocentesco, nè il fascino delle maledizioni antiche) è innegabile come, arrivati al quarto film, la produzione sia riuscita a trovare il modo di continuare una narrazione con un senso, una logica e un certo afflato. In tutto ciò si inserisce il duo svedese che dirige con passo svelto, senza velleità e con grande coscienza di quale sia l'obiettivo della saga. Non certo il cinema di soli botti e spari (ma anche!) quanto un'idea di avventura e azione molto moderna (tutto passaggi dal ralenti alle accelerazioni) che recuperi quanto deve delle atmosfere gotiche. In più non guasta un 3D vero, ripeto: vero! Non solo nativo (cioè girato e non postprodotto) ma anche pensato che vale anche di più. Un vero gioiellino tecnico.

17.1.12

Benvenuti al nord (2012)
di Luca Miniero

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Impensabile non fare un sequel di Benvenuti al Sud. Mi sarei incazzato io per primo se non l'avessero fatto. Ora che è finito ed esce in sala dunque come posso incazzarmi perchè non sono riusciti a dare un senso all'operazione economica?
Non ci si può incazzare. Non è ragionevole. Non lo è perchè Luca Miniero non è mai stato un regista a cui dare fiducia, perchè Benvenuti al Sud già era un format stanco, abusato e reiterato che aveva trovato insperato e gigantesco successo popolare, in virtù di un non ben precisato fascino dei protagonisti e della loro comicità. Addirittura pretendere un raddoppio sarebbe irragionevole.

Quel che accade è esattamente quello che ci si attende. Il film ricalca il modello del precedente (che ricalcava l'originale francese Giù al Nord), rinuncia a qualsiasi possibilità di umorismo ricercato e si affida all'abilità dei protagonisti. Dimostrazione ne è il fatto che i comici funzionano (Bisio, Siani, Rossi) gli attori che solitamente riescono bene in parti comiche (Finocchiaro su tutte) molto meno.

Il vero stupore dunque viene da quel "Fabio Bonifacci" nei credits. Uno dei 4-5 veri sceneggiatori italiani prestato ad un film che di fatto non ha scrittura. Un film che palesemente guarda al mercato straniero, visto il successo estero del predecessore (anche più del primo trabocca di donne con scollatura ampia, gesticolare, tovaglie a scacchi, sottovesti e abiti neri per i meridionali).
Ecco, per quello mi dovrei incazzare.

Cellulite e Celluloide - Il cinema a Radio Città Aperta

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su Radio Città Aperta (88.9 FM) ogni venerdì alle 20.00, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Torna Cellulite e Celluloide. Nuova radio, nuova vita, stesso format. Tanto per segnare continuità con il passato si comincia con l'anteprima di Benvenuti al Nord e poi con il resoconto sugli incassi dell'annata cnematografica 2011.
Per recuperare tutto il recuperabile facciamo la grande classifica dei migliori film dell'anno. In chiusura i film della settimana, il buon Non aver paura del buio, il raffinato La talpa e il veneziano Shame.




LA PUNTATA DEL 13/1/12


Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.



The Help (id., 2011)
di Tate Taylor

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Tratto dall'omonimo libro uscito pochi anni fa The Help è solo l'ultimo film in ordine di tempo ad assolvere ad uno dei ruoli di cui Hollywood si autoinveste ad intervalli regolari (soprattutto per ragioni economiche), ovvero quello di accostare alla storia effettiva degli Stati Uniti, una storia sentimentale, un racconto di piccoli eventi a margine dei grandi eventi che non ne illustrino lo svolgimento o i retroscena ma l'impatto che questi hanno avuto sugli esseri umani lontani dai palazzi dove si prendono le decisioni.
In particolare The Help racconta di alcune domestiche di colore del Mississipi (uno degli stati peggiori quanto a razzismo) negli anni '60, delle condizioni in cui versavano, come venivano trattate e del coraggio che ci volle per accettare di mettere i loro ricordi e le loro considerazioni nel primo libro a "raccontare le cose dal loro punto di vista".

Per fare la sua storia sentimentale Taylor rispetta tutte le infauste regole del genere. Una cornice idealizzata, ragioni e sentimenti polarizzati (cattivi che lo sono senza motivazioni e senza possibilità d'appello, buoni che lo sono per indole e non si pongono domande) e ben divisi in "squadre". Con una visione irrimediabilmente ottimistica e un attenuamento di qualsiasi possibile elemento di contrasto o di complessità riguardo la materia trattata, The Help cerca e trova lacrime facili e identificazione immediata con dei vessati pieni di dignità, valori, morale e furbizia.

Conscio di non poter ricevere nessun attacco, The Help si schiera con forza da quella parte da cui già sa di trovare il suo pubblico, a favore dei più deboli senza ipotizzare nemmeno una visione complessa della realtà, in cui questi abbiano dei torti.
Cinema di indubbio fascino, abile fattura, indomabile ruffianeria e incontenibile attrattiva, The Help è fatto per piacere a tutti, per tranquillizzare tutti (i torti si riparano sempre, l'uomo è il problema ma anche la soluzione) e ispirare ma senza ragioni, senza tesi o idee.
Tutto giocato su un ambiente curato, una natura forte, presente ed empatica e soprattutto sui volti dei suoi protagonisti, unica soluzione ipotizzabile per mettere a tacere qualsiasi discussione. Attori congelati in espressioni-modello, pensate per reggere tutto un film e poi deflagrare nel loro opposto durante la catarsi finale. Una lacrima, un'espressione d'intensa dignità o di dura accettazione di fronte a palesi umiliazioni, zittiscono tutto e appiattiscono qualsiasi volontà di andare al di là di quello che già pensiamo e su cui siamo già daccordo.