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28.2.13

Tutti contro tutti (2013)
di Rolando Ravello

PUBBLICATO SU 
L'esordio di Rolando Ravello alla regia è con una sceneggiatura scritta a 4 mani con Massimiliano Bruno, nella quale si cominciano ad intravedere gli elementi che caratterizzano lo storytelling del secondo più che le istanze di regia del primo. 
La storia è quella di una famiglia mediamente derelitta che vive in un appartamento nella periferia a Roma, di colpo occupato abusivamente. Un'altra famiglia entra in casa loro e si chiude dentro, senza intenzione di lasciarla. Non possono agire legalmente perchè chi gli affittava la casa non ne era il legittimo proprietario, quindi si attaccano, e per resistere decidono di accamparsi nel pianerottolo, arredandolo come una casa.

Massimiliano Bruno già prima del successo di Nessuno mi può giudicare ha cominciato a lavorare come un germe in tanta nuova commedia italiana, di certo con risultati molto alterni ma sicuramente portando un genere di storie e una modalità produttiva diversa (anche grazie al suo sodale degli inizi, Fausto Brizzi). Di Bruno questo film ha il contesto, quel tipo di periferia romana, e soprattutto ha l'umanità coinvolta, in gran parte extracomunitaria, italiani di seconda generazione e le famiglie che li hanno accompagnati, che lui tratta come i nuovi poveri del cinema italiano anni '50, piccoli freak adorabili e dignitosi. 
L'umorismo anche non cerca necessariamente il politicamente corretto e per quanto sia ancora ancorato ad uno schematismo buonista che individua negli stranieri la parte migliore del paese e negli italiani quella che ruba, imbroglia e ammazza, a fatica e con molte concessioni (tra cui un'agghiacciante finale con corsa di tutti i personaggi) spera di battere nuovi sentieri.

Purtroppo però Tutti contro tutti non riesce a fare buon uso delle molte possibilità del suo spunto comico principale (una famiglia per disperazione si accampa e vive in un pianerottolo) nè riesce a raccontare con audacia e un po' di gretto realismo il disagio suburbano, l'assenza dello stato e la disumanità del vivere moderno, apparentemente benestante ma in realtà derelitto. Eppure il tentativo di cercare una dimensione più sporca e autentica di commedia è evidente dal modo in cui i personaggi più volte si muovono strisciando, stretti tra palazzoni incolore, cassonetti o ampi spazi non colonizzati, non curati se non addirittura abbandonati, in cui la legge è totalmente assente.
La chiave degli spazi sembra dunque essere il guizzo maggiore, per quanto non realizzato fino in fondo, di un film che vorrebbe essere dalla parte degli ultimi ma come spesso accade, lo fa guardandoli dall'alto, con una prospettiva più paternalista e pietisca che paritaria.

2 commenti:

el señor dionigi ha detto...

un tempo, mi ricordo, parlavi giustamente (anzi, portavi proprio avanti un certo tipo di discorso) dell'importanza di avere comunque un'affidabile e costante produzione cinematografica di commedie italiane "medie", che poi dovrebbe essere la spina dorsale di tutta la nostra industria del cinema (in termini di occupazione etc.).

credo che tu avessi (abbia?) ragione, però sono sincero, nonostante sia un lettore/spettatore "pesante" (leggo molti libri e vedo molti film), proprio non riesco a trovare un motivo, uno solo per vedere un film come questo (e come molte altre commedie italiane "medie"). non parlo di massimi sistemi (per quanto potrei dire che questa trama è in realtà il dramma di un sacco di gente a corviale, torrevecchia etc. e quindi c'era poco da farci una commedia sopra; oppure che il buonismo di sinistra ha rotto i coglioni al cinema; oppure che questi attori - sì, pure giallini che fa sempre sè stesso - non si possono vedere), ma proprio di una ragione per uscire di casa, prendere la macchina, andare al cinema e dedicare un'ora e mezza a guardare questo film (con tutto quello che, peraltro, potrei vedere a casa su piattaforme legali).

certo, ogni tanto esce fuori un bel film dall'industria della commedia all'italiana (negli ultimi dieci anni, inarrivabile per qualità di scrittura è "questioni di cuore" della archibugi; tra le commedie, si salva "scialla"), però ho paura che, di tutto il resto, faticheremo a trovargli un senso, anche storico, molto presto...


Gabriele Niola ha detto...

In realtà molto di quel che esce è materiale mordi e fuggi, roba di rapido consumo che non rimane nella memoria. E questo da sempre, non oggi. E' vero per film degli anni '50 (che oggi vediamo con spirito etnografico "Guarda la macchina del caffè! Il bus con il posto per il controllore! Quella vetrinetta mia nonna ce l'aveva uguale!") per i film degli anni '60 (che oggi guardiamo con lo spirito tarantiniano "Hai visto quanto recita male da dio quello zombie?") e per i film degli anni '80 (che oggi guardiamo con nostalgia "Questo Italia uno lo dava un giorno si e uno no cazzo!").
Non so con quale spirito guarderemo questi, e nel caso specifico credo che Tutti contro tutti sia sotto la soglia di un cinema medio di qualità (Amiche da morire ne è un perfetto esempio). Se ha un che di significativo è che è il primo tipo di cinema che cerca di guardare i nuovi italiani non con lo sguardo da zoo, non come roba strana ma cercando di rappresentarli per quel che sono, elementi estranei al nostro tessuto urbano e sociale che tuttavia si integrano, lo plasmano, lo mutano e ci si adattano in maniere per il nostro paese inedite. A me sembra interessante che qualcuno cominci a raccontare questo nuovo tipo di relazione, anche se non lo fa con film allo stato dell'arte del livello medio.
Forse li guarderemo pensando "Guarda come faceva strano a tutti un nero in Italia!"


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