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20.3.14

Amici come noi (2014)
di Enrico Lando

PUBBLICATO SU 
Non c'è molto da aspettarsi da Pio e Amedeo se non magari un po' di forza vitale. Nessuno si attende chissà che comicità devastante (le battute e le gag sono le solite: l'equivoco, lo scambio, il rapimento venuto male, la figuraccia...) o che narrazione raffinata, le attese sono sotto le scarpe in quel senso, ma da due che al cinema non appartengono e che si guardano bene dal voler intavolare anche solo un piccolo ragionamento sarebbe lecito attendersi se non altro una spinta cattiva, una violenza verbale e contenutistica. Insomma una manifestazione di pensiero indipendente.
Invece Amici come noi è come la sua locandina.

Periodicamente ogni anno qualche comico televisivo tenta il salto al cinema. E fa bene, perchè statisticamente e storicamente una piccola percentuale trova un successo pazzesco (negli ultimi anni quasi tutti sotto il marchio Taodue, lo stesso di Amici come noi). Difficilmente sarà questo il caso.
Anche a volersi dimenticare cosa sia il cinema o un film, lo stesso Pio e Amedeo mancano di tutto. Non hanno l'originale punto di vista di Checco Zalone nè la capacità di inventare battute originali invece di ricicli di altre già sentite, nè tantomeno hanno la capacità di I soliti idioti di farsi interpreti comici delle istanze più malcelate del proprio pubblico di riferimento, il coraggio di uccidere i propri padri con un'arroganza e una violenza liberatorie. 
Pio e Amedeo ne loro fare i trasgressivi sono quanto di più inquadrato nel sistema si possa immaginare.

Con due personaggi che non si contrappongono a nulla ma anzi approvano tutto, senza testa, senza decisione, senza volontà, Amici come noi procede per tutta la sua durata rimettendo in scena un lungo repertorio di situazioni già note e abusate. 
I meridionali di provincia che vivono il contrasto tra tradizione e modernità (fanno gli impresari di pompe funebri ma tecnologiche), che si spostano in grandi città imitando gli stili di vita della televisione (il mondo dei festini, quello dei calciatori) e infine fanno una puntatina all'estero rifacendo i consueti stereotipi dell'italiano all'estero (che sarebbe la parte in cui si ride). Un repertorio stanco e sfinito già quando era sfruttato da Pieraccioni o utilizzato senza remore dai cinepanettoni degli anni '90 ma qui, se possibile, è realizzato con un po' meno di capacità e abilità rispetto a questi e di certo meno carattere.
Infatti alla fine, quel che davvero lascia sconfortati e un po' tristi, non è l'aver visto un pessimo e noioso film (pare non finire mai), ma la mancanza più totale di impegno da parte di chi l'ha fatto, il non aver nemmeno cercato di realizzare qualcosa che si potesse distinguere ma solo un'opera che fin dalla sua concezione nasceva media e solo poi è diventata meno che mediocre.

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