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25.2.15

Blackhat (id., 2015)
di Michael Mann

PUBBLICATO SU  
Il nuovo film di Michael Mann non arriva 6 anni dopo Nemico Pubblico ma 9 dopo Miami Vice. È quel mondo e quell'idea che Blackhat porta avanti, pompandone le parti migliore e mescolandola alle trovate urbane di Collateral, con un ritrovato spiritualismo laico.
Il digitale delle riprese (nessuno lo usa come lui, approfittando della scarsa dinamica dei colori, della piattezza delle immagini, non finalizzandolo per apparire distante dalla pellicola e facendosi forza di luci naturali) stavolta si sposa al digitale che sporca una trama più che usuale il tanto che basta a renderla poco diversa dal solito. Un hacker viene scarcerato per aiutare la polizia a risolvere un caso di attacco informatico in cui gli Stati Uniti collaborano con la Cina, ovviamente il suo obiettivo è anche quello di scappare ma eventi nel corso dell'indagine gli daranno motivazioni sufficienti a portarla a termine a tutti i costi.

L'investigatore che è il rovescio della medaglia dell'indagato, tra tutti i classici forse il preferito da Mann, la sua maniera di reinterpretare quel movimento tipico del polar per il quale ad un certo punto quando la posta in gioco si alza bene o male, giustizia o criminalità non contano di fronte ai rapporti, conta solo l'amicizia (o un rapporto di stima) a prescindere dal ruolo che si interpreta nella vita di tutti i giorni.
Come Miami Vice la narrazione è priva di colori drammaturgici sebbene piena di dramma, tutto è aciugatissimo ed epico (la coolness esasperata dei suoi personaggi, con occhiali da sole e abiti firmati portati con trasandata sicurezza) all'insegna del sentimentalismo maschile, quello delle poche parole e molte azioni, in cui ci si parla poco e ci si intende con uno sguardo (già Occhio di falco di L'ultimo dei Mohicani conquistava così la sua amata), senza mai bisogno di spiegare a parole quello che si pensa, anzi le parole di solito sono ingannatorie, dicono A ma il loro tono suggerisce B. Fare invece che dire, per i sentimenti come per tutto quello che importa davvero del film. Infatti alla stessa maniera del film tratto dalla serie televisiva da egli stesso curata, anche Blackhat usa una storia sentimentale tra un americano e una cinese per attrarre i grandi opposti e rendere difficile quello che dovrebbe essere semplice, l'ingiustizia suprema contro la quale è indispensabile battersi futilmente.

A rendere Blackhat ancora più preciso e sublime di Miami Vice (ma ugualmente dissonante per chi è abituato ai polizieschi classici, poichè lo svolgimento non punta davvero a raccontare la trama ma tutto quello che gli gira intorno, con una rarefazione incredibile per un film commerciale) è però il rapporto con la città, la vera ossessione di Mann da Collateral in poi.
L'Asia sembra il posto più giusto per il suo cinema, le metropoli sono più metropoli, i luoghi sono stati meno violentati da altri film e in un certo senso vergini per uno sguardo come il suo, la densità di neon, luci, umanità e l'indifferenza di tutto il contesto alle peripezie alle volte incredibili dei protagonisti è molto più esasperata di quanto non si possa filmare in America. Il grande aggregato di cemento in cui anche se spari ad altezza uomo lo stesso non sei nessuno, dove l'unica speranza è trovare qualcuno come te a cui stringerti, posti nei quali la materia dura degli edifici si scontra con quella molle delle persone, palazzi che incombono, condizionano e sembrano essere l'unico Dio che regola le vite delle persone, l'ecosistema in cui queste vite prosperano.

Blackhat è un thriller quasi spirituale. C'è una precisa vocazione esistenziale nella maniera in cui il suo protagonista affronta il proprio destino, si imbarca in un'impresa disperata e davanti alle scelte più difficili opta per quelle che ne mettono a rischio la vita, con un nichilismo e un cinismo verso se stesso che sarebbero sensati solo se fosse un religioso. Ovviamente non lo è, la chiesa del cinema di Mann è la città, i suoi comandamenti sono l'ingiustizia del destino, i suoi precetti sono la coerenza verso i singoli e non il senso del dovere verso un'istituzione, la sua salvezza è solo un'altra persona.

Gli appassionati di cose di informatica troveranno soddisfazione, forse è il miglior film mai fatto sul cybercrimine ma non aspettatevi aderenza al reale al 100%. In un film in cui ci si spara senza problemi in un centro abitato o in mezzo alla folla non pretendete che anche attraverso il computer non si compiano un po' d'azioni improbabili. È un film, non un documentario.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Grazie, da informatico la chiosa mi rassicura.
Va bene Mann ma quando vedo password crittografate a 128 bit decrittate in 30 secondi mi si schianta sempre la sospensione dell'incredulità.
Mi piacerebbe non fosse così ma le deformazioni professionali ci fregano sempre :)

Gennaro


gparker ha detto...

Ma quello ci sta, sono certo che i pugili si infastidiscono a vedere Rocky e io in primis rido quando vedo i giornalisti nei film.
Basta non fissarcisi (da parte nostra) e non esagerare (da parte loro)


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