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23.2.15

Vizio di forma (Inherent vice, 2015)
di Paul Thomas Anderson

PUBBLICATO SU  
Quando nella vita di Doc Sportello ritorna Shasta, la donna dal suo passato, noi non sappiamo ancora niente di lui, il film è appena iniziato, è il 1970 e quell'aria da fresca sera californiana assieme ai violini di Jonny Greenwood, che si battono per retrodatare il film agli anni '50, hanno già detto tutto. Shasta è tornata, non sembra più quella di prima, dice la voce fuoricampo, ha un problema e chiede aiuto a Doc: un grosso immobiliarista sta per essere fregato dalla moglie, lei dovrebbe essere parte del piano in qualità di esca ma non sa che fare, crede di dovere qualcosa a quell'uomo ed è probabile che questo in lei sia considerato un vizio di forma, si fa troppi scrupoli. Sembra la scena del bar di Le catene della colpa, una donna dal passato varca una soglia e nulla può essere come prima, il protagonista entra in un vortice perchè "Tu sei l'unico che non mi hai mai abbandonato".

Paul Thomas Anderson usa il romanzo omonimo di Thomas Pynchon per cercare di andare dritto al nocciolo duro del cinema noir, per essere sentimentale in quella maniera e tratta la trama come il fronzolo che è: tantissimi personaggi, storie e misteri che si avvicendano uno dopo l'altro ma in fondo non contano niente, sono un mondo disperato e privo di senso (per questo fa molto ridere) in cui il ricordo di quell'amore è inseguito come un'oasi. Vizio di forma raggiunge un senso di malinconia per il passato in quanto tale che è il succo stesso del noir, l'impressione che tutto vada verso il peggio e non ci resti che ricordare, cercando inutilmente di ricreare il passato. Paul Thomas Anderson usa un intero film per cercare di arrivare alla sensazione di perdita dell'innocenza personale nell'anno in cui la perse il suo paese (il passaggio tra il sogno dell'estate dell'amore degli hippie e la tragedia di Charles Manson) e trova il suo capolavoro.

C'è un poliziotto brutale che non riesce a nascondere la sua spinta omoerotica verso Doc Sportello (che si traduce in un'ossessione spesso violenta nei suoi confronti), una banda di nazisti alleati con un magnate ebreo (e una gang nera), un'organizzazione di dentisti creata per motivi fiscali, una barca al largo su cui la gente sale e scende e una spia per conto del governo che ha abbandonato la famiglia. Forse è tutta un'allucinazione, forse è un sogno di Doc Sportello sul suo amore scomparso, partito all'inizio quando lo vediamo placidamente sdraiato in una tranquilla serata, oppure forse è una storia tutta vera ma guardata dal punto di vista di un investigatore hippie continuamente fatto, uno che immagina cose che non ci sono, che vede i personaggi televisivi rivolgersi a lui, che ha una coscienza personificata che gli parla, lì accanto a sè anche nei ricordi (Sortilege), e non manca di farsi condizionare dall'aria di paranoia dei tempi che vive. Forse quella Golden Fang di cui tutti parlano davvero è una grande organizzazione che vende droga, rimedi alla droga e denti finti per gli eroinomani o forse è solo Doc che la vede così, magari è solo una barca.

Immerso in un oceano di marcio che si presenta tutto concatenato (come nei migliori complotti), Doc in realtà nuota per trovare la sua Shasta (anche se questo "non significa che torniamo insieme") e ricreare quel momento di qualche anno prima in cui in un giorno di pioggia uscirono per cercare droga e fu uno dei giorni più belli della loro vita insieme. Due movimenti di macchina quasi uguali mostrano quel ricordo bagnato e un presente in cui là dove non c'era nulla ora si erge un posto di inganni e doppi giochi. È forse il momento più misteriosamente bello di questo film pazzesco, quello in cui passato e presente sono messi a confronto con inquadrature simili ma non identiche. Tutto è cambiato e non si riesce a tornare indietro.
Doc Sportello per tutto il film sfiora soltanto un mondo intero di comica assurdità che sembra uscito dai deliri caotici dei fratelli Coen (se solo avessero un cuore), contaminati da un sentimentalismo molle e passivo. Più che risolvere misteri ci passa dentro senza avere la minima influenza, accontentandosi alla fine di fare almeno una cosa giusta e ricongiungere un uomo alla sua famiglia (il cui tema musicale dice tutto il resto).

I misteri di Vizio di forma sono così tanti e ramificati che c'è l'impressione che si possa indagare per sempre, trovando infinite altre storie collegate a queste senza però capire mai tutto davvero, perchè ognuno ha qualcosa da nascondere. Magari le paranoie sono tutte vere e la soluzione dista solo un ennesimo altro passo. Non c'è nulla di certo ma non importa, sono tutti dettagli, elementi che agitano le acque intorno all'ossatura forte del film: i lunghi dialoghi che Anderson filma con inquadrature fisse lentamente strette sui due interlocutori.
È mostruoso come questo regista lavori sul campo fisso come scheletro narrativo, riuscendo ad illuminare di colori fluo da libro in edizione economica le sue scene di dialogo notturne ma anche a realizzare un'incredibile sequenza di seduzione sul divano, in cui il ruvido rumore di pelle (umana) su pelle (del divano) è quasi di insostenibile desiderio. Joaquin Phoenix è il sole attorno al quale tutto gira (il suo personaggio è meno caricato rispetto a The master e ne giova tantissimo, serve ogni scena perfettamente, la esalta e ne esce rinforzato) ma il vero colpo di Anderson stavolta è Katherine Waterstone (Shasta), corpo perfetto del desiderio, sexy, fragile e indecifrabile, sussurra tutto il film, la si ama intuendone il pericolo. Quando muove le gambe nei ricordi di Doc spiega più di ogni scena il desiderio di ritornare a quei giorni, quando non sorride spiega meglio di ogni dialogo perchè il presente non è il passato.

4 commenti:

tony ha detto...

E' lunga pure la recensione...


Gabriele Niola ha detto...

AHAHAHAHAHAHHAHHA


Francesca ha detto...

Ma insomma è un filmone?!
Io non ho capito ne il film ne la recensione!!!


Gabriele Niola ha detto...

entrambi capolavori. La recensione forse un po' di più.

A me è piaciuto tantissimo. C'era un senso di dolcezza per il proprio passato e per le cose perdute che non tornano più ("Questo non significa che torniamo insieme"), di quel poverello di Doc Sportello che mi ha sventrato dentro
Quando inizia, con Shasta che entra dalla porta di dietro che quasi neanche la riconosce, con quei colori, quella brezza da serata al mare e una valanga di malinconia malcelata sono impazzito di goduria.
Per me è un filmone

Visto due volte
Manco è uscito da un weekend e già l'ho visto due volte


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