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25.11.15

The visit (id., 2015)
di M. Night Shyamalan

M. Night Shyamalan è tornato.
Quello che probabilmente è il più grande talento sprecato del cinema contemporaneo, emerso con due film diversi ma ugualmente dirompenti come Il sesto senso e Unbreakable (il primo clamoroso e inarrestabile, il secondo più difficile e di nicchia), dopo quegli exploit non è più riuscito a mettere la sua tecnica magistrale al servizio di storie che avessero un senso, non è più riuscito ad eludere il grande problema che si nasconde nel suo storytelling: il ridicolo. I suoi film sono stati un declino inesorabile fino a After Earth, pietra tombale che pareva la chiusura definitiva di una carriera. Invece Jason Blum, il produttore più interessante e inventivo dei nostri anni, l’ha recuperato e gli ha affidato un progetto dei suoi, uno con un budget minuscolo (5 milioni di dollari), nessuna star e il mandato di lavorare quasi solo in una casa nello stile found footage. Il risultato è lo Shyamalan dei tempi migliori.

The Visit innanzitutto non è un film fatto in sicurezza, non si misura con il proprio genere puntando solo a fare il minimo indispensabile ma anzi è un film molto audace, che mescola umorismo e thriller in maniere rischiosissime, con l’impressione in ogni momento di rovinare entrambe le dimensioni e riuscendo invece ad alimentare l’una con l’altra, l’affezione ai personaggi data dalla condivisione di una risata con la paura per quel che gli può accadere.
Ci sono due ragazzi mandati dalla mamma a trovare i nonni che non hanno mai conosciuto per problemi che questi avevano avuto con la figlia. La più grande ha velleità registiche e vuole fare un documentario sui nonni, il più piccolo rompe le scatole e collabora malvolentieri. Tutto sembra rose e fiori, non fosse che di notte accadono cose stranissime intorno alle quali e non senza timore, i due indagano di giorno. Non è una commedia nè una parodia The Visit ma un film che si diverte assieme ai personaggi, uno che si immedesima così tanto da prendere i fatti con la leggerezza di un ragazzino, anche quando fanno paura. Uno che ha l’incoscienza di ridere di cose che mettono paura. Già questo è un tono e un equilibrio da sponsorizzare.

In più Shyamalan, che con il rigore che lo caratterizza giustifica perfettamente ogni ripresa del suo found footage, si produce in una serie di suggestioni capaci di lavorare nel retro del cervello, pescando dalla memoria collettiva senza sbatterlo in faccia. C’è un inseguimento a 4 zampe sotto la casa che gioca a rimpiattino con i j-horror, ci sono incursioni notturne che fanno pensare dal cinema satanista e una fantastica dinamica del gatto col topo (con lo spettatore) riguardo il mito di Hansel e Gretel. Shyamalan in buona sostanza fa Hitchcock: pilota le aspettative e le suggestioni dello spettatore per poi usarle contro di lui, gli instilla delle idee che sfrutta per suggerire invece di dire. Tutto riservando alla notte le scene di paura e lasciando di giorno quelle di tensione.
Non manca il più classico degli Shyamalan twist (i colpi di scena per i quali è famoso) ed è una gioia vederlo funzionare davvero, stupire e prendere in contropiede di nuovo.

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