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30.3.16

Race (id., 2015)
di Stephen Hopkins

Era molto, troppo semplice raccontare la storia di Jesse Owens, atleta afroamericano che vinse 4 medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino volute, organizzate e pompate dai nazisti. La parabola di un grande uomo dalle origini umili che solo facendo il suo dovere vince la partita con se stesso, i suoi rivali e più in grande con la storia, salendo 4 volte sul gradino più alto del podio davanti a Goebbels e Hitler, ha un cuore cinematografico così forte che nemmeno Leni Reifenstahl, nonostante la vicinanza al regime, riuscì a trascurarla in Olimpia, il suo film celebrativo sulle Olimpiadi.
Stephen Hopkins di certo non ha un tratto sottile o un fare moderato e così trascina la storia nel vortice della retorica senza esitazioni e senza dubbi. È convinto che quel modo di mettere in scena sia l’unico che conti. Come spesso capita però, proprio le storie molto semplici da raccontare sono quelle che meriterebbero la maggiore attenzione e cautela.

Il risultato è un film biografico molto classico, dalle origini del mito fino alla sua consacrazione, che non manca nemmeno uno degli appuntamenti tipici del cinema agiografico e contemporaneamente una semplificazione eccessiva della storia. Con una confidenza infatti eccessiva nelle potenzialità del budget che ha a disposizione (quanto a ricreazione in computer grafica di ciò che non esiste), Hopkins, cerca la grandezza e la grandiosità ma per raggiungerla abbassa tutto il livello della complessità. Riducendo i nazisti a dei malvagi da fumetto, uomini imbronciati pieni di minacce, e i protagonisti ad un coacervo di buoni e buonissimi, dall’animo tenero anche quando hanno un’espressione burbera.

Race è una lunga unione di scene madre, di discorsi che ispirano o mirano a commuovere, puntellato di titaniche contrapposizioni, la negazione stessa della sottigliezza e, forse non a caso, il trionfo di un certo semplicismo tipico dalle produzioni più banali per la televisione. Con un pugno di film all’attivo e diversi lavori per la tv alle spalle, Hopkins con Race dimostra che il suo cuore batte più verso il tv movie edulcorato che verso il cinema, che preferisce cioè la celebrazione acritica alla visione complessa, che non si interessa alla storia ma al mito puro e semplice, che tra un santino scevro da ogni contraddizione e un ritratto chiaro e semplice preferisce sempre il secondo. Il risultato è una pappa scodellata, buona per chi non vuole essere turbato ma utile semmai a passare un po’ di tempo senza problemi.

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