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18.5.16

Julieta (id., 2016)
di Pedro Almodovar

CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES
Niente conta di più in un film di Almodovar della maniera in cui le protagoniste mostrano il loro essere donne. Quanto tengono alla propria apparenza? Quanto questa influisce nelle loro vite? Ridipingeranno casa o lasceranno la carta da parati? I loro studenti sono innamorati di loro? E loro come reagiscono ai complimenti? L'amore maturato in treno sarà consumato mentre fuori nevica? E in che posizione? Accanto ad una maniera femminile di vivere i sentimenti e quindi intendere la vita, esistono una serie di interrogativi e dettagli squisitamente superficiali che costituiscono i piaceri del vivere da donne e il piacere esclusivo di questo regista di metterle in scena. L'ammasso di dettagli, trucchi, smalti, colori, abiti e tagli di capelli, tutto insieme crea un mondo che non è solo visivo ma anche intellettuale, è una dichiarazione in sè, una visione di mondo così chiara e decisa da poetr flirtare con il caricaturale.
E sebbene Julieta sia una storia che poco o nulla ha a che vedere con i corpi, perchè tratta della perdita e di come un lutto amoroso infesti la vita di un gruppo di donne, minandone i rapporti per decenni, lo stesso quest'obiettivo puramente sentimentale ha inevitabili ricadute fisiche.

Il film sembra voler approfondire solo una parte della trama di Tutto su mia madre, occupandosi più nel dettaglio di una morte (il motore principale del melodramma assieme al colpo di fulmine) simile a quella che apre quel film. Non ci sono una serie di Esteban a morire stavolta ma una serie di Xoan, personaggi dallo stesso nome, tutti maschi, che in una maniera o nell'altra annegano in fiumi o, ancora più almodovarianamente, in mari in tempesta, lasciando le donne nel loro mondo di colori accesi, di vestiti rossi e smalti rossi in evidenza dentro auto rosse. Può succedere qualsiasi cosa ma l'obiettivo rimarrà sempre su Julieta e il suo dolore, intento a capire tramite l'apparenza delle cose, e quindi anche tramite il corpo, come la sua femminilità reagisca a quello struggimento e come ne possa uscire.

Questo regista che ha nel travestitismo l'evidenza più diretta della propria ossessione per la differenza tra come si appare e quel che si sente, qui lavora tra passato e presente con due corpi differenti, due attrici che fanno lo stesso personaggio in età diverse. Eppure il film non compie questa scelta per ragioni di realismo (di quello ad Almodovar non è mai importato nulla, grazie a Dio) ma per raccontare il decadimento. Julieta passa da giovane a matura non con lo scorrere del tempo ma con uno shampoo che segna una maturata rassegnazione al lutto. Il corpo segna il nuovo status, come il corpo di Ava la abbandona per un ictus e il corpo della figlia adorata, più cresce più perde femminilità per schiudere infine un segreto.

Sarebbe audace definire Julieta come uno dei film migliori di Almodovar ma è anche evidente che fino a che questo regista continua a ragionare in questa maniera, continua cioè ad usare immagini, corpi e intrecci con una simile complessità (il fenomenale turbinio di coincidenze ha il consueto dissonante stridore con il realismo sentimentale), nessun suo film costituirà mai un passo indietro. Qui non si trova nè il tragedismo disperato delle sue opere più celebrate, nè il ribellismo degli esordi, nè la leggerezza magnifica di Volver o il rigore intellettuale di La Pelle Che Abito, eppure lo stesso Julieta si muove con uno stile talmente originale e personale da regalare sorprese e spunti inediti. Non si può fare a meno di scrivere che senza eccezioni il cinema di Almodovar, anche in questa fase, continua ad essere uno dei più puri e godibili, dei più complessi e stratificati possibili, una vera e autentica indagine del mondo (e del sesso femminile) da un punto di vista personalissimo comunicata con straordinaria empatia.

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