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20.5.16

The Neon Demon (id., 2016)
di Nicolas Winding Refn

CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES
Atteso era atteso questo nuovo film di Nicolas Winding Refn (che lo firma all’inizio con le iniziali in stile Yves Saint Laurent). Dopo il successo mondiale di critica e pubblico di Drive e quello più parziale e ristretto di Solo Dio Perdona, il cineasta danese sembrava pronto a spaccare il mondo invece molto poco è uscito da Neon Demon. E dire che le idee messe in campo sembravano perfette per lui. Anche l’apertura, con la sua musica elettronica e i colori psichedelici e fluo, i titoli di testa che sembrano uscire da un film di Mario Bava e si chiudono con l’immagine che molto ha girato di Elle Fanning reclinata su un divano sanguinante, lasciavano sperare per il meglio.
Un inizio perfetto per la storia di una ragazza di provincia che approda a Los Angeles per lavorare nella moda. Sei donne per l’assassino rivisto da Refn. Ma non è così.

La small town girl tale prende subito una piega strana perché tutti sembrano sviluppare un’ossessione per lei. Invece che scontrarsi con un mondo difficile, in cui avere successo è un miraggio, la protagonista si scontra con un eccesso di successo immediato: piace, piace tantissimo e a tutti, fino a convincersi che “Io non voglio diventare come le altre, sono loro che vogliono diventare me”. Il primo photoshoot di prova, con un grandissimo fotografo è un momento di pura goduria filmica. Sola nel set con il fotografo, le viene detto di spogliarsi e lei lo fa con un imbarazzo virginale, dopodichè verrà stuprata con dolcezza a colpi di trucchi, vernice d’oro, foto e musica elettronica.
Non è una scena di sesso ma la sua iniziazione alla moda sembra una violenza sverginante di piacere estetico. L’introduzione in un mondo che non conosceva e che la vuole possedere. Magari fosse stato tutto così il resto del film!

È chiaro che Refn è lì che vorrebbe andare a parare, nel fetish, nell’ossessione del dettaglio, nell’estetica pura e maniacale, la bellezza dello stile utilizzato al massimo, dai neon ai set in piscina, dai colori ai trucchi in volto. Tutto per lo stile, tutto per la bellezza e i capezzoli in vista dietro la pelle. Ma se ancora ancora la prima parte regge e monta un intreccio che sembra promettere bene (l’entrata in scena di Keanu Reeves è da manuale vero, da cinema italiano di paura anni ‘60; il breve pezzo di Christina Hendricks invece è un gioiello di grottesco), da metà in poi Neon Demon si chiude su se stesso, oltrepassa lo specchio e perde ogni trama o intreccio cercando la sola astrazione.

Solo Dio Perdona anche aveva avuto questo tipo di audacia (per non dire Valhalla Rising) ma lì l’ossessione per la violenza prendeva la forma della paura della mutilazione, facendo in modo che le immagini di potere si sposavano bene con li terrore. Insomma il piano di prendere lo spettatore non attraverso la logica ma attraverso la suggestione funzionava.
Qui le stesse trovate, gli stessi ralenti e lo stesso strano modo di utilizzare frame che paiono fotografie in un film che cerca la sinestesia pura (finendo per trovarla in sequenze che potrebbero essere state rubate a Tron Legacy), non riescono mai ad andare in una direzione chiara. L’impressione finale è quella di un film sfilacciato che manca di unità e coesione e che nemmeno un finale più duro e splatter può più salvare.

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