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4.9.16

El Cristo Ciego (id., 2016)
di Christopher Murray

MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA
CONCORSO
Un bambino dice di aver trovato Cristo, di averlo trovato proprio dentro di sè, lo dice con voce fuori campo mentre si fa martellare dei chiodi sui palmi delle mano con un sasso. È El Cristo Ciego.
Diversi anni dopo la stessa persona gira il Cile più povero, predica la tolleranza e cerca di tirare fuori il meglio dalle persone, racconta storie per spiegarsi, battezza e raccoglie consensi e insulti in pari numero. Il film di Christopher Murray da un inizio così folgorante (con un protagonista così vuoto che sembra davvero il genere di dimesso interprete della volontà divina che le scritture tramandano) lentamente lungo tutta la sua durata si spegne, verso un finale mesto, non prima di essere passato attraverso un'umanità ai margini da tutto, priva di speranza ma bisognosa di ogni cosa, senza che davvero questa parabola di vera o presunta cristologia riesca a mostrare qualcosa all'altezza del contrasto che mette in scena tra carne e spirito. Addirittura, in un momento che quasi ricorda il fenomenale finale di Ordet, El Cristo Ciego tenterà anche un miracolo. Altra occasione sprecata tanto per il protagonista quanto per il film.

El Cristo Ciego è uno di quei film in cui tutti i personaggi (e gran parte degli attori) appartengono alla categoria umana che un film simile non lo vedrebbe mai. Mette in scena un popolo disperato, piccolo e superstizioso con un afflato poetico che non sta nello suo sguardo di chi narra (magari!) ma viene attribuito ai soggetti ripresi, restituisce cioè una versione migliorata delle persone raccontate, una più elevata e romantica pur nella sua disperata povertà, nei suoi scenari distrutti e secchi, desertici e al limite del mondo. È il trionfo del fasullo a beneficio di nessuno, di una idilliaca proposizione della grande poesia della vita semplice e autentica, popolare e quindi concreta. La cosa intollerabile è che questo non avviene attraverso la forza di uno sguardo che sa cogliere quello che un altro tralascerebbe, che sa guardare e far guardare quei posti e quegli uomini in maniera diversa (l'unica maniera di creare una nuova consapevolezza) ma avviene mettendoli in scena per quello che non sono: persone caratterizzate da una pacata e serena temperanza, da una delicatezza e una serafica economia di gesti e parole che tradizionalmente non appartengono a quei soggetti.

Non si chiede ovviamente al cinema di mettere in scena solo gli stereotipi, di farci vedere e rivedere ad oltranza sempre la medesima rappresentazione, i medesimi tipi e i medesimi caratteri con i medesimi volti. Si chiede semmai di non appaltare alla messa in scena quella delicatezza nel rappresentare l'umanità ai margini di tutto che dovrebbe stare al regista. Se è vero (e questo il film lo sa e lo tiene bene a mente) che proprio gli uomini e le donne che sono al centro dei piccoli viaggi di El Cristo Ciego sono i soggetti più sensibili, le persone più dimenticate e non "guardate", è mai possibile continuare a comporre delle elegie tanto fasulle quanto stucchevoli sui loro corpi e i loro volti?

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