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23.9.16

La Vita Possibile (2016)
di Ivano De Matteo

Ci sono film che nascono e muoiono nella prima scena. La Vita Possibile è uno di questi.
Due bambini in bicicletta in una via di Roma, così di Roma che dietro di loro c’è S. Pietro (è una strada particolare, molto nota nella capitale, percorrendo la quale si incorre in un effetto ottico per cui più ci si allontana da S. Pietro, lasciandolo dietro di sè, più questo sembra ingrandirsi invece che rimpicciolirsi), i due scherzano, si salutano e in pianosequenza seguiamo uno dei due che entra in cortile, poi in casa, tra le urla. Un uomo, presumibilmente il padre, sta picchiando una donna, la madre, che guarda il bambino straziata piangendo. Lui dalla paura si fa la pipì addosso.

Invece che essere una scena dura, pulp, molto metropolitana e arrabbiata come si potrebbe intuire, ripresa con lo sporco che potrebbe meritare un contesto simile e come sarebbe stata forse in un altro film, è una scena drammatica in una messa in scena rassicurante, pulita, innocua. Drammatica ma senza infastidire, non troppo realistica e nascosta dietro quella patina di artificioso tipico della televisione pigra. Il risultato immediato è il grottesco, dato da un’azione implausibile (le botte che suonano finte, Margherita Buy che incassa male), recitazione inaccettabile (il bambino principalmente ma anche il padre violento) e una gestione maldestra del ritmo.

Così inizia La Vita Possibile e così muore il film. Il resto del film sarà un lungo racconto di come madre e figlio scappino a Torino da un’amica e cerchino un’altra vita portandosi dietro i fantasmi della violenza (fisica e psicologica) subita. Incontri, pseudo figure paterne e un rapporto strano tra il bambino e una prostituta. La violenza domestica sulle donne vista nelle sue conseguenze: che mondo crea, che bambini influenza, che problemi comporta. Però La Vita Possibile è talmente educato da suonare morto, l’esatto contrario della vitalità o della brutalità che racconta. Non è mai in grado né di trascinare realmente nella disperazione, pensato com’è per abbandonarsi alle crisi di un bambino attore non eccellente, appoggiato a personaggi da fiction come il ristoratore francese dal buoncuore ma il passato turbolento, e fondato su un intreccio debolissimo, in cui ogni sottotrama non si risolve mai a pieno ma dovrebbe contribuire ad un sentimento generale che non emerge mai.

In questo film che appare più che altro velleitario tutto rimane tremendamente in superficie, annunciato a gran voce dai luoghi comuni del cinema di sofferenza umana (i pianti, le crisi, le urla, le fughe in bici…) ma mai approfondito dal cinema vero (quello delle immagini che si parlano tra di loro, del rapporto tra personaggi e paesaggi, della capacità di sorprendere lo spettatore colpendolo dove non si aspetta di essere colpito). La Vita Possibile somiglia insomma più ad una pubblicità progresso molto lunga: animato dalle migliori intenzioni, irreale nel contesto, determinato a raggiungere il suo buon messaggio attraverso il percorso più diretto e chiaro, tarato sul minimo comun denominatore e decisamente paternalistico.

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