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8.9.16

Voyage of Time: Life's Journey (id., 2016)
di Terrence Malick

MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA
CONCORSO
Il soggetto di questo film di Terrence Malick è molto semplice: la storia della vita sul pianeta Terra.
In maniera non dissimile da diversi altri film che nel corso del tempo hanno messo in scena, o almeno ci hanno provato, il processo che ha portato le forme di vita che conosciamo ad abitare il nostro pianeta anche Voyage of Time: Life’s Journey affronta la questione cronologicamente. Prima il big bang, poi i primi organismi minuscoli, poi le forme di vita acquatiche, l’approdo alla terraferma i dinosauri, gli sconvolgimenti climatici, le forme di vita che conosciamo e poi, solo nella breve ultima parte, l’uomo. In questo percorso (scientificamente non proprio inappuntabile e “amico” dello spiritualismo) sono anche inseriti estratti di video a bassa qualità su eventi contemporanei: rivolte, fame nel mondo, povertà, contrasti, guerre. Non manca infine la caratteristica voce fuoricampo che sciorina pensieri filosofici, questa volta affidata a Cate Blanchett. Quella purtroppo sempre più pedante e meno funzionale, sempre più parodistica e per nulla evocativa.

Se suona familiare è perché lo è, Malick aveva già tentato una simile breve ricostruzione all’interno di The Tree Of Life, in quel film aveva fondato assieme al direttore della fotografia Emmanuel Lubezki un nuovo standard visivo. Quel modo di mettere in scena la vita, i ricordi e la poesia del naturalismo è oggi in ogni film statunitense e non, quel modo di lavorare sul controluce, la suggestione e i dettagli di piante, animali e corpo umano è utilizzato da chiunque voglia esprimere nostalgia, sogni, ricordi o affetto per una situazione o qualcuno. Gli stessi Lubezki e Malick hanno continuato ad usare questo stile in tutti gli altri film dopo The Tree Of Life, di fatto piccoli satelliti che gli orbitano intorno al pari di questo (alla cui fotografia però c’è Paul Atkins, fotografo di seconda unità in tutti i film citati, che porta avanti il medesimo stile di Lubezki). Come se un grandissimo capolavoro potesse generare dei figli che gli somigliano e portano avanti il suo stesso discorso.

Non è quindi con l’idea di vedere un’opera nuova che sì può guardare Voyage of Time ma per approfondire qualcosa di già visto. Malick sembra esaltarsi nel macroscopico e microscopico, ha un gusto visivo per la rappresentazione dell’immenso o dell’immensamente piccolo che sono (ancora una volta) personalissimi e sempre riconoscibili. Eppure è nell’ultima parte, quando entra in gioco l’uomo (nella forma di aborigeni) che il film decolla. Se in precedenza centra alcune immagini particolarmente sorprendenti, ma non trova mai la facinazione, in quel momento cambia il gioco e Malick comincia a fare Malick, cioè a lavorare in ogni inquadratura mettendo sullo stesso piano d’importanza esseri umani ed elementi. C’è qui una maniera di inquadrare il sole, inteso come palla luminosa, che lo mette sullo stesso piano delle persone o delle piante, rivoluzionando l’impressione che ogni forma di vita abiti un mondo in cui non è l’unica. C’è una passione per i corpi che fa impressione e riempie di meraviglia.

Ma è l’immagine che chiude il viaggio nel tempo dai primordi all’oggi ad impressionare più di tutte, una veduta di una città moderna, di notte e piena di luci, pensata per essere il contemporaneo ma anche il futuro, una come non ne avevamo mai viste. Negli ultimi vent’anni tutti i film sembrano essere consci della storia del cinema, sembrano conoscere quel che è venuto prima di loro, quelli di Malick mai, non hanno referenti, non si appoggiano a niente, non ricordano nulla, fondano da zero tutto il loro immaginario. Non stupisce quindi che se tutti inquadrano le metropoli di notte per suggerire fantascienza, Malick riesca a fare di più e, come per il resto del film, riprende il nostro mondo oggi per farlo sembrare il nostro mondo in un altro tempo.

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