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23.12.16

Passengers (id., 2016)
di Morten Tyldum

Soli nello spazio profondo Chris Pratt e Jennifer Lawrence, un meccanico e una scrittrice, hanno tutto a disposizione per stare insieme. Lui la corteggia a lungo, senza fretta (benché ne abbia parecchia visto che è stato un anno totalmente solo), lei si innamora gradualmente e vivono il primo anno insieme come una coppietta felice. Tutte le commedie romantiche sono una grande metafora dell’andamento classico della storie d’amore, dall’euforia iniziale alla fase di stanchezza, dalle rotture intermedie, ai necessari conflitti fino alla creazione di un equilibrio con il quale convivere. È così Passengers, che mette due personaggi nel posto più assurdo (in viaggio verso un nuovo pianeta da abitare) e leva tutta l’umanità intorno a loro (i due si sono svegliati mentre gli altri dormono un sonno criogenico per altri 90 anni) crea la metafora delle metafore, l’ultima grande allegoria dell’esigenza di avere qualcuno accanto.

Questo film di fantascienza che non lo è davvero, prende l’ambientazione di Wall-E, gli leva ogni ironia, e ci ambienta la storia di un uomo solo, effettivamente, abbandonato come si può sentire chiunque desideri una storia d’amore senza trovarla, disposto a tutto per averne, che scende ad ogni bassezza pur di trovare la compagnia dell’altro sesso. In questo Passengers non è niente male, è molto in linea con la nuova fantascienza (priva di nemici e avventure nel senso classico ma densa dell’ansia di scoperta di qualcosa di nuovo), porta avanti il suo non-intreccio (di fatto non accade niente) per tre quarti del film con grande abilità e sviluppando un interesse potentissimo per i corpi e il loro contatto. Il film non mostra niente ma lavora tantissimo sul desiderio (ovvero su quell’assenza), sulla presenza carnale di due esseri umani davanti all’obiettivo che non potranno che finire insieme, e sembrano saperlo tanto quanto il pubblico nonostante rimandino.

Ovviamente nel finale qualcosa scatta, una parte più d’azione che, come annuncia il trailer, flirta con la paura del disastro ultimo e ovviamente sarà condita dalla fobia fondata da Gravity (essere persi per sempre nello spazio). È lì però che qualsiasi sospensione si perde, in un’avventura condotta sui binari meno plausibili in assoluto, con espedienti salvifichi incredibili e buchi di trama impensabili per un prodotto così sofisticato. Passengers si affretta a finire in una chiusa improvvisa e priva di soddisfazione o di sorpresa. 
Un gran peccato per quello che poteva essere il film d’autore mascherato da blockbuster dell’anno, invece è solo il naufragio di una buona idea.

SPOILER 
Solitamente su BadTaste non siamo soliti commentare il rapporto che esiste tra come un film è promosso e come sia realmente, perché cartelloni e trailer da sempre tendono a dare una versione più commerciale possibile del film. Anzi oggi lo fanno meno che negli anni del bianco e nero. Stavolta però esiste una differenza clamorosa che ci sembra importante spiegare a chiunque desideri capire quanto il film possa fare per sè, anche se implica spoilerare il finale della storia. 
Il trailer completo spiega più o meno la storia per come è ma alla fine su schermo nero si sente la voce di Chris Pratt affermare che i due sono stati risvegliati per una ragione. Messo lì alla fine il dettaglio è fondamentale perché dà al film un tono avventuroso, implica un villain o un complotto, implica la lotta contro qualcuno o qualcosa, un mistero da svelare, un piano ordito, insomma l’avventura classica. Niente di tutto ciò. Quella frase non è presente nel film e nemmeno quel concetto. È un’invenzione del trailer che non ha nessun legame e nessun contatto con quello che il film è.

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