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21.4.17

Boston: Caccia All'Uomo (Patriots Day, 2017)
di Peter Berg

Ci sono alcune delle qualità migliori del cinema di Christopher Nolan in Boston: Caccia All’Uomo, soprattutto c’è la capacità di quel regista di gestire narrazioni grosse e complesse come fossero esili. Peter Berg è da diverso tempo che lavora sulla guerra, sul confronto umano e sulle storie vere, tenendo sempre come accompagnamento battente la retorica dello spirito americano, come se tutto lo avesse condotto a questo film sugli attentati di durante la maratone di Boston. A differenza di Lone Survivor o Deepwater Horizon qui non si concentra più su una squadra ma allarga la narrazione a moltissimi protagonisti e coprotagonisti, tutti in scena contemporaneamente, in un film-città che ambisce a raccontare tutto e tutto insieme. Non fossimo lontani dal cinema sovietico dei tempi d’oro si potrebbe quasi parlare di eroe-massa.

Il prima, il durante e il dopo messi in ordine cronologico, la preparazione, i momenti di panico e di morte durante l’attentato e poi, come dice il titolo italiano, la caccia all’uomo che è seguita. Ci sono vittime trattate come coprotagonisti, protagonisti che ad un certo punto sembrano marginali, non più eroi indomiti responsabili di tutto ma pedine come altre che fanno la loro piccola parte e poi c’è un incredibile personaggio di J. K. Simmons, poliziotto che sembra non fare niente per tutto il tempo, lo vediamo di quando in quando preso da faccende minori in piccole scene apparentemente svincolate dal resto e poi, al momento cruciale, arriva a fare la propria parte. Un monte di scenette preparatorie, di attimi quotidiani per raccontare come un atto eroico possa esplodere tutto insieme, per raccontare la capacità e il coraggio di essere al servizio della legge in un attimo in cui si concretizza tutto. Sono tecniche da cinema d’autore, qui al servizio del cinema più commerciale possibile.

Ma non è solo questo, in Boston: Caccia All’Uomo, l’esaltazione della resilienza americana, della capacità cioè di quel popolo di resistere ad ogni urto o attentato e uscirne più forti di prima, meno spaventati, per nulla intimoriti, è affiancata anche al racconto di come uomini comuni sappiano scendere nell’inferno della guerra e non temano nulla per arrivare all’obiettivo. È tutta propaganda, narrazione che il paese fa a se stesso per confermare e reiterare una mitologia, creare sicurezza e fiducia in se stesso (uno sforzo che, per il solo fatto di essere perpetrato tramite il cinema ne testimonia ancora la sua centralità, come quando La Signora Miniver aveva il compito di rappresentare la resistenza degli inglesi allo sforzo bellico), tuttavia è anche magnifica narrazione moderna muscolare, capace di tenere tutto assieme senza rinunciare a nulla, un’orgia di fatti, eventi, persone e linee narrative mai eccessive, mai confusionarie. Film che dieci anni fa non sarebbero stati pensabili.

Così potente ed energica è la narrazione in Boston: Caccia all’Uomo che si permette ad un certo punto anche di andare in deroga a se stessa, di cambiare, filtro e lenti, di diventare iperrealista, digitale a bassa qualità per un momento di pura guerriglia metropolitana che sembra preso dal cinema di Michael Mann visto attraverso il titanico desiderio di grandezza di Berg.
Alla fine ci sarà la celebrazione degli uomini veri dietro gli attori, con le foto, i nomi e le immagini reali, ci sarà ovviamente il disprezzo per gli attentatori, i loro usi, i loro costumi e la loro idiozia al di là di qualsiasi possibile realismo, ma su tutto in questo film retorico al massimo regna una capacità di fare cinema capace di far passare in secondo piano le piccolezze, riempiendo gli occhi e la testa di un sentimento e un desiderio di esaltazione più grandi.

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