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15.5.17

King Arthur (id., 2017)
di Guy Ritchie

Le storie dei film di Guy Ritchie sono sempre abbastanza semplici, è semmai il suo stile di racconto che le ingarbuglia mescolando con il montaggio situazioni, momenti e nasconendo o svelando indizi solo quando serve. Il segreto di pulcinella dello storytelling (il rilascio graduale delle informazioni) per questo regista inglese non è una questione di scrittura o di recitazione, ma una puramente di montaggio, il suo giocattolo preferito. Ha reso in questo modo unico il gangster movie britannico ma ha anche creato una dimensione fumettosa a Sherlock Holmes.
King Arthur non fa eccezione e inventa un altro modo ancora di sfruttare la sua passione per gli stacchi violenti e le associazioni originali, uno che mette sullo stesso piano diversi tempi e dà vita al blockbuster più tradizionale e originale al tempo stesso degli ultimi anni.

La storia è quella del piccolo Artù, che vede morire la madre davanti ai suoi occhi per mano dello zio Jude Law, ma rimuove il ricordo. Cresciuto in un bordello impara la vita della strada e come Conan il Barbaro da quel trauma emerge come un colosso di scaltrezza e pugni duri. Ben integrato con la vita cittadina e i sistemi di potere cittadini verrà costretto, come tutti i sudditi, a tentare di estrarre la spada nella roccia riuscendoci nello stupore generale. Questo lo renderà immediatamente il nemico n.1 della monarchia e lo metterà automaticamente nelle fila della fazione opposta.
In linea di massima il film segue questa linea, cioè quella effettivamente proveniente dal Ciclo arturiano e da alcuni romanzi più moderni, ma c’è molto di più da un universo fantasy in cui i maghi sono una fazione a sé, guidata da un Merlino che non vediamo fino ad un culto orientale della spada come oggetto depositario del potere.

Sembra di essere davanti ad un film d’autore per l’audacia delle soluzioni e invece è un trionfo di cinema mainstream, Ritchie usa il montaggio per creare l’illusione che presente passato e futuro, a tratti, convivano nel medesimo momento. Riesce a rendere molto chiara una narrazione che fa avanti e indietro con il futuro, che si riavvolge con un flashback e subito dopo mostra qualcosa che verrà. La padronanza tecnica è mostruosa, il risultato esaltante e nel farlo riesce anche a non perdere di vista i dettagli che danno corpo alla storia, come ad esempio un design delle creature di straordinaria efficacia (si veda cosa accade quando il re scende nei sotterranei ad evocare dalle acque una creatura che pare uscita dal Dune di Lynch). Lo si capisce subito cosa accadrà già da quando, dopo la prima grande scena introduttiva, parte quella che potrebbe essere considerata la sigla, un montaggio in cui il piccolo Artù cresce nella violenza e nella microcriminalità, con una musica in totale antitesi. È contemporaneamente qualcosa che riconosciamo e qualcosa cui non siamo abituati.

Sarebbe facile sostenere che Ritchie ingarbugli così tanto le acque e facciamo così tanto baccano da creare uno specchietto per le allodole, che si agiti molto senza avere nulla da dire, in realtà quello che ha da dire lo dice proprio con quest’uso personale del montaggio, è la maniera in cui crea un’epica dell’avventura unica ingaggiando un duello con lo spettatore, sfidandolo a destreggiarsi tra i suoi diversi piani di racconto. Anche perché nei molti flashback c’è sempre qualcosa di nuovo che viene svelato quando serve, incluso il gran finale. La visione del grande blockbuster di Guy Ritchie è un artificio totale in cui si sente la voce del narratore tramite l’uso della tecnica, così artefatto che anche diversi popout in 3D non stonano né tirano fuori dalla narrazione, anzi paiono in tono con la sua mano pesante. Artù, nonostante il nobile lignaggio, è in realtà un arrogante coattello di periferia con i capelli alla moda moderna (e non è l’unico dettaglio visivo che grida modernità) e i muscoli grossi, un manovale, protettore di prostitute. Per capire come possa essere davvero re serve proprio muoversi come fa Ritchie tra diversi piani temporali, guardare il suo passato assieme al futuro fino a farli convivere nello stesso istante nello scontro ultimo.

A deludere è semmai la parte recitativa. Jude Law è un ottimo villain (dal cinismo un po’ post Young Pope) ma il resto del cast, incluso Charlie Hunnam, latita e stenta a lasciare il segno. Nei pochi momenti in cui si avverte l’ampio respiro della “formazione di un leader” a partire dal classico bullo a la Ritchie (che poi è quel che racconta questo film, evidentemente primo di una serie), sembra che tutto ciò avvenga nonostante la recitazione dozzinale.

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