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25.5.17

Rodin (id., 2017)
di Jacques Doillon

CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES
Quest’agiografia di Rodin non è tanto un brutto film, è un’opera dalla collocazione sbagliata. Un film simile prodotto per la televisione nazionale, per quei canali che si occupano di rafforzare l’identità nazionale, perpetuando il racconto delle grandi personalità francesi, sarebbe anche apprezzabile, sarebbe da considerare molto buono. Al contrario in sala è un disastro perché non parla la lingua del cinema, almeno quella che oggi è la lingua del cinema, e lo fa a partire proprio dal protagonista, Rodin, interpretato da un attore bravissimo, Vincent Lindon, che non interagisce mai davvero con gli altri attori o con l’ambiente ma pensa a sé e alla sua prestazione. Come su un palco teatrale, Lindon incontra altri oggetti o persone ma non ci stabilisce una vera relazione.

È la medesima maniera in cui funzionano le fiction italiane biografiche, lavorando sulle caratteristiche narrative molto riconoscibili (il grande artista affamato di donne e non compreso dai suoi contemporanei eppure inflessibile con il proprio lavoro, uomo duro e rigido in cui balena la sensibilità artistica) e sulla parola. Si tratta della forma più basilare di resa incondizionata di un film, quando appalta ai dialoghi ogni spiegazione invece che accettare la sfida di trovare modi di raccontarle che lavorino con le immagini o (addirittura) inventino percorsi personali nella messa in scena.

Doillon tocca in questo film vette di cultura liceale insostenibili, con un bisogno di ostentare le sue belle ricerche sulla materia che appesantiscono tutto. Quando Rodin incontra Cezanne e Monet sembra di assistere all’esposizione di un ricerca in cui vengono collegati i vari autori, con i personaggi che si raccontano a vicenda le proprie similitudini e differenze, i propri rapporti umani ed artistici senza ragioni apparenti che non siano il parlare tra sé per parlare in realtà al pubblico.
Cosa ancora peggiore questo film non è nemmeno la ricerchina di uno studente sveglio ma quella di un secchione che sembra aver imparato tutto a memoria senza aver capito niente.

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