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25.6.17

Metro Manila (id., 2013)
di Sean Ellis

Non è filippino Sean Ellis, non lo è il suo cosceneggiatore, né il direttore della fotografia (lui stesso), il montatore o nessun membro della crew. Eppure Metro Manila è un film che trasuda filippine, coprodotto con dei filippini in squadra, recitato da un cast solo filippino, tuttavia girato con stile occidentale. Contenuti locali, messa in scena mondiale. Ci arriva in Italia con 4 anni di ritardo (è del 2013) ma valeva la pena aspettare.

In questa storia ci sono almeno 3 film diversi. C’è il primo, quello di una famiglia in difficoltà che si sposta dalla campagna alla città, lui e lei sono giovani e innamorati ma non c’è lavoro e quindi tentano la fortuna a Manila con una bambina piccola a cui fa male un dente e un neonato. Qui il “miserabilismo” del film è al massimo, spinto senza remore sul registro pietistico. Della città inizialmente capiranno pochissimo (bello l’arrivo con il sonoro della metropoli, la confusione delle riprese da lontano) e subiranno le ingiustizie di chi si approfitta di loro.

Ce n’è un secondo poi che è un’opera morale alla Farhadi, quando lui, dopo tanto tribolare, incontra qualcuno che comprende le sue difficoltà e in virtù di un comune passato militare gli offre un buon lavoro, rischioso ma ben pagato, il portavalori, e anche una casa provvisoria. Però per tutto questo ci sarà un conto da pagare, gli sarà chiesto un favore che va contro ogni sua morale e dovrà scegliere tra la fedeltà a sé e quell’oncia minuscola di apparente benessere conquistato per la famiglia.
E infine ce n’è un terzo di film nel finale che è quando tutto precipita e diventa Cane di Paglia di Peckinpah.

Ellis è bravissimo, lento e dosato nel suo racconto, lavora ottimamente su dialoghi e silenzi riuscendo a scatenare interesse e partecipazione ai dilemmi già dalla prima parte, quella meno tesa. Soprattutto permea questa storia, che in altre mani poteva essere anche un film d’azione, di uno spiritualismo cristiano e di una luce religiosa che rispecchiano le idee dei protagonisti e impongono questioni morali. Dio è molto presente anche se poco menzionato, la maniera in cui Metro Manila guarda l’umiltà dei suoi protagonisti tradisce l’approccio religioso, eppure sarà proprio questa religione di colpe, pene, espiazioni, fioretti e dolore propedeutico alla grazia, a regalare poi una seconda parte fenomenale, piena di contraddizioni e dilemmi.

Metro Manila è la zona metropolitana della città più grande delle Filippine, la zona anche della corruzione, dei soldi che passano in fretta, del desiderio di arricchirsi, dei bordelli, delle braccopoli e delle pistole estratte con facilità, dei peccati, il girone infernale. Mettere proprio lì questo nucleo familiare campagnolo, sempliciotto e delicato (ma con dietro un’esperienza militare, cioè con dietro la violenza, come piacerebbe a Jacques Audiard) impone al film un percorso di santità molto terreno. Molto materiale.
Forse Sean Ellis in certi punti è un po’ semplicistico ma la scelta di un registro popolare è funzionale al film, e ad una certa ingenuità di fondo, verso la quale però Ellis ha una posizione: la vede sempre come una virtù e mai come un difetto.

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