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30.3.18

Nelle Pieghe Del Tempo (A Wrinkle In Time, 2018)
di Ava DuVernay

Ci doveva essere un’avventura al centro di Nelle Pieghe Del Tempo, almeno così sembra di capire dagli eventi narrati. Una ragazza viene trasportata in un altro mondo in cui poter trovare il padre creduto scomparso ma in realtà finito lì anni prima. L’obiettivo è salvarlo e riportarlo a casa. Tutto viene da un omonimo libro del 1963 e anche il film ha al centro in modo abbastanza inequivocabile un’avventura, eppure non vuole essere tale. Questo è il primo e più grande problema di Nelle Pieghe Del Tempo, anche prima del fatto di essere diretto ampiamente sotto gli standard dei blockbuster americani, pur intendendo averne le medesime ambizioni.

Con un trucco e parrucco degno di un videogioco di ruolo giapponese tipo Final Fantasy, tre guide celestiali aiuteranno la protagonista, suo fratello e loro amico nella ricerca. Sono attrici famose tra cui spicca Oprah Winfrey, in vacanza premio, venerata non solo come personaggio ma dal film stesso come attrice, colossale e importante, inquadrata come un monumento è lì per apparire e fa la minima fatica possibile. Il film inoltre è il primo a non credere nel proprio obiettivo (il ritrovamento del padre), visto come non costruisce la tensione del raggiungimento, come non è intenzionato a divertirsi o spaventarsi o essere in tensione per quel motivo, e di conseguenza gli spettatori cominciano ben presto a non tenere nemmeno loro a quest’obiettivo.

Il punto di Nelle Pieghe Del Tempo è proprio un altro. Invece che far ruotare tutto intorno ai fatti (cioè all’azione, gli eventi, le difficoltà e le soluzioni) o ancora attorno a sentimenti come la rivalsa e la conquista che pure sarebbero vicini ad una trama simile, Ava DuVernay preferisce far ruotare tutto attorno alla stabilità emotiva dei personaggi. È questa la grande metafora della storia: la conquista di una stabilità e della fiducia in sé. Una metafora così in primo piano e così poco nascosta da stufare immediatamente. E nonostante ad un certo punto una scena con un tornado faccia pensare che il film possa trovare una sua forza, tutto torna quasi subito alla ripetitiva serie di cambi di vestiti e acconciature, conditi con complimenti continui fatti a vicenda (ma soprattutto ad Oprah).

Ovviamente non aiuta il fatto che Nelle Pieghe Del Tempo sia proprio diretto male, privo di quel controllo totale dell’immagine e quella sicurezza in una messa in scena invisibile che sono l’ossatura principale dei grandi blockbuster pieni di effetti digitali (far scorrere il film non affaticando più del dovuto la visione e contemporaneamente fondere vero e finto come se non ci fosse differenza). Invece di avere la sicurezza necessaria Ava DuVernay è scomposta e goffa, non riesce nell’intento di intrattenere, tantomeno in quello di educare, sembra voler sottolineare di continuo le componenti digitali (non sempre ottime) e così non riesce neppure a raccontare una storia piacevole da ascoltare, una verso la cui soluzione lo spettatore desideri correre. Anzi. Nelle Pieghe Del Tempo più avanza, più tortura con le sue continue ripetizioni di attestati di stima reciproca e grandi insegnamenti che paiono tali solo a parole.
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