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1.6.18

Resina (2018)
di Renzo Carbonera

Resina inizia specificando di raccontare la storia di una comunità realmente esistente tra le montagne del nord Italia che parla una lingua ormai quasi morta, il cimbro. Sono rimasti solo loro custodi di quest’idioma ma nonostante il peso che la didascalia iniziale sembra dargli nel film poi tutto ciò non ha un vero senso, il linguaggio arcaico che dovrebbe unire la piccola comunità non lo fa realmente ma noi non sentiamo che da quello dovrebbe derivare la loro unione. Il Vento Fa Il Suo Giro qualche anno fa aveva tentato il medesimo tipo di racconto etnografico che sfociava in cinematografico con l’occitano, ma lì l’ingerenza della lingua era un’altra.

In Resina invece la trama è quella di una ragazza che da quel paesino era partita verso la grande città e che lì ora torna perché non ha fatto la carriera nella musica che sperava. Nel paesino c’è la sua famiglia un po’ disastrata, con una madre chiusa nel mutismo e una sorella che si è presa tutti i pesi sulla spalle e c’è però anche un coro tradizionale ormai decimato che forse avrebbe bisogno di qualcuno di esperto per tornare a sperare nei concorsi internazionali. Dinamiche da centro piccolo, speranze velleitarie e vecchi ostinati. Gli ingredienti sarebbero pure buoni ma il film davvero non sa che farsene, è ostinatamente reticente ad affidarsi ad un intreccio potenzialmente appassionante e gli preferisce il percorso di apertura alle proprie origini della protagonista che non funziona mai a dovere (complice Maria Roveran, la protagonista, mai davvero interessante).

Resina è sostanzialmente noioso, questo il suo grande problema. Appesantito da attori non in grado di reggere un film e una regia che regolarmente pare puntare sulle componenti più punitive del film, desidera senza successo creare interesse per i suoi marginali, per questi uomini e donne che dovrebbero così tanto riscoprire la forza della tradizione e delle proprie origini ma sembrano sempre non riuscire a farcela. Con una sceneggiatura così esile e parca di dialoghi, espedienti di retorica del cinema e intrecci, sarebbe stato necessario davvero un altro tipo di ritmo e un’altra idea di cinema (decisamente più sofisticata) per rendere Resina anche solo minimamente interessante, per dargli almeno un passo accettabile.
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