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1.6.18

End of Justice - Nessuno è innocente (Roman J. Israel, Esq., 2018)
di Dan Gilroy

Roman J. Israel è rimasto agli anni ‘70 come il suo look e il suo taglio di capelli. È un idealista, avvocato attivista che lavora in uno studio la cui faccia è quella del suo socio. Roman è il topo di archivio che vince le cause, il socio invece il portavoce con le doti sociali, quello che posiziona lo studio e gli assicura la sopravvivenza tra una causa pro bono e l’altra. Morto il secondo il primo si trova spiazzato e costretto a confrontarsi con il mondo del lavoro e i suoi compromessi. Troppo duro e puro per sporcarsi le mani con cause di dubbia morale, troppo serio per mediare con gli altri avvocati, troppo preparato e maniacale per lavorare a tirar via come spesso è richiesto o tollerare come gli altri lavorano, Roman non è autistico ma potrebbe esserlo, il suo essere disadattato somiglia a quella tipologia di relazione con il mondo.

Insomma non è un ruolo da matto ma ci va vicino, e Denzel Washington è quello che lo sa meglio di tutti. Questo film è un veicolo per lui come del resto Nightcrawler (l’opera precedente scritta e diretta da Dan Gilroy) lo era per Jake Gyllenhaal, anche lì la ricerca di un lavoro era un problema per una mente influenzabile e instabile, anche lì il desiderio di arrivare e il fascino del denaro, del successo e dell’accettazione sociale che ne deriva generavano mostri, anche lì un taglio di capelli particolare era l’elemento rivelatore. Quando deciderà di cambiare e provare ad adattarsi al mondo infatti Roman J. Israel come prima cosa cambierà taglio.

Rispetto al nero vortice di avidità, vanità e mito del successo inteso nell’accezione peggiore di Nightcrawler, End of Justice compie un’operazione più complessa, identifica il passato (quegli anni ‘70 mai evocati ma sempre presenti come nucleo in cui hanno avuto origine e massima espressione i movimenti per i diritti civili) i veri valori e tramite questo personaggio fuori dal tempo che scrive sulla carta e si affida ai fogli invece che ai software, cerca di incastrarli nel presente per vedere cosa accade. Spoiler: accade ben poco di interessante, per colpa di una trama molto indecisa e piena di colpi di scena contraddittori che sembrano più che altro provare a percorrere ogni possibile strada sperando di trovare qualcosa di significativo che la conduca verso il finale a cui tutti abbiamo già capito arriverà comunque.

A catturare l’interesse semmai è Denzel Washington nel ruolo che (in originale) dà il nome al film. Lui si trasforma in un dispositivo emotivo ambulante, con i movimenti o l’assenza di movimenti e la postura modifica l’ambiente intorno a sé, collezionando tutto quel che di sentimentale ci può essere nella scena, attraendolo e convogliandolo nel suo personaggio. In ogni momento. Come una calamita ogni cosa accada lo colpisce e lo condiziona anche di poco e dai suoi movimenti intuiamo bene quanto e come. Quando poi gli viene dato spazio per piccoli assoli (come il colloquio con l’associazione per diritti civili, tutto fatto seduto su una sedia) rilascia quel che ha accumulato con grandissima economia di gesti che non ne limita la potenza.
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