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23.8.18

Tutte Le Volte Che Ho Scritto Ti Amo (To All The Boys I’ve Loved Before, 2018)
di Susan Johnson

Ci sono tre donne dietro Tutte Le Volte Che Ho Scritto Ti Amo: Susan Johnson, regista obiettivamente misurata e molto abile nel far coincidere la messa in scena di un mondo colorato con gli stati d’animo dei personaggi (colori sobri per sentimenti sobri, colori forti per sentimenti forti); Jenny Han autrice del bestseller To All The Boys I’ve Loved Before (medesimo titolo originale del film che quando è stato tradotto in italiano è stato leggermente cambiato, perchè? Mistero); Sofia Alvarez che il libro l’ha adattato abbastanza bene (almeno fino ad un certo punto).
Il risultato sembra sapere bene dove andare e come farlo, sembra sapere che punto di vista avere e di certo sa descrivere benissimo le dinamiche tra ragazze (meno le controparti maschili) ma incredibilmente non sa essere coerente fino alla fine.

C’è una protagonista che ha scritto diverse lettere mai spedite a ragazzi di cui è stata innamorata, anche anni prima, ormai ha 16 anni e sembra non volersi buttare in nessuna relazione, fino a che non è costretta dal fatto che sua sorella minore a sua insaputa invia quelle lettere. Di colpo 5 ragazzi sanno che lei è innamorata di loro (non sono a conoscenza di quando sono state scritte le lettere), uno in particolare è il suo amore attuale e un altro scopre di avere una convenienza da tutto ciò e decide di stringere con lei un patto: faranno finta di stare insieme.

Qui il film si separa dal libro (o meglio dai tre libri scritti da Jenny Han) e qui cominciano i problemi. Fino a questo punto Tutte Le Volte Che Ho Scritto Ti Amo è stato sveglio intelligente e ha unito diverse mitologie del teen movie femminile, dai riferimenti iniziali alla narrativa classica (la protagonista è un’avida lettrice di romanzetti rosa definiti “strappa-corsetti”) al fatto che lei ad un certo punto si percepisca e si racconti come una di queste protagoniste in un’identificazione tra immaginazione e reale molto suggestiva. Anche la moltiplicazione delle linee romantiche (al posto delle solite due) è promettente con 5 possibili spasimanti a cui arrivano le lettere e relativi possibili intrecci.

Purtroppo nel momento in cui il film diventa autonomo, dovendo risolvere la trama più in breve di quanto faccia la trilogia, abbandona tutto ciò e la sua buona scrittura e buona regia le indirizza non benissimo, su territori più noti, di fatto tradendo l’impostazione e dimenticando i presupposti che creano il buon titolo originale (due dei 5 destinatari di lettera non li vedremo mai, uno è gay ed esce di scena subito). Emergono così quei limiti così ben tenuti a bada fino a quel momento: perché l’attrice a cui è affidato il ruolo principale (Lana Condor) è così poco espressiva? Perché i due ragazzi che costituiscono le due linee sentimentali si somigliano così tanto? Perché il secondo (originariamente quello di cui è innamorata) è così poco approfondito? Che fine fanno le altre lettere? Perché nessuno ne parla più?
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