È finalmente accettabile che una donna lasci un uomo per passare al modello più giovane.
È questo il terreno conteso da La Conseguenza, quello in cui una coppia lasciata a pezzi non tanto dalla seconda guerra mondiale appena conclusa ma dalla morte di un figlio si trasferisce a Berlino subito dopo la fine del nazismo per lavorare alla non facile ricostruzione. Lui cercherà di affogare il dolore nel lavoro, lei rimarrà a casa con i tedeschi con cui condividono l’abitazione.
Non c’è quel senso pazzesco di libertà e fine di tutto che si respirava in The Allied ma La Conseguenza è lo stesso un buon film, una storia di macerie in cui i resti dei bombardamenti, i resti del nazismo e i resti di un amore sono in primo piano. In questa landa desolata di dolore in cui tutti hanno perso qualcosa o qualcuno è facile che due solitudini si incrocino. Sarebbe però facile pensare che come al solito sia la storia di un amore proibito che libera una donna dai lacci sociali della sua epoca, ma proprio quando La Conseguenza sta per diventare questo tutto cambia, rivelando la vera anima del film.
È accaduto che anche nell’unico genere in cui la donna e le sue esigenze sono sempre stati cruciali (il melodramma), il nuovo ruolo assunto dal femminile ha sparigliato le carte.
Così se abbiamo le convenzioni del melodramma come l’uso di comunicazioni non convenzionali (qui è la musica, dal grammofono puntato per amore, al pianoforte come strumento di ricordo e unione o anche di arroganza) o il corpo melodrammatico fondamentale dei nostri anni (Keira Knightley che con questo film aumenta la sua percentuale vertiginosa di film in costume interpretati in carriera), ci sono anche momenti imprevedibili come una strana confessione durante un ballo, o una scena topica alla stazione che non va come ci si aspetterebbe. La Conseguenza non ha regole sociali da scardinare ma animi da ricostruire.
In tutto questo rimane molto lontano sullo sfondo l’ambientazione, un post-nazismo tipico dei nostri anni (guerra e campi di concentramento non si portano più, adesso va il dopoguerra e i nazisti nascosti), in cui in un clamoroso ribaltamento sono i seguaci di Hitler ad avere i numeri tatuati sul braccio per essere identificati. Si poteva decisamente fare di più di quest’ambientazione ma La Conseguenza sceglie di farne un fondale poco incisivo, utile alla tensione della svolta finale della trama ma non davvero caratterizzante.
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