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22.5.19

C'Era Una Volta A... Hollywood (Once Upon a Time in Hollywood, 2019)
di Quentin Tarantino

Per Tarantino Hollywood è un regno da favola. Non è da Tarantino. Il resto del film, invece, sì, e si apre con il logo Columbia mal allineato (quel difetto della proiezione in pellicola per il quale la parte superiore dell’immagine sta sotto quella inferiore) e un forte rumore di fruscio. Tutto finto, tutto ricreato, tutti dettagli di piacere e godimento fisico di un film che se ne fotte altamente di realismo storico e compie l’impresa bassa e alta al tempo stesso di raccontare i piaceri più bassi legati al cinema, istintivi, brutali. Vivere cinema, fare cinema, fruire cinema.

Di tutti i registi che nei decenni hanno celebrato il cinema nei loro film Quentin Tarantino è davvero l’unico che non ne canta la bellezza o l’importanza ma il godimento fisico. La visione per lui ha lo stesso grado di goduria dei vizi e qui si accompagna sempre a dei drink o a del cibo mostrati, raccontati e descritti per bene. Vedere un film fa godere e Tarantino gode nel far godere i suoi personaggi e il pubblico. Non c’è sesso in C’era Una Volta a... Hollywood ma i personaggi godono tutti dal primo all’ultimo. Addirittura anche un cane gode nel vedere il cibo che viene preparato per lui e assaporare il momento in cui lo potrà mangiare. Questo in ultima analisi racconta questo lungo, largo e compassato film di dialoghi: il piacere di godere ogni minuto di ciò che si ama. E diamine se Tarantino ama l’audiovisivo!

Rick Dalton è un attore di serie B, aveva una serie tv di buon successo negli anni ‘50 ma sta cercando di passare al cinema, purtroppo fa solo il cattivo che le prende in mille piccoli show o filmacci orrendi. Non decolla e non decollerà gli dice un produttore che va pazzo per lui (Al Pacino). Con lui si accompagna il suo stuntman che gli fa anche da cameriere e tuttofare, Cliff. Viviamo due giorni con loro e (separatamente) con Sharon Tate che abita accanto a Rick, due giorni di Febbraio nel 1969 fatti di set, serate e un’incursione involontaria là dove sta Manson. Poi dopo 6 mesi in cui Rick tenta la fortuna nel cinema di serie B italiano (in film dai titoli esilaranti) ci ritroviamo nel giorno e nella notte di Agosto in cui morì Sharon Tate.

C’era Una Volta ad Hollywood appartiene al “nuovo Tarantino” quello di Hateful Eight che relega l’azione propriamente detta a pochi minuti (qui sono 15 su 160 totali) e dilata i dialoghi anche più di quanto non facesse nei primi film, si perde nel racconto del superfluo come fanno Richard Linklater o Abdellatif Kechiche, solo che lo fa con il suo stile, la sua ironia e le sue idee sui rapporti tra esseri umani. Tarantino finalmente libero dalla maledizione di essere Tarantino e dover “fare” Tarantino (come detto inizialmente lo fa solo nel finale). E lo stesso il risultato è una meraviglia a più livelli, in cui la trama è un orpello.

Questo film è l’Effetto Notte di Tarantino, il cinema raccontato come mestiere a tutti i livelli dai produttori, ai registi, agli agenti, agli attori, agli stunt (c’è Kurt Russell e c’è Zoe Bell, marito e moglie), fino alle costumiste e anche alle sale (con la cassiera e la maschera), tutto è preso in un unico grande racconto che si svolge dentro ad Hollywood vista come un luogo mitologico in cui ogni cosa ha a che vedere con il cinema (del resto la famiglia di Manson si nascondeva su un ex set abbandonato). La prospettiva però è sempre quella del cinema di serie B, la serie A è vicina e lontana al tempo stesso, sta nella villa accanto rappresentata da Roman Polanski ma è irraggiungibile per Rick Dalton, che intanto impara le sue battutacce con un registratore a bobine mentre si sbronza in piscina e il giorno dopo sarà bacchettato da un’attrice bambina professionalissima.
Tutto nel mondo di questo film è a tema cinema come in Cars tutto è a tema auto.

Sono elementi da sempre presenti nei film di Tarantino ma qui presi di petto. I suoi personaggi finti si muovono in mezzo a quelli veri, interagiscono e interferiscono con loro e i loro piani (Cliff quasi infortuna Bruce Lee sul set di Green Hornet) ma alla sera sono tutti a casa a guardare i medesimi show televisivi. La fruizione culturale di una volta, simultanea e (agli occhi di Tarantino) magica, quella che fa tenere la bocca un po’ aperta a Cliff e Rick mentre guardano Rick stesso recitare nella serie tv FBI.
Periodicamente Tarantino dice che smetterà di fare film, poi in realtà ne annuncia uno nuovo. Se questo fosse davvero il suo ultimo film sarebbe il canto del cigno perfetto, un’opera così vasta da coprire tutto il suo mondo e la sua visione di ciò che adora vedere e fare, cinema di bassi istinti che nessuno canta e che pensa di non contare niente (“Hai mai visto quei western italiani? Fanno schifo!”). Ed è così grande il suo cuore che anche chi guarda se ne innamora ancora di più di quanto non lo sia già

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