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22.11.19

Countdown (id., 2019)
di Justin Dec

Ci sarebbe da derubricare facilmente Countdown a horror passatempo, film senza idee ma con una fattura onesta, al più basso livello nello spettro della sufficienza, se non fosse che abusa senza vergogna di temi, notizie, figure, culture e movimenti per innalzare uno statuto che invece il suo linguaggio per immagini vorrebbe bassissimo.

Di suo il film sarebbe un Final Destination dei poveri con note da tech-horror, quello in cui sono i software o le tecnologie in generale a causare e propagare il maligno (come una volta facevano scatole o libri). Saccheggiando al padre dei tech-horror, The Ring, dà un tempo limitato ai personaggi prima che arrivi la loro morte e il compito di indagare sull’origine dei quell’app malefica per evitare di morire. Intanto intorno a loro parenti e amici che cercano di sfuggire la morte (cosa vietata dalle policy dell’app accettate all’installazione) trovano la morte proprio per questa ragione.

Insomma non muore chi si ubriaca e fa sesso ma chi viola le condizioni di utilizzo (unica idea carina, assieme all’hacker che ha fatto scuole cattoliche e quindi capisce il latino che sta tra le righe del codice dell’app, anche se entrambe sono più vicine alla parodia che ad un horror sensato) e l’immaginario cui il film fa riferimento, la maniera in cui rappresenta la morte, i demoni e tutto il circo che gli gira intorno è così povero, ma così povero da dover continuamente salvarsi tramite il jumpscare. Vorrebbe essere una variazione sulle idee di demonio di 60 anni fa di Rosemary’s Baby ma non ne ha né la classe né la capacità di far galoppare l’immaginazione dello spettatore intorno a ciò che mostra.

Fino a qui è per l’appunto un horror fatto in serie, simile agli esperimenti migliori nel genere ma non a quel livello di qualità, uno che fa leva sull’atteggiamento molto comune che porta a sottovalutare ciò a cui aderiamo e ciò che facciamo online, senza pensare che la tecnologia abbia delle conseguenze. Quello che fa arrabbiare è come in maniera totalmente pretestuosa e maldestra voglia cavalcare mode e gusti del pubblico ad esempio proponendo un prete nerd, caratterizzato così male da dovergli mettere in bocca la frase “La Bibbia è come i fumetti” per riconoscerlo come tale, oppure, ancora peggio, come fa del #metooxploitation.

Cavalcando la generale presa di coscienza femminile e la lotta agli abusi di potere sul posto di lavoro con fini sessuali, inserisce una sottotrama inutile e trascurabile su un medico che insidia la protagonista (che di lavoro è infermiera) per poi accusarla di molestie quando lei lo rifiuta, mettendola in difficoltà. Appiccicata con lo scotch al resto questa parte di film non ha né la capacità di imporsi come il vero male (nella maniera in cui il razzismo o altre malignità umane fanno in IT) né ha un vero senso nell’economia del film ma è solo una strizzata d’occhio per accattivarsi un pubblico fingendo di credere quello che lui crede, pensare quello che lui pensa ed essere allineato alla modernità.

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