L’immaginario legato al racconto del nazismo, sia nella versione olocausto che nella versione delle atrocità nel fronte interno, è stato prosciugato e annullato da centinaia di film che hanno ripetuto, ribadito e riproposto sempre i medesimi concetti con le medesime figure e i medesimi personaggi nelle medesime situazioni. Film sul tema continuano ad essere fatti ma sostanzialmente non significano più niente, sono solo coazioni a ripetere che stimolano reazioni sempre uguali in virtù dell’atrocità che sappiamo essere reale. Il punto però è che quell’immaginario lì, in sé, è stato svuotato di senso e impoverito di significato dall’usura e dalla mancanza di idee o punti di vista non certo “alternativi” ma almeno nuovi, diversi, freschi.
Per questo è incredibile il lavoro di ribaltamento comico classico che Taika Waititi riesce a fare nelle prime scene di Jojo Rabbit proprio a partire da quell’immaginario di forza e fierezza, nazionalismo e persecuzione ebraica. Prende le immagini chiave del nazismo e le ribalta con musica moderna e recitazione moderna. Tradisce la ricostruzione d’epoca ma trova una chiave nuova.
A fronte di questo inizio potentissimo, per lo più ambientato in un campo estivo per giovani nazisti in cui il protagonista di 8 anni dovrà imparare a diventare un uomo e, come aspira ardentemente ,un buon nazista mangia ebrei, il resto del film sarà invece un lento rientrare nei ranghi più usuali e convenzionali. La storia di Jojo Rabbit è infatti una molto ordinaria resa un po’ diversa dal fatto che la vediamo attraverso gli occhi di un bambino che capisce meno di noi quello che vede. Anche questo per nulla originale. I luoghi comuni del genere infatti ci sono tutti (la mamma che fa il doppio gioco, l’ebrea nascosta, il crollo della Germania...) e a poco serve l’Hitler amico immaginario che si comporta come la tigre di Calvin e Hobbes (o l’armadillo di Zerocalcare) incarnando il suo sentire più profondo con cui quello più superficiale instaura una dialettica. Jojo Rabbit diventa a tutti gli effetti il classico film sul nazismo.
“È un mondo duro per i piccoli”, come si dice in La morte corre sul fiume, e lo è ovviamente la Germania nazista se si è palesemente molto sensibili come Jojo e indottrinati fino al collo, e ancora di più lo sarà quando la guerra si sposterà proprio lì a Berlino.
È impossibile non ammettere che l’approccio alla tenerezza (sentimento prevalente nel film) è molto onesto e preciso, molto sentito e per nulla smielato. Lo fa bene, perché Roman Griffin Davis (il protagonista) è stato scelto benissimo, ha un corpo e una faccia perfetti per veicolare l’animo confuso di un bambino che sente grandi affetti ma gli è stato imposto di provare grandi odi. E lo fa bene perché Taika Waititi punta molto su quello, sceglie i costumi con quel fine (il pigiamino che esibisce al campo fa ridere), sceglie le inquadrature, le composizioni e le musiche per veicolare l’idea che la sensibilità di Jojo è la sua caratteristica dominante e non lo rende più debole degli altri, ma anzi più forte e capace di resistere a pressioni e situazioni in cui gli altri che invece fanno i bulli non sosterrebbero probabilmente.
Di buono c’è inoltre che Taika Waititi riesce a non perdere mai l’abbrivio dell’umorismo, non svilirlo e non calmarlo, così fino alla fine dimostra di riuscire ad avere idee comiche divertenti e funzionali al film.
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