20.6.05

La Grande Illusione (La Grande Illusion, 1937)
di Jean Renoir

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Chi sono io per giudicare l'arte? Lo spettatore comune può arrogarsi il diritto di andare contro tutti i ciritici e le figure investite dell'autorevolezza sociale in campo artistico e dire: "NO! Questo film è sopravvalutato!!"? Si, può. E questo è specialmente vero nel cinema.
Può perchè ognuno assieme alla proprietà di autodeterminazione è investito anche del diritto/dovere di esprimersi indipendentemente e a far valere il proprio giudizio, valido come gli altri se espresso con occhi non velati dall'odio. Nel caso del cinema poi, in quanto tra tutte le arti questa è quella con le finalità più commerciali (assieme alla musica moderna), ciò è particolarmente vero. Un film è concepito per colpire il pubblico, tutto il pubblico, e se non vi riesce ha fallito.
Quando vidi per la prima volta La Grande Illusione, ero pronto al capolavoro, avevo letto Truffaut ed il suo entusiasmo mi aveva contagiato. Ma la delusione fu talmente forte da spingermi a ribattezzarlo La Grande Delusione. Tuttavia se con orgoglio intellettuale rivendicavo il mio diritto ad una stroncatura su questo film considerato unanimemente un capolavoro, con umiltà scientifica mi ero riproposto di dargli un'altra possibilità più avanti nella vita. Quel momento è stato oggi. Se allora il film mi era parso scialbo, freddo, distante e poco coinvolgente, oggi l'ho trovato dolce e delicato, permeato da un'ottimismo che non sfocia in buonismo e da una sottile ironia che aumenta quasi il dramma.
Questi francesi..... Un colpo qua, un colpo là, un abbraccio qui, un'occhiata fugace là e mi si comprano ogni volta!
Questa volta l'immenso pudore e la delicatezza di Renoir mi hanno travolto assieme alla mirabile prova di Eric Von Stroheim (ma quello è un mio mito e mi aveva fatto impazzire anche la prima volta). Che parabola meravigliosa. Stasera anche il sottofinale nella bicocca tedesca, il punto più debole del film, mi è parso eccelso. Quasi il Mercoledì Da Leoni degli anni '30, una parabola amara sulla fine di un'era e sulla guerra come momenti di unione degli uomini contro il loro lato oscuro, tutti tesi verso la continua speranza della fine del conflitto e del pacifico ritorno a casa. E' forse questa la grande illusione? O è l'universo gentile e delicato del film? Quell'universo dove gli uomini d'onore si sacrificano per i loro sottoposti solo per dimostrare agli ufficiali tedeschi che un nobile può dare la vita per dei popolani e dove i carcerieri compatiscono, aiutano e rincuorano i prigionieri, quella è l'illusione?
Jean Gabin sempre meraviglioso.





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