31.10.09

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Si comincia con il vincitore del festival di Cannes: Il nastro bianco, per cambiare subito tono con Amore 14, si consiglia moderatamente Capitalism, si annunciano le prossime uscite di Marpiccolo, A serious man e L'uomo che fissa le capre e poi si chiude con l'amara stroncatura di Nel paese delle creature selvagge.

LA PUNTATA DEL 30/10/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

28.10.09

....però poi ci ricaschi sempre (ce lo aggiungo io)

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Quando cominci un videogioco ti ci perdi talmente tanto che non richiami gli amici, non mangi, non fai sesso con la tua ragazza e per 3-4 settimane sei fuori da tutto ma poi quando lo finisci succede sempre che mostrano un asiatico che alza un trofeo.
Dopo tutta quella fatica la ricompensa è minima. Alla fine non ti senti fico per avercela fatta e non ti senti di aver conquistato qualcosa, anzi forse ti senti più perdente perchè hai messo da parte tutto il resto.

Vince Vaughn oggi sul dualismo del rapporto con i videogiochi
conferenza stampa di L'Isola delle Coppie

Nel Paese Delle Creature Selvagge (Where The Wild Things Are, 2009)
di Spike Jonze

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POSTATO SU
Il progetto sembrava folle fin dall'inizio ma se c'è una cosa in cui eccelle Spike Jonze è l'infondere un frammento di storia o un pezzo di drammaturgia anche all'immagine più insignificante e rapida. Ce n'eravamo accorti quando faceva pubblicità e videoclip, i suoi prodotti avevano sempre un che di umano e, a differenza degli altri, anche quando erano puro stile suggerivano un universo con una storia (il video dell'uomo che prende fuoco al ralenti che si chiude con la bambino triste che guarda la scena dal sedile posteriore di una macchina con dietro delle buste della spesa).

Quindi affidare a lui Nel paese delle creature selvagge, l'adattamento dell'omonimo libro illustrato di Maurice Sendak, era forse la scelta più corretta, perchè il libro è veramente breve mentre il film ha una durata canonica.
L'inizio sembra confermare tutto questo. I primi 5 minuti sono da manuale del cinema, c'è bellezza, sentimento e racconto. La semplice lotta per gioco tra un bambino e il suo cane è ripresa con una dignità, una sapienza e uno sguardo che è già presa di posizione che impressionano e quando compare il titolo dovrebbero scattare gli applausi.
Il film da lì in poi scorre senza intoppi, almeno fino a che non si arriva dove le creature selvagge stanno.

Lì il film si insabbia e non riesce più a scorrere come in precedenza. Nonostante le molte scelte vincenti (sembra tutto girato al tramonto con una luce che rende i colori splendidi) lo stesso si ha l'impressione che ci siano stati dei problemi in fase di realizzazione. E così è infatti. Le cronache già ci avevano parlato di una lunga gestazione e di un quasi licenziamento del regista, tutte cose che ovviamente influiscono male su un film che non è più il libero frutto della sua volontà.
Così i tanti elementi splendidi (è incredibile come in ogni sequenza si respiri un'aria inquieta) non si amalgamano bene, il racconto non fluisce e sostanzialmente ci si annoia un bel po'.

Anche le musiche, accuratamente selezionate, sembrano usate come un tampone in sequenze (davvero questo lo dico con la morte nel cuore) che sembrano dei videoclip e non delle parti musicali di un film.

27.10.09

Amore 14 (2009)
di Federico Moccia

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POSTATO SU
Pronto per essere demolito dagli snob e amato dai ragazzini il nuovo lavoro di Federico Moccia conferma tutte le tendenze dei precedenti exploit estremizzandole. C'è una storia d'amore fatta di un colpo di fulmine e poi di una forzata separazione fino a che il "destino" non ci mette lo zampino, ci sono protagonisti mai apparsi sullo schermo e un giro di parenti e fratelli maggiori a fare da contorno (stavolta un contorno decisamente più importante), c'è Roma Nord contrapposta al resto dei quartieri, c'è un certo modo di intendere la vita mascherato (senza nessun problema e senza nessun interesse fingendo che ce ne siano), ci sono le feste e le scappatelle notturne e si parla molto di più di sesso.

Ecco il sesso, diciamo che Amore 14 si differenzia più che altro per questo elemento. Per quanto se ne parli e quanti si affronti il tema. Che forse è anche l'unica cosa che ci può stare del film, l'unico elemento reale di una parabola altrimenti fuori dal mondo per almeno il 90% della popolazione.
Come sempre infatti Moccia parla di una minoranza che stavolta è ancora più ristretta. Se in passato infatti che si trattasse di una minoranza lo capivano in pochi (poichè le figure diventavano quasi subito archetipe e che si fosse a Roma Nord lo notavano solo quelli di Roma Nord), adesso invece la metafora è più stretta e meno sognante. Come del resto il protagonista maschile è meno incisivo, motivo per il quale il film potrebbe andare male al botteghino (il segreto di questi racconti è infatti il maschio e non la femmina).

Moccia cerca di elevare con un romanticismo esasperato non solo se stesso (la figura del fratello romanziere a cui nessuno vuole pubblicare il primo libro è abbastanza diretta) ma anche tutto un mondo che non avrebbe altri modi per essere elevato. Un mondo che non è Roma Nord ma solo quella piccola parte che genericamente si identifica con quei luoghi e che appunto, non fosse per l'indicazione geografica, non avrebbe altro modo per essere riconosciuta.
Non è tanto come mostri con totale indulgenza cose che altrove sarebbero da condannare (in fondo ognuno dà le valutazioni che crede) quanto il fatto che per elevare l'oggetto del suo racconto lo contrapponga a realtà degeneri totalmente non rappresentative. L'unico contraltare al mondo delle protagoniste è infatti quella dei coattoni figli dei benzinai che si divertono a menare e hanno l'alito puzzolente perchè mangiano il Kebab con troppa cipolla. Non che non esistano queste categorie umane, ma usarle per innalzare la propria è troppo facile.

26.10.09

La Battaglia dei Tre Regni (Red Cliff, 2009)
di John Woo

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POSTATO SU
Visto in originale la battaglia dei tre regni è un filmone in due parti (andate separatamente in sala) da circa 150 minuti ciascuna per un totale di 5 ore.
Non si tratta di un film fiume dove accadono molte cose, ma di un film normale in cui ogni scena dura molto, in cui ci sono parecchie battaglie e nel quale uno scontro diretto tra due eserciti (si racconta di 3-4 battaglie marginali e poi della preparazione e dell'arrivo dell'effettivo grande incontro) è raccontato con calma e dovizia di particolari. In questo senso è un film fuori dai canoni perchè non annoia nonostante i suoi tempi palesemente dilatati.
In Italia tutto questo si perde perchè da noi Red Cliff parte 1 e parte 2 escono compressi in un unico film da 150 minuti.

La sensazione, vedendo l'edizione italiana dopo aver visto i due originali, è di trovarsi di fronte ad un'ampia sintesi. I tagli sono in linea di massima indolori per scene e personaggi, se si eccettuano la storia d'amore della sorella del generale protagonista e alcuni momenti puramente asiatici che sarebbero di difficile comprensione in occidente per il resto c'è tutto, solo scorciato. Qua e là mancano piccole scene e tutto è riassunto il più possibile.
Il risultato è che bene o male nessun tema viene trascurato ma la costruzione epica e sentimentale è inesistente. I medesimi momenti non hanno il medesimo valore perchè non sono stati costruiti adeguatamente come era previsto, così i personaggi non hanno lo spessore che dovrebbero e tutto il respiro del film ne risente (e in un film del genere il respiro é tutto).

Lo strano dell'opera infatti è come sia in fondo un film occidentale (non a caso si tratta di un regista che lavora ormai da decenni in America), come nonostante alcune concessioni al mondo asiatico (alcuni valori a noi sconosciuti, una certa esaltazione della massa e una morale che guarda alla filosofia orientale) in fondo si tratti di un film dove l'individualismo americano prevale. Se già John Woo nel suo periodo hongkongese guardava molto a quel tipo di epica e di eroismo virile, ora che fa un film al servizio dei grandi capitali cinesi mette in scena più o meno il medesimo mondo mascherandolo un po' di più.
Non ci sono stecchini tra i denti ma sempre lì siamo.

Nonostante tanto si indugi sugli sconfinati eserciti e su come dalla loro padronanza derivino le possibilità di vittoria, alla fine è su poche personalità straordinarie che risiede davvero la storia, sulla loro capacità di fare la differenza anche da soli. Questa purtroppo è un'altra delle molte cose che l'edizione italiana trascura, intenta com'è ad accorciare i tempi.
Ad ogni modo è da storia del cinema il modo inedito con cui John Woo riesce a rendere la complessa vastità di un esercito schierato, la sua eterogeneità, la sua grandezza e la sua espansione sul suolo. Una dimostrazione di come il cinema (con il suo schermo ridotto in grado di inquadrare solo una parte del totale) possa comunque riuscire a suggerire la vastità partendo dal particolare.

23.10.09

Chi paga per le sale digitali?

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E' emerso dall'incontro degli Stati Generali del cinema tenutosi al Festival di Roma come siamo veramente un paese di inguaribili sognatori ed è una cosa preoccupante quando si riversa anche nel mondo del business. Il digitale sta arrivando nelle sale cinematografiche (finalmente!) nella forma di proiettori in grado non solo di mostrare immagini più nitide e luminose ma soprattutto di abolire il vecchio e costosissimo sistema di distribuzione: niente più pizze da consegnare ma file che viaggiano in rete e finiscono nel proiettore stesso. File dagli standard qualitativi alti, i proiettori 2K hanno una risoluzione di 2048×1080 e i prossimi a 4K di 4096×2160.

I palesi benefici arrivano però con dei costi non indifferenti di ammodernamento per un settore, quello delle sale, già di suo in crisi e allora qual è la risposta? Come trovare i soldi necessari? Gli economisti hanno risposto illustrando nuovi modelli di business, altri hanno invece ipotizzato nuove idee per lucrare con sala ovvero trasmettere altri tipi di contenuti.

Il più grande rimane sempre lui

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Per Manhattan lavorai solo 4 giorni, fu una cosa rapidissima che passò in un attimo. Ma non fu così rapida da non avere tempo una perla di regia da Woody Allen che mi disse praticamente solamente: "Potresti dire la battuta come l'ho scritta".

Meryl Streep all'incontro con il pubblico del Festival di Roma

22.10.09

A Serious Man (id., 2009)
di Joel e Ethan Coen

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POSTATO SU
FUORI CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

Raramente ho visto un finale simile, così appropriato, devastante e significativo. Così alto!
Ma devo innazitutto premettere tre cose: primo non sono un malato dei Coen, ho visto i loro film (tutti credo) e mi piacciono un po' come a tutti, senza strapparmi i capelli; secondo questo film non ha mezze misure e la gente credo lo odierà; terzo sembra sempre di più che i Coen e Tarantino siano come andati alla stessa scuola, sono diversi e fanno cose diverse ma intimamente sono identici. C'è in entrambi un gusto per il racconto di storie e storielle, un godimento nel realizzare piccoli quadretti con personaggi cesellati, che non è paragonabile a nessun altro.

Detto questo mi sento di annunciare che finalmente (FINALMENTE!) i fratelli Coen hanno fatto il salto di qualità e sono passati da film ottimi ad un autentico capolavoro. Con un po' più di audacia rispetto al passato hanno preso i loro temi e le loro caratteristiche (siamo dalle parti di L'Uomo che non c'era) e hanno deciso di usarle per fare un discorso molto più complesso del solito, senza dare carote agli spettatori ma solo bastonate.

C'è un vecchio modo di dire che spesso faccio mio ma che non lo è che spiega cosa sia un noir: "Un film che parla di un mondo in cui è facile morire e difficile amare", i Coen hanno fatto talmente propria quest'idea e questo genere che ora pervade ogni cosa che fanno. Questa pseudo commedia ambientata in una comunità ebrea degli anni '60 ha un senso di morte incombente in ogni inquadratura, anche nei pratini tagliati (anche se non muore quasi nessuno (e comunque accade fuori scena con una tecnica sinceramente mai vista di montaggio alternato che inganna lo spettatore ma solo a metà, per capirlo dovete vederlo)). Non si tratta di quell'inquietudine lynchana, è proprio il noir privato di ogni altro costrutto, privato degli impermeabili, delle voci off, delle sigarette e delle pistole. L'amore non esiste (al massimo c'è il sesso) come del resto nemmeno il senso.

A serious man parte dalla cultura ebraica (per la quale tutto sempre ha un senso e lo si comunica con le storie) per distruggerne le fondamenta (che nulla abbia senso lo si ripete mille volte) attraverso il racconto di alcuni devastanti giorni nella vita di un altro uomo che non c'era, uno che attraversa la vita passivamente e che viene però messo a contatto con alcune svolte imprevedibili.
Ci sono i personaggi assurdi coeniani, ci sono i momenti di sogno e c'è l'insostenibile peso di un fato che si accanisce ma questa volta nulla ha realmente senso, come ci si accanisce a ripetere più volte, questa volta tutti procedono incessantemente verso una morte che è annunciata in ogni segmento (e qui sta il genio, a rendere scene normali delle epifanie mortuarie) ma che non arriva mai a sanare i conflitti o a risolvere le trame che infatti rimarranno tutte insolute.
Quell'ultima inquadratura che potrebbe essere l'ultima immagine di un episodio di un serial tv che deve tenere gli spettatori avvinti fino alla puntata successiva vi farà capire cosa intendo.

21.10.09

Brotherhood (Brotherskab, 2009)
di Nicolò Donato

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20 commenti

CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

I neonazisti sono uguali in tutto il mondo, così anche in Danimarca fanno raid notturni per menare immigrati (in questo caso pakistani) o omosessuali, rileggono la storia della seconda guerra mondiale, hanno riti di iniziazione e nelle sfere più alte dei movimenti cercano di reclutare gli elementi più furbi tra le file degli insoddisfatti della società con affabili parole. Trovano così Lars, militare radiato per accuse di omosessualità che non ama gli extracomunitari ma nemmeno i nazi, loro però lo convincono, lo prendono tra le loro fila e lui si innamora di uno di loro scoprendone il lato gay. Gli amici ovviamente non gradiranno la scoperta.

Come sempre in questi casi si tratta di una storia di violenza, di miseria e in ultima analisi di uno stile di vita senza scampo. Brotherhood colpisce duro lo spettatore ma solo superficialmente mostrandogli un sentimento fiorire tra le rocce e poi distruggendo la possibile felicità dei protagonisti, mostrando una possibile redenzione da un abisso e poi lasciando che il male in un certo senso abbia la sua rivincita. Tutto già visto in un meccanismo risaputo che però vuole essere originale.

Tirare in ballo tematiche come quelle neonaziste, sulle quali la quasi totalità del pubblico è già daccordo può essere un'arma a doppio taglio, poichè è molto failce fornire agli spettatori solo conferme di quello che già pensano, cavalcare i loro desideri espliciti (che qualcuno tenti di rompere la catena di violenza insensata) e impliciti (che il film trovi delle impennate drammatiche) però a questo dovrebbe anche corrispondere un'idea davvero originale che differenzi questo film dalla restante moltitudine di opere sullo stesso tema.

Gli estremisti di destra sembrano personaggi marginali presi da altri film o dall'immaginario collettivo, sono figure piatte e incomprensibili che è possibile solo condannare senza appello. L'ideologia aberrante non dovrebbe essere una scusa per non tentare di capire gli uomini che si celano dietro atti così ignobili. In Brotherhood invece solo chi si distacca dall'ideologia sembra avere veri sentimenti, gli altri sono solo figurine, ma anche per quei pochi fortunati il destino è di un trattamento noioso e prevedibile nelle sue svolte.

20.10.09

Marpiccolo (2009)
di Alessandro di Robilant

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ALICE NELLA CITTA'
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

In Italia non abbiamo un cinema di genere, o meglio non lo abbiamo più (si lo so che in realtà ancora si fanno dei film di genere ma per decenza preferisco fingere che non vengano proprio girati), però fortunatamente esistono ancora delle nicchie più o meno di genere che affrontano determinati temi in determinate maniere disegnando nuove categorie.

Marpiccolo è a suo modo un film di un genere che sta tra il gangsteristico all'italiana, il melodrammatico e il realista. Si tratta di quei film che dipingono situazioni disperate di provincia o estrema periferia utilizzando attori del luogo per raccontare storie di estrema malavita con o senza redenzione (quello dipende).
Godard diceva che per fare un film servono solo una donna e una pistola, probabilmente aggiustando la sua frase estrema si potrebbe dire che questo è indispensabile quantomeno per un film di genere e alle volte mi sembra che l'unico contesto in cui una pistola non sembri ridicola in un film italiano sia questo.

Marpiccolo poi non è immune da cadute di stile e qualche fatidiosa leggerezza (almeno un paio di attori principali recitano in maniera davvero non accetabile e i dialoghi davvero potevano essere migliori) però centra in pieno le caratteristiche del suo genere ovvero uno scenario disperato nel quale incastrare i personaggi (in questo caso la periferia di Taranto con dei terribili palazzoni e lo sfondo delle fabbriche inquinanti riprese in fantastici totali che non dimenticano il cielo), condizioni di vita al limite del tollerabile (povertà, mancanza di prospettive, obbligo di collusione con la mafia locale, famiglia disastrata) e una storia di fiori nel cemento.

Ecco se oggi è ancora possibile parlare di "azione" nel nostro cinema lo si può fare all'interno di queste regole e queste convenzioni. La scena della rapina in casa del boss locale (un perfetto Michele Riondino) è degna di stima e anche il modo in cui il protagonista si scontra con la violenza (dalle botte agli spari) è onesta senza mai suonare ridicola.
In più Marpiccolo è italiano, cioè riesce a guardare i suoi personaggi ad altezza uomo e trovare senso in una lotta senza senso apparente contro le istituzioni.

Christine (2009)
di Stefania Sandrelli

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FUORI CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

In una parola: no.
Stefania Sandrelli punta l'obiettivo di una macchina da presa sulla figlia e qualche amico che mascherati leggono battute riguardanti una storia medievale.
Credo che non lo rivedrà nemmeno lei.

Il motivo per il quale una cosa del genere sia in concorso credo abbia a che vedere con alcuni dei maggiori intrallazzi del nostro sistema cinema.

Oggi sposi (2009)
di Luca Lucini

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POSTATO SU
FUORI CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

Etichettare Luca Lucini come un qualsiasi altro regista di commedie (magari mediocre) vuol dire valutare con eccessiva leggerezza il suo lavoro o non considerare che un buon film sta nella bontà con la quale tutti gli elementi di messa in scena sono concentrati per raccontare una storia, dei personaggi, un ambiente e non nel suo spunto.

Luca Lucini con Oggi sposi si conferma mestierante straordinario, uno dei pochi registi nel nostro panorama che accetta di realizzare sceneggiature altrui e un vero artista del racconto. Lucini è un vero regista industriale, purtroppo però da solo non può fare "industria del cinema a sè", eppure il modo con cui sfrutta la moda indiana (l'episodio di Argentero è un gioiello di exploitation intelligente) e quello con cui aveva adattato la materia mocciana in 3 Metri Sopra il Cielo (e poi con L'uomo perfetto, altra exploitation geniale in quel caso del fenomeno Scamarcio) ci parlano di quello che il nostro sistema cinema potrebbe essere ma non riesce a diventare.

A scrivere ci sono Brizzi e Martani (e proprio il confronto di questo film con le opere precedenti a sfondo matrimoniale del duo dovrebbe dare la cifra della bravura luciniana) e il suo collaboratore quasi di fiducia Fabio Bonifacci, a produrre Cattleya cosa che garantisce la possibilità di avere attori di alto profilo per ruoli secondari (leggasi: caratteristi), il che come si capisce è sempre un piacere.
Oggi sposi si eleva sopra il resto della produzione nazionale sia per la struttura del racconto, tipica del cinema internazionale, sia per come non si affloscia su un'idea di cinema eccessivamente italiana (anche nel senso buono del termine) e ripiegata sui fasti passati, sia infine per come riesca a lasciare ai dialoghi e alle musiche il compito di far ridere (Lucini è bravo ma non è regista da umorismo di montaggio) e utilizzare le immagini per altri fini.

Nei suoi film esiste sempre un'estetica della perfezione, un'illuminazione inesorabile e splendente che mette in scena personaggi apparentementi immacolati in ambienti immacolati. Colori brillanti, inquadrature dalla composizione curata e costumi ogni volta appropriati o curati nel dettaglio per ritrarre dei mostri (più in stile Wilder che Risi) ai quali non si dà nemmeno il sollievo di una catarsi finale.
Sono questi solo alcuni dettagli di un lavoro che non si ferma di certo alla sceneggiatura e che non si limita a "puntare l'obiettivo su chi sta parlando" come spesso accade. Basta guardare all'infinità varietà con la quale propone gag simili (come ad esempio i continui contrasti tra genitori pugliesi e genitori indiani) o alla raffinatezza con cui costruisce il grande matrimonio finale.

Senza sfociare in lodi esagerate (dettate più che altro dalla felicità di vedere finalmente qualcuno in grado di raccontare bene qualcosa a prescindere da cosa sia) Oggi sposi è una commedia divertente di cui andare fieri, è eccellente cinema medio e Luca Lucini un regista da coltivare e magari sperimentare anche in altri generi.

19.10.09

Astro boy (id., 2009)
di David Bowers

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FUORI CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

Astro boy è una porcata. Non ci sono altre possibili definizioni.
Se, come me, sperate in una qualche parentela (magari anche piccola) con la forza e il sentimentalismo dell'originale giapponese siete, come me, dei pazzi illusi destinati alla delusione. Se invece un po' più razionalmente sperate in un buon cartone animato americano rimarrete ugualmente delusi dall'inconsistenza di un film che per parlare dei propri personaggi usa unicamente il dialogo e in maniera diretta. Mi manca mio padre? Allora lo dico: "Mi manca mio padre". Semplice.

Passata la gioia per la scoperta che l'edizione italiana (con le voci di Silvio Muccino e Carolina Crescentini) è insospettabilmente decente (sic!) si comincia a fare fronte alla vera tragedia che è il film, infarcito di metafore stupide messe in scena in modo stupido (i robot sono schiavi e nessuno pensa ai loro sentimenti, Metro City è una città che sta in cielo per non avere contatto con la feccia che è rimasta in terra, il sindaco pensa solo ad essere rieletto e cerca consenso con la guerra). Non vengono comprese dai bambini e fanno accapponare la pelle ai grandi che hanno visto più di due film nella loro vita.

Se era prevedibile che ogni riferimento alla cultura nipponica sarebbe morto affogato da un forzato adattamento ai temi del cinema americano, era invece imprevedibile che Astro boy non fosse nè intrattenente nè divertente. I personaggi-macchietta sono quanto di più inconsistente possa esistere e giustamente sono stati doppiati dagli inconsistenti del trio Medusa. Ma già l'idea di avere ancora oggi, nel 2009, dei personaggi-macchietta è in sè motivo sufficiente per una detenzione forzata. Ed è anche animato con i piedi.
Io, fossi in voi, farei finta che tutto questo non è mai successo.

Les regrets (id., 2009)
di Cedric Kahn

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FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

I rimpianti del titolo sono quelli dei due protagonisti che, amanti all'età di vent'anni, si incontrano nuovamente 15 anni dopo, quando ognuno ha una vita propria. La scinitilla amorosa che determinò il tempestoso rapporto giovanile si riaccende in un attimo e i due non riescono a resistersi innestando un circolo di menzogne tradimenti e amour fou. Sono rimpianti che emergono con forza quando, in uno dei mille tentativi di definitiva separazione, i due si scambiano due sms eloquenti: "Nessun rimpianto?" scrive uno "No. SOLO rimpianti" risponde l'altra.

Il nuovo film di Cedric Kahn ha l'impianto generale di La signora della porta accanto ma il portamento folle di L'Inferno di Chabrol, una storia di passioni sopite e ritrovate, di amour fou e di impossibilità d'esser felici. Eppure Kahn, nonostante il vortice in cui decide di trascinare lo spettatore, riesce spesso a ritagliare momenti lievi ed altri quasi ironici, descrive un amore che è principalmente passionale ma poi non dimentica di ritrarre i propri personaggi anche nei desolati momenti di solitudine. Ne sottolinea gli insulsi e assurdi tentativi di liberazione (l'impossibile fuga notturna in Spagna) e li compatisce quando con altrettanta assurdità tentano di lasciarsi definitivamente.

Non c'è speranza nel mondo dipinto dal regista ma forse tentare una vita d'amore realmente passionale è meglio che non tentarlo o forse è semplicemente inevitabile, come suggerisce il finale. Allo stesso modo il film, colmo più di parole che di fatti come nella splendida tradizione francese, è un tentativo riuscito e in fondo necessario di raccontare una storia con pochissimo senso (cosa vogliono i protagonisti? dove vanno? a che aspirano?) ma molto sentimento, lasciando che esso fluisca oltre che attraverso le parole anche attraverso le impennate d'azione.

Non ci sono venature noir, non ci sono momenti di commedia, non ci sono contaminazioni con il melodramma puro nè eventi prettamente drammatici, lo splendore di questo film sta nella sua capacità di concentrarsi unicamente sul rapporto tra i due protagonisti lasciando che poco altro si intrometta, cioè lasciando fuori il resto della vita.

Le prestigiose tourneè

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Giusto per dire che fine fanno certe pellicole e capire anche il senso di certi investimenti pesanti in film che poi non vengono mandati con la forza agli Oscar.
Barbarossa di Renzo Martinelli e Alza la testa di Alessandro Angelini hanno favorevolmente impressionato i buyer e i broadcaster giunti al Festival Internazionale del Film di Roma per il mercato dell'audiovisivo. La versione cinematografica del kolossal di Martinelli è stata acquistata da distributori di Repubblica Ceca, Slovenia, Bulgaria, Russia (tutti territori ex Urss), Olanda e Belgio, mentre per il film con Castellitto, secondo titolo italiano in concorso, sono stati siglati contratti con Olanda [Rutger Hauer è olandese ndb], Lussemburgo e Belgio. Barbarossa, inoltre, sarà presto proposto a un importante distributore statunitense in occasione dell'American Film Market. Entrambe le pellicole sono distribuite nel mondo da Rai Trade.
da Cinecittà News

18.10.09

Alza la testa (2009)
di Alessandro Angelini

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CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

Come buttare al cesso un bel film.
Alza la testa inizia come un film molto poco italiano e molto internazionale, con stile minimale segue le storie di una famiglia atipica (padre e figlio) con piglio documentaristico, ci racconta di un padre violento che ha solo un figlio al quale insegna tutto della boxe e che vuole rendere un campione. Racconta un contesto, un ambiente, un modo di vivere e di provare sentimenti, ci prepara per il vero intreccio gettando della basi straordinarie: personaggi ottimi, scenario ideale e aria da racconto cinematografico.
Poi il disastro.

C'è un colpo di scena clamoroso che cambia tutte le carte in tavola compreso il genere del film che a tutti gli effetti dopo la prima metà diventa "un film italiano", di quelli intimisti, non risolti, che vorrebbero fare tanto facendo poco ma in realtà fanno pochissimo facendo poco. Di quelli che vivono sulle spalle degli attori (Castellitto in grande spolvero) e non sanno trovare (come nella prima parte) una vera forza dalla corretta coordinazione di tutti gli elementi della messa in scena.
Così quegli stessi elementi che all'inizio erano una forza (scenario, minimalismo, volti, disperazione) diventano una debolezza insostenibile nel momento il cui il racconto transita dall'essere la formazione di un padre ad un figlio all'odissea di un uomo nei propri sentimenti.

Il motivo è che se nella prima parte i sentimenti sono il risultato tangenziale dei fatti che vediamo sullo schermo (accadono delle cose che lasciano emergere dei sentimenti) nella seconda i sentimenti sono l'obiettivo del racconto e quindi quasi un'imposizione intellettuale sul povero spettatore (non accade nulla ma ci sono molti sguardi intensi).
La prima parte è un film per tutti in cui ognuno può vedere qualcosa, la seconda è un film che parla all'1% della popolazione e vi dò un indizio: non è l'1% dei migliori.

Severe, Clear (id., 2009)
di Kristian Fraga

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EXTRA
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

Severe, clear come dire: "Grave, passo" quando durante un conflitto a fuoco si deve comunicare con quanta più chiarezza ed economia di parole è possibile una situazione attraverso la radio militare. E decisamente grave è quello che il luogotenente Michael T. vedrà nel corso della sua esperienza in Iraq. Inviato nella grande operazione di destituzione di Saddam Hussein vedrà e vivrà di tutto fino ad arrivare, in un finale quasi mistico, al palazzo del dittatore dalla cui terrazza si vedono i resti dell'antica Babilonia, città che lui credeva non esistesse davvero ma solo "nelle canzoni dei Led Zeppelin".

Il cinema non è più centrale nella dieta audiovisiva del nostro tempo, altre tipologie di immagini hanno indebolito la sua preponderanza: quelle della televisione, ma anche quelle di internet come quelle amatoriali girate da noi stessi o quelle dei video a circuito chiuso. Tutto un lungo repertorio di video, più che altro digitali, che comunicano con noi molto più spesso di quanto non faccia il cinema.

Severe, clear nel raccontare il vero viaggio all'Inferno di un luogotenente dei marine americani sembra avere ben chiaro questo concetto ed è tra i primi film a tentare di venire a patti con esso. Tutte le immagini che si vedono nel film sono state realmente girate da Michael T. con la sua videocamera digitale quando nel 2003 fu mandato assieme ad altri soldati a prendere Baghdad per conto del presidente Bush e le parole che sentiamo sono davvero estratti dal diario che teneva ogni giorno, letti da lui stesso. Il resto è la finzione di un racconto montato per durare meno di due ore, ovvero "la vita senza i momenti noiosi".

Kristian Fraga ha preso quelle immagini e con il consenso e la collaborazione dell'autore le ha rese un racconto filmico, le ha divise in capitoli, le ha selezionate, montate le une accanto alle altre e ci ha messo un sottofondo musicale. Pensando a Stanley Kubrick ha reso una lunga serie di video amatoriali un film documentario, un Redacted più vero del vero perchè oltre al realismo delle immagini c'è il realismo delle sensazioni che il linguaggio filmico riesce a provocare.

Michael T. è un militare e dice cose da militare, è fiero di essere un marine, è convinto di andare a combattere per una giusta causa e crede nel suo presidente. Ciò che gli accadrà lo cambierà e questo si percepisce nella distanza che c'è tra le sue parole all'inizio e alla fine del film ma se gli venisse chiesto tornerebbe subito a combattere. Severe, clear dunque dà uno sguardo sulla guerra da dentro e (per una volta) dalla parte dei soldati, per mostrare quello che credono scoprendo, con le parole di Michael T., che "tutti gli stereotipi sono veri" e come ci sta insegnando sempre di più il cinema degli ultimi anni di questi tempi non è l'arte ad imitare la vita ma viceversa.

Nessuno prima d'ora aveva mai girato qualcosa di così cinematografico con materiale così poco filmico, d'un colpo Fraga azzera la distanza tra amatorialità e professionalità dimostrando che non sono le immagini a fare la differenza ma come vengono mostrate, cioè il lavoro vero del regista.

Il film è per stomaci forti e non risparmia nulla al suo spettatore. Erano anni che non si vedeva un'opera di guerra capace di comunicare con tale forza il trauma che è (per sè e per gli altri) il conflitto armato. Almeno e non a caso da Full metal jacket.

Skellig (id., 2009)
di Annabel Jankel

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ALICE NELLA CITTA'
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

Il trasloco non è mai facile per un bambino. Lo è ancora meno se poi coincide con l'arrivo di un fratello, prima fonte di continue preoccupazioni da parte della madre e poi, una volta nato, sempre al centro di tutte le attenzioni per i suoi continui malanni. Il rapporto con i genitori peggiora e nemmeno a scuola le cose vanno meglio, l'unica nota positiva è quella specie di barbone scoperto nel capanno degli attrezzi, un uomo dalle strane abitudini e strane sembianze che sembra dotato di curiosi poteri.

Indirizzato ad un pubblico preadolescenziale ma concepito e girato con una qualità tale da poter risultare godibile anche ad un pubblico adulto Skellig è un lavoro morale, sull'educazione non tanto del bambino protagonista ma dei suoi genitori, incapaci di dimostrargli il loro amore e sostanzialmente impalpabili come figure.
Tutto il contrario di Skellig lo pseudo-angelo simil-barbone che trova nel capanno degli attrezzi. Pieno di cose da dire, scontroso nei modi ma poi coinvolgente nei fatti è lui il vero appiglio per un bambino che non sa più dove guardare per trovare una figura paterna degna di questo nome.

Tim Roth lavora al minimo storico mentre la direzione di Annabel Jankel non brilla per trovate e dinamismo. Nel complesso Skellig presenta i medesimi problemi della famiglia che racconta: a fronte di un'indubbia volontà di mostrare i propri sentimenti lo stesso alla fine il risultato non è all'altezza delle aspettative. Troppi momenti morti, troppi personaggi non risolti che servono più che altro a "simboleggiare" i bisogni del protagonista (si veda ad esempio l'amico tuffatore) e troppi infine i tentativi di poesia messi in scena senza crederci davvero.

Con Artist (id., 2009)
di Michael Sladek

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EXTRA
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

Mark Kostabi è stato considerato a lungo un grande artista, per certi versi erede di Warhol, per altri innovatore del suo campo. Ha tribolato per anni tra stramberie, eccessi e pochi soldi fino a che non ha deciso di gestire se stesso e la sua arte come un'impresa commerciale, abbassando i prezzi, svendendo i quadri e realizzandoli industrialmente. Al punto che oggi non dipinge più ma firma i quadri fatti da una squadra di assistenti (senza nascondere mai l'artificio), ha un programma televisivo in cui per attirare l'attenzione su se stesso chiede alla gente a casa di dare un nome ai suoi quadri e, in sostanza, si preoccupa unicamente di fare soldi. Riuscendoci bene.

Con Artist è un viaggio al centro di Mark Kostabi fatto con la collaborazione di chi lo odia, chi lo ama, chi se ne intende e ha opinioni complesse in materia e soprattutto di Mark Kostabi stesso, entusiasta all'idea di un documentario su di lui e pronto a fare di tutto davanti all'obiettivo (prababilmente pensando all'ennesimo veicolo commerciale). Imprenditore di se stesso, truffatore dichiarato ("Quest'arte è una truffa" ripete più volte), bieco uomo d'affari Kostabi sembra totalmente sventduto al Dio denaro ma si professa come continuatore di una politica inaugurata da Andy Warhol.

Michale Sladek non prende parte e con intelligenza sonda sia gli abissi kostabiani che le sue vette. Non esita di fronte alla possiblità di mostrare l'ennesima stramberia (ad esempio un'installazione nella quale si inserisce una moneta per aprire una fessura e guardare per un po' la sua bottega dove gli assistenti lavorano ai quadri) e nemmeno di fronte all'evidente e sfacciata infedeltà sentimentale del suo soggetto. Lo riprende dare di matto e dichiarare la sua follia ma poi stempera tutto con le immagini di Kostabi stesso pochi secondo dopo lo scatto di follia che parlando al cellulare gli chiede se è venuta bene la parte dell'artista matto. Il risultato è un documentario molto solido che come spesso accade fa dell'eterogenia e della mancanza di un punto di vista unico una forza, grazie ad un ritmo indiavolato e ad un splendido finale con il papa (sic!).

17.10.09

My Flesh, My Blood (Moja Crew, 2009)
di Marcin Wrona

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EXTRA
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

Come molti personaggi che abbiamo visto al cinema Igor conosce solo la violenza, quello è il suo modo di relazionarsi con il resto del mondo, non a caso (o forse proprio per quello) fa il pugile. Quando gli comunicano però che non può più combattere gli tocca cominciare a vivere e lottare per se stesso senza dover utilizzare la violenza delle mani ma dovendo subire quella delle parole e di un fato avverso, in una spirale di prove sempre più dure cui la vita lo sottopone.

Spesso il cinema riflette sulla violenza del vivere e la violenza come stile di vita, perchè spesso questa è l'unica realtà per molti strati della popolazione. Il cinema della violenza nella vita quindi è anche cinema di bassifondi, di disperati che cercano un riparo da tale disperazione senza sapere che quella violenza inevitabilmente non lo fornisce e il pugno facilmente diventa metafora di un bisogno o di una richiesta d'affetto. Tutto questo è presente in My Flesh, My Blood ma con una grandissima classe e una straordinaria efficacia. Basta vedere subito come Igor approcci la sua ex moglie, un tentativo di riconquistarla che sembra l'inizio di una rissa, o come si sfoghi con il suo migliore amico dopo che questi gli ha concesso un immenso favore.

Il cinema polacco ha da sempre un'identità ben definita e storicamente è tra i più floridi di talenti, capace di contaminarsi con efficacia. Marcin Wrona sembra guardare a Jacques Audiard per il suo ritratto di violenza, affetto e comunicazione ma sa seguire una strada personale fatta di ampi spazi, di fiducia nella forza delle immagini (davvero sincera la scena dell'atto sessuale sulle coperte rosse) e di un cinema smaccatamente sentimentale che tuttavia non rinuncia alla virilità.

Dear Lemon Lima (id., 2007)
di Suzi Yoonessi

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ALICE NELLA CITTA'
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

Che brutto quando i film tengono duro fino alla fine con te e poi ti mollano!
Così fa Dear Lemon Lima, film adolescenziale sdolcinato ma non cretino che mette in campo interessanti variazioni ai consueti stereotipi. Ci sta la protagonista un po' nerd e sfigata ma dotata di un complesso mondo interiore, poi c'è la bellona che a sua volta sarà rifiutata perchè comunque non è parte della vera elite (belli e intelligenti), c'è l'amore impossibile del caso che è un belloccio ex secchione (quindi bello e intelligente), perfetto esempio di individuo inquadrato nel sistema, c'è un esercito di freak e il riscatto.

Tutto è ambientato nell'Alaska (scelta curiosa visto che il clima non ha nulla a che vedere con la trama) in una high school che è l'inferno per i FUBAR (Fucked up beyond all recognition), gli sfigati del caso, costretti ad ogni tipo di umiliazione non tanto dai compagni come accade solitamente ma proprio dagli insegnanti e da un sistema scolastico estremamente conservatore che mette al primo posto l'omologazione senza temere di emarginare chi è diversamente interessante.

E' un film per ragazzi ma intelligente Dear Lemon Lima che tuttavia, tra sovrimpressioni che prendono in giro con autoironia lo smielato mondo 14enne e uno stile di regia stranamente sobrio, finisce per tradire le aspettative del pubblico. I FUBAR, tentano e riescono a riscattarsi ma sul terreno di gioco dei "migliori", imitandoli a modo loro ed entrando di fatto nel sistema, diventando cioè quello che non erano. Il tutto con lieta felicità.

Tra Le Nuvole (Up In The Air, 2009)
di Jason Reitman

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CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

Odiato per la sua aderenza al classicismo e amato per la sua scrittura che parte da soggetti originali e avvince lo spettatore con dialoghi tra l'arguto e l'indipendente (pur abitando ben lontano dal cinema indie), Jason Reitman si sta scavando una straordinaria nicchia nel cinema hollywoodiano mainstream.
Il suo personale fossato è fatto di personaggi anticonvenzionali, di film che mettono in scena una morale mostruosa e di finali mai davvero conciliatori. Per questo da molti viene accusato di ruffianeria e con buone ragioni.

Si, il cinema di Jason Reitman cerca di comprarci a tutti i costi, ma lo fa con gran classe. Lo sa che abbiamo un prezzo ma lo considera alto.
Tra Le Nuvole parla di un tagliatore di teste, uno che viene assunto per licenziare persone. Si parte quindi dalla crisi dei nostri anni, le aziende che tagliano in continuazione, i lavoratori che reagiscono nelle maniere più disperate e il protagonista dotato di uno straordinario cinismo nel fare il suo lavoro. L'evoluzione è classica, da freddo scapolone si convincerà che la vera felicità è nella famiglia, una piega che infastidisce fino a che non si rivela parzialmente ingannatoria. Non vado oltre, Tra Le Nuvole non finisce come fanno solitamente questi film e del resto per tutto il film non somiglia a quello che solitamente vediamo.

Come Thank You For Smoking il bersaglio sono i lavoratori più oscuri, l'incarnazione del male in giacca e cravatta. Reitman si diverte ad indagare l'umanità di queste figure (chi sono? Cosa sognano?), si diverte a metterli duramente alla prova con la normalità del vivere comune e poi a fustigarli.
In mezzo un mare di risate intelligenti, di gusto e ben messe in scena. Non è Billy Wilder ma è un cinema per tutti che alza il livello medio di intelligenza e raffinatezza delle commedie, un cinema che è davvero capace di parlare di noi e parlare dell'oggi. E davvero non è facile.