30.12.11

Emotivi Anonimi (Les émotifs anonymes, 2011)
di Jean-Pierre Améris

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Se c'è un prodotto realmente unico che proviene dal cinema francese è quel filone di cinema "cute" alla francofona (il cui più famoso esempio è Amelie): leggero, brillante, buonista, ruffiano e un po' d'altri tempi ma con un gusto e, nei casi migliori, un'armonia nel risultato che sanno di maestria. Se i drammatici, i polar e il film d'azione che vengono dalla Francia, anche nei casi migliori, rivelano le loro provenienze sono i film come Emotivi Anonimi che ci appaiono come i più indiscutibilmente francesi.

Si tratta di film che mescolano una sceneggiatura caramellosa, una fotografia caramellosa, un montaggio leggero, una recitazione caramellosa e una serie di canzoncine caramellosissime alternate ad uno score frizzante. Declinando ogni componente nella medesima direzione si dovrebbe raggiungere in fretta la melasa intollerabile, invece nelle mani di Jean-Pierre Améris il film rimane sempre divertimento autentico, per ogni colpo al cerchio dello zucchero ce n'è uno alla botte dell'autoironia.
La forza di Emotivi Anonimi è infatti di non credere fino in fondo a quello che afferma con la sua forma ma di ricordarsi in ogni momento, con una coerenza interna e costanza lungo tutto il film impressionanti, che è solo una posa. Così, per ridere.

E' infine impossibile prescindere dalla presenza di Benoît Poelvoorde, attore fino ad ora sottovalutato (in Italia) abilissimo a nascondersi e abituato a dare un contributo invisibile. Invece qui gli è richiesta la prestazione caramellosa sopra le righe e regala un campionario di microespressioni e contributi alla storia fatti di gesti e posizioni nello spazio che agevolano anche il lavoro dell'altra protagonista, Isabelle Carré, visivamente perfetta, meno come recitazione.
Alla fine Emotivi Anonimi è senza dubbio il film "checcarino!" dell'anno (concluso), ma con gusto, se non altro. No come quella truffa di The Artist.

29.12.11

Il principe del deserto (Black Gold, 2011)
di Jean Jacques Annaud

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Cosa aspettarsi da un film prodotto per l'Occidente da Tarak Ben Ammar se non questo incredibile polpettone dall'indulgenza continua e dal didascalismo arabico costante?
Con un'insistenza di raro fastidio sui veri valori della cultura araba del deserto, un'idea retrograda di film fiume e un umorismo involontario che pare essere l'unica forma di salvezza Il principe del deserto è un'opera dalla sceneggiatura che pare scritta decenni fa per l'uso antiquato che fa dei personaggi archetipici.

Gli attesi momenti Lawrence D'Arabia non tardano ad arrivare e come previsto era meglio se non ci fossero, i personaggi femminili sono totalmente secondari se non dannosi (e meno male che era un film per riabilitare la cultura musulmana!) ma anche quelli maschili non scherzano. Con la sola, totalmente imprevista, eccezione del villain ragionevole di Antonio Banderas, il resto del film risponde ad un'idea di intrattenimento e di "racconto morale" che fa il paio con l'epoca in cui è ambientata la storia.

Impossibile riconoscere in questo film il medesimo autore di Il nemico alle porte, nonostante il fulcro narrativo, ovvero la lotta a distanza tra due individualità di casta, tipologia, censo e motivazioni differenti, sia il medesimo.
A salvarsi fuor di dubbio è la fotografia di Jean Marie Dreujou, il quale chiamato a fare quel che deve (grandi paesaggi, grandi cieli, grandi dune e piccoli uomini dai grandi volti in mezzo ad esse) redige il compito in maniera diligente, ficcando anche più di una trovata interessante. Ma quando in un film epico d'avventura finisci ad attendere la prossima, piccola, trovata di fotografia sta proprio andando male...

28.12.11

Almanya - La mia famiglia va in Germania (Almanya - Willkommen in Deutschland, 2011)
di Yasemin Samdereli

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Tra il generazionale e l'etnico, tra l'amarcord e quella patina dolceamara con la quale ogni ricordo sembra ricoprirsi da solo al cinema, Almanya soffre e beneficia dal fatto di essere un film plasmato sui ricordi della propria autrice. Ne beneficia perchè si tratta di un racconto che, si percepisce, ha il passo svelto degli aneddoti ripassati e raccontati talmente tante volte da diventare storie asciutte che vanno dritte al punto, ne soffre perchè i personaggi tendono immediatamente alla macchietta senza poter aspirare alla complessità e all'astrazione che un personaggio interamente finto può avere.

Così tra un reale colpo al cerchio e un metaforico colpo alla botte Almanya, storia di una famiglia turca che emigra in Germania negli anni '70 e che a quasi 40 anni da quell'evento decide di fare una gita tutti insieme nel paese d'origine, assomiglia a tutti gli altri film sul genere, perdendo da subito quello che, sulla carta, poteva e doveva essere il suo elemento distintivo: lo stretto rapporto con una cultura specifica, che significa anche un paesaggio, delle idee e dei volti unici.
Anzichè turchi in Germania, si poteva parlare di indiani in Inghilterra e non sarebbe cambiato molto nel film, tale è l'uso delle figure archetipiche e tanto si evita di affrontare qualsiasi problematica specificità che non vada al di là del mangiare, dei paesaggi o della lingua.

Condannato inevitabilmente ad essere "carino", per rendere accettabile i lati più aspri dei suoi personaggi e della sua storia, impossibilitato a mettere in discussione quel che mostra (tutti sono quello che sono e vanno bene così nonostante le difficoltà), Almanya sceglie di piacere a tutti e a tutti i costi, per questo invariabilmente non piace mai davvero.

27.12.11

Mission: Impossible 4 (id., 2011)
di Brad Bird

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C'è un filo molto poco sottile che lega il cinema d'azione ai cartoni animati (almeno quelli statunitensi). Entrambi i generi si fondano sulla velocità d'esecuzione, sul "disegno" di corpi che sullo schermo fanno cose al contempo plastiche, interessanti e coinvolgenti, in un'orchestrazione molto ritmata e ben coordinata con la colonna sonora.
La differenza è che il miglior cinema d'azione è quello "pesante", fatto di stuntman, corpi reali, impatti potenti e di una carnalità quasi tangibile, mentre il miglior cinema d'animazione è quello "leggero" che sembra volare, in cui tutto è intangibile e la metafora è tanto distante dal suo oggetto d'interesse quanto efficace.

Ora Brad Bird, che è il vero artefice del modo in cui intendiamo l'animazione negli ultimi 20 anni (è stato prima uno dei maestri più raffinati alla corte di Matt Groening per I Simpson e poi un membro onorario aggiunto della Pixar), realizza il primo film pesante girato come fosse leggero. Per un Tom Cruise che scala sul serio il palazzo più alto del mondo, (quasi) si tuffa sul serio da un cavo in una finestra aperta a migliaia di metri d'altezza o un Josh Holloway nella sequenza d'apertura, ci sono moltissimi momenti di una leggerezza degna della grande animazione ma sporcata di quella "gravitas" richiesta al cinema d'avventura.

Mission: Impossible 4 funziona come pochi altri film d'azione avevano funzionato negli ultimi anni grazie ad una serie di espedienti che Bird importa dall'animazione e che donano al film una gradevolezza inedita. Gli ambienti disegnati con minuzia e sfruttati a lungo, le trovate visive impiegate a fondo (non solo l'inseguimento nella tempesta di sabbia o il doppio confronto nelle camere d'hotel ma anche il finale nel parcheggio che sembra venire dritto dritto dal finale di Monsters & Co.) e anche quel tocco di leggerezza che è uno dei principali insegnamenti dei cartoni, messo a frutto senza necessariamente sconfinare nella macchietta (incredibile come la gag della tecnologia che non funziona sia usata di volta in volta in chiave drammatica, sdrammatizzante o di aumento della tensione).
Non c'è bisogno di scomodare l'Ivan il terribile di Eisenstein, ispirato a Disney, tanto è evidente che Bird manipola la materia cinematografica sapendo tradurre con una sapienza degna di miglior causa ciò che di buono ha da insegnare la sua arte al cinema dal vero.

23.12.11

Arthur 3: La guerra dei due mondi (Arthur et la guerre des deux mondes, 2010)
di Luc Besson

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Nonostante sia arrivata al terzo episodio (chiudendo la trilogia) e nonostante sia stata distribuita in diversi paesi la serie di Arthur e i Minimei, ideata e diretta da Luc Besson, non è andata proprio benissimo. Gli incassi sono stati in discesa di episodio in episodio in patria e magri all'estero, dove il secondo e il terzo film non sono usciti sempre in sala. La cosa rispecchia anche il calo di una saga considerata al primo film sembrava all'avanguardia ma sempre di più ferma sulle sue conquiste e oggi animata in maniera abbastanza ridicola.In Italia poi non ci si fa mancare nulla quindi lo mandiamo in sala ma a morire, cioè nel periodo natalizio in cui sarà mangiato da Il gatto con gli stivali o in alternativa da Il figlio di Babbo Natale.

Il punto è che Arthur e i Minimei è una serie di lungometraggi d'animazione quasi priva di racconto o quantomeno pensata e scritta con un intreccio svogliato. Se infatti ambientazione e realizzazione non meriterebbero il tonfo che si è visto, di certo la scrittura sì.
Il trittico che garantisce ad un cartone animato l'attenzione del suo pubblico (azione/personaggi/gag) è un campionario del già visto eseguito senza verve, e se Selenia è un personaggio femminile bessoniano in pieno e un minimo stimolante, il resto (protagonista e villain compresi, a dispetto del doppiaggio di Lou Reed) è da dimenticare, affossato da un'esigenza di "essere contemporanei" che sembra mettere in scena senza criterio stereotipi della modernità, in un misto di citazionismo demente e velleità da adulto al passo con i figli.

La consueta furia che si impossessa di Besson, questa volta è il paradigma dominante. Il film dovrebbe essere di sola azione ma in realtà tradisce un atteggiamento molto poco rispettoso nei confronti del suo pubblico. Ai bambini riserva un trattamento che non si sogna di riservare agli adulti nei suoi altri film. Ogni intreccio, ogni voltafaccia, ogni svolta è condotta senza il minimo impegno in termini di credibilità. Mentre infatti ogni inquadratura e ogni lente selezionata sembra essere il frutto di attenta pianificazione, le risposte che i personaggi danno alle situazioni che incontrano appaiono sempre dei pretesti. Aggregando tutto insieme il risultato è un film in cui gli eventi sembrano svolgersi indipendentemente dalla trama, in cui nessuno ha voglia di seguire un filo logico e quindi ogni svolta non è "carica" emotivamente come dovrebbe.

J. Edgar (id., 2011)
di Clint Eastwood

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La cosa più evidente di J. Edgar (un film fatto da un repubblicano, questa volta si nota) sono le due spinte che hanno lavorato alla sua realizzazione. Da una parte Leonardo Di Caprio, intenzionato a dare forma ad un ruolo da Oscar, fatto di clamorosi, sfoghi, primi piani intensi e momenti di topica mimesi, dall'altra Clint Eastwood intenzionato a raccontare una storia d'amore con un personaggio refrattario e duro come l'acciaio (materia con la quale, diciamo, ha confidenza), un tentativo riuscito fatto di silenzi e piccole mosse.

La storia la fanno i vincitori, J. Edgar lo sa, e vicino alla morte decide di scrivere la propria biografia per raccontare la sua versione dei fatti che lo riguardano. In questo modo ripercorriamo gli eventi che hanno portato alla nascita dell'FBI senza eccessiva enfasi sui vari passaggi. Nel racconto che Eastwood fa fare a J. Edgar su se stesso l'attenzione va sulle difficoltà vissute in prima persona e sul suo protagonismo.
Più che altro è evidente come sia l'omosessualità repressa a forza il centro d'interesse del regista. Non c'è ambiguità nelle preferenze sessuali di J. Edgar, questo è un problema che Eastwood risolve subito senza lasciare dubbi per andare a lavorare di fino sui mille piccoli modi attraverso i quali un uomo che non deve lasciar passare i suoi sentimenti cerca di lasciar passare i suoi sentimenti.

In questi ultimi anni abbiamo visto Eastwood brillare davvero quando si è misurato su film in cui l'intreccio delle relazioni personali è il cuore della trama (Million Dollar Baby, Mystic River, Un mondo perfetto, Gran Torino) e meno quando affronta racconti anticonvenzionali, più descrittivi che narrativi o dotati di un afflato storico (il dittico Iwo Jima, Invictus, Changeling, Hereafter). Così anche J. Edgar regala i momenti più preziosi nei confronti tra esseri umani e non nelle descrizioni storiche, nei momenti in cui si dice qualcosa ma si vorrebbe esprimere qualcos'altro.
Così alla fine, a fronte di tante cadute di stile o di momenti che non rendono onore alla raffinatezza che sappiamo essere parte del repertorio di Clint Eastwood, per chi le vuole cogliere J. Edgar regala anche un'infinità di piccole delicatezze fuori dal comune, descrizioni minuziose fatte di sguardi, movimenti di camera leggeri, colori desaturati, ombre onnipresenti e montaggi invisibili ma di inesorabile precisione.

Inqualificabile il make-up d'invecchiamento e il doppiaggio italiano. Roba da cinema parrocchiale.

22.12.11

Nonno Giò non si è inventato (quasi) niente

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Sono partite nello stesso giorno (il 15 novembre) ma non hanno nulla a che fare l'una con l'altra, non fosse per l'utilizzo di pupazzi animati manualmente, nello stile dei Muppet (che ad ogni modo stanno per tornare anche loro, al cinema e con un film dedicato). Nonno Giò e Human Resources - The series, sono due prodotti seriali per la rete che attraverso l'uso di pupazzi fanno un lavoro contemporaneamente nuovo e vecchio.

La parte nuova è costituita dal genere e dal contenuto delle due serie, la parte vecchia è l'uso del pupazzo, da sempre espediente per esprimere l'inesprimibile dietro metafora e con una cinica scurrilità che non ha eguali negli show con attori in carne e ossa. Nonno Giò come i pupazzi di Human Resources (come i Muppets) sono tutte figure che non esitano a dire parolacce, fare riferimenti volgari e insistere sulle componenti più basse di ogni discorso. Parte di questo è un espediente comico, parte è un espediente satirico: fare e dire attraverso un pupazzo cose inaccettabili da un essere umano.

Nonno Giò è un talk show ben concepito, molto rigoroso nella scansione di ogni puntata (cosa inusuale per il panorama internettiano italiano) e preciso nell'appuntamento con un video nuovo ogni martedì, ispirato più ai talk americani che a quelli italiani per l'uso che fa dei video nel video.
Ogni video ospita una celebrità di YouTube (si inizia con Willwoosh ma poi sono passati altri nomi noti come Micheal Righini, meno noti seppur di lungo corso su YouTube come Sistiana fino allo special natalizio con iPantellas), fa un breve cappello di presentazione, in cui si abbozza una forma di conversazione interrotta da gag, dopodiché manda un contributo video girato con la celebrity in questione, e chiude con un ultimo segmento "in studio". Tutto sotto i sei minuti.
Nonno Giò è uno show seriale completo e ben fatto, molto centrato sulla fruizione online poiché non si accontenta di una dimensione visiva particolare (lo studio a misura di pupazzo in cui l'essere umano sembra incastrato e la color correction in stile YouTube), ma cerca anche di utilizzare la musica in chiave virale. Quasi sempre infatti le YouTube Star coinvolte cantano una canzone che poi è scaricabile a parte.

21.12.11

Capodanno a New York (New Year's Eve, 2011)
Garry Marshall

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Pieno di attori da sbandierare nel trailer e nella locandina, gestito ad episodi tutti connotati dall'unità di tempo intorno ad un evento catalizzante, finalizzato alla risata (!?!?) che più facile non si può, pensato per cavalcare qualsiasi moda/trend/modernismo percepito dalla società e infine decisamente "usa e getta", pronto per essere dimenticato dopo il suo lauto incasso Capodanno a New York è palesemente il cinepanettone d'America. Al netto delle volgarità ma al lordo della sciatteria.

Secondo capitolo della facile e fortunata serie che Garry Marshall sta orchestrando lungo le direttrici: festa sentimentale e tanti attori famosi, Capodanno a New York fa esattamente il medesimo lavoro che Appuntamento con l'amore faceva per S. Valentino, ratificare il sentimentalismo abbinato alla festività pagana, reiterarne qualsiasi stereotipo al fine di dare al pubblico il raddoppio semantico che cerca (è S. Valentino vado a vedere un film su S. Valentino, è capodanno vado a vedere un film su capodanno).

Si tratta dunque di film su una festività e non su personaggi, su un mood creato ad arte e non su un intreccio particolare. Un continuo alternarsi di microstorie che perde di vista immediatamente il senso generale (non c'è a meno che non vogliamo considerare "ognuno cerca qualcuno da amare") per diluirlo nelle singole banalità.
Passi pure lo smielatissimo sentimentalismo, passi la sciatteria delle storie per nulla curate (ma Sarah Jessica Parker non aveva detto che ha sempre passato la fine dell'anno con la figlia in casa? E perchè allora l'anno prima stava con Josh Duhamel al ristorante??) e passi l'umanesimo da Frank Capra. Quello che però resta intollerabile in questi film di Marshall è la pretesa che il pubblico debba recepire (e si debba emozionare per) sentimenti tirati in ballo solo a parole, senza la minima costruzione. Ogni microscena ha un suo picco sentimentale della durata di pochi minuti, poi si passa alla seguente, ma ognuna è girata come se fosse il culmine intenso di chissà quale climax. Espressioni intense, musica che sale e primi piani continui non sostenuti da nulla. Il medesimo modus operandi della messa in scena delle soap opera più spietate.

20.12.11

Il figlio di Babbo Natale (Arthur Christmas, 2011)
di Sarah Smith

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Sembravano fatti per essere messi assieme il team americano di Piovono Polpette con quello britannico della Aardman (la casa di Wallace & Gromit). I primi hanno dimostrato di essere in grado di portare sullo schermo con efficacia e gusto una sceneggiatura e dei personaggi totalmente demenziali (ma con testa) e i secondi sono decenni che ci mostrano di che pasta è fatta l'animazione più intelligente su piazza (dopo quella di Matt Groening).

Nasce così (più o meno) Il figlio di Babbo Natale, la vostra alternativa demenziale al cinema natalizio. Nonostante infatti incorpori tutte le caratteristiche del tipico film di Natale (il più iconico dei protagonisti in locandina e nel titolo, la più tipica delle storie come contenuto: "Babbo Natale va in pensione, chi lo sostituirà?"), questo gioiellino della Sony Animation (dopo Surf's Up e Piovono Polpette ufficialmente l'adorabile underdog dell'animazione statunitense) è un film molto adatto agli adulti o ai bambini più smaliziati.
L'umorismo colpisce a più livelli e se sfrutta in tutto e per tutto figure archetipe, lo fa per andare a scoprirne quegli ambiti mai esplorati che più si collegano alla realtà delle cose. Il nonno simpatico ma autenticamente bastardo, la mamma relegata a comparsa ma infinitamente più abile del papà, il fratello efficiente ma incompreso e un geniale lecchino.
Ancora a fare di contorno un esercito di freaks e emarginati non troppo diversi da quelli che si incontrano nella vita come l'elfo che impacchetta i regali, a metà tra il punk fuori tempo massimo e il semplicismo di provincia.

A dominare su tutti però è Nonno Natale, reduce di mille Natali battaglieri, avverso alle modernità con cui si consegnano i regali oggi, abituato a tramortire bambini, lavorare con elfi ubriachi e consegnare sotto le bombe. Lui è la testa d'ariete attraverso la quale Il figlio di Babbo Natale porta avanti il suo discorso più serio (che non è quello "trova il tuo destino" che la trama sbandiera) sulla violenza dell'antimodernismo, la ridicolaggine dei bei tempi andati e le colpe delle generazioni passate sulle generazioni più giovani. Le medesime idee che in controluce si potevano leggere in Piovono Polpette.
Se c'è un cartone che dice quel che mi sarei voluto sentir dire a 11 anni è questo.

19.12.11

Exit Through The Gift Shop (id., 2010)
di Banksy

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In pochi lo sanno o lo possono ricordare ma questo blog, nato nel 2005, all'inizio molto parlava di Banksy, allora non eccessivamente noto (o quantomeno noto abbastanza perchè l'eco delle sue gesta arrivasse fino a me), si raccontavano spesso le notizie più clamorose, gli emuli più improbabili, la forza della sua street art ecc. ecc. Poi è diventato notissimo e si è smesso di ripetere cose che si trovavano anche sui giornali online.
Arriviamo così al film, uscito in Italia direttamente in DVD qualche settimana fa e finalmente recuperato.

Una volta tanto arrivare tardi ha un vantaggio. Il film di Banksy, che nessuno potrà mai provare essere stato fatto davvero da lui ma se non altro ufficialmente attribuito a lui, racconta di un altro street artist che nasceva documentatore della street art. Dunque all'inizio si racconta di come nasca questa forma d'arte attraverso 3-4 figure fondamentali (tra cui lo stesso Banksy), poi la storia diventa tutta centrata sul documentatore che cominciare a fare l'artista con un certo successo. Tutto vero o quasi. Thierry Guetta è davvero uno street artist adesso, le sue opere esistono e sono vendute sul serio, anche se nessuno sa fino in fondo quanto questa storia sia reale o un'immensa montatura di Banksy stesso. Anche perchè le opere di Guetta non sono poi così lontane da quelle di Banksy, solo più brutte.

Il documentario non è eccezionale, in certi punti noioso e non offre un punto di vista sullo sviluppo del movimento che valga la pena essere narrato. Ha dei retroscena e dei dietro le quinte divertenti se si è stati appresso alle gesta di Banksy (come mise il detenuto di Guantanamo a Disney World e via dicendo) ma ha un valore più alto se lo si intende come l'ennesima truffa banksiana.
Praticamente "fermo" da quando è diventato noto, lo street artist per antonomasia degli ultimi anni ha sempre mirato a disegnare il cinismo di qualsiasi forma di sfruttamento commerciale, e il racconto improbabile dell'artista Thierry Guetta non può non lasciare il dubbio che esso stesso sia un'opera d'arte con la quale parlare della stupidità e dell'effimero che si cela dietro il mondo dell'arte commerciale, l'arte valutata e con lo scontrino attaccato. O l'arte comprata al supermercato come si vede in una delle locandine di Exit Through The Gift Shop e come dice il titolo.

Poi un giorno si dovrà parlare a lungo di come mai i documentari più interessanti di quest'era d'oro del documentarismo siano quelli in cui si dicono falsità.

I Knew Better - Monsters

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Dopo peripezie inspiegabili e infiniti rimandi esce in Italia (in una sola sala, di un solo cinema ad un unico orario (WTF?!?!?)) il bel Monsters, qui recensito mesi fa, quando era stata annunciata la poi rinviata prima uscita.
Poi dice che la gente scarica...

17.12.11

Enter the void (id., 2010)
di Gaspar Noè

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Se la definizione film-mondo può avere senso allora va applicata a questo nuovo (vecchio) film di Gaspar Noè, cineasta odiato tanto quanto amato e per questo istintivamente simpatico.
Certo di simpatia ce ne vuole per superare l'inizio di Enter the void (anche noto come "il film i cui titoli di testa piacciono a Tarantino") in cui, stando in soggettiva dentro la testa del protagonista (cosa che sarà la costante del film), solo in casa sentiamo che parla con se stesso, esprimendo a voce alta quel che pensa, i suoi sentimenti e via dicendo. Espediente tra i meno plausibili e più indisponenti in assoluto.

Se si ha però il coraggio di andare avanti si affronta un viaggio lento e colorato (di colori scelti con perizia e gusto) prima in una mente allucinata dalle droge, poi oltre la vita, nella memoria e in una specie di stato ultracosciente nel quale si domina la realtà dall'alto.
Il film è aperto a qualsiasi spiegazione (un trip andato male, una specie di stasi ultraterrena come viene spiegato dall'amico ad inizio film, una pre-reincarnazione o forse solo "tutta la vita che ti passa davanti") quel che vi pare. Il punto è che Noè si pone chiaramente come obiettivo di parlare del più alto dei temi, il rapporto che stringiamo con la nostra storia personale e cosa questa significhi per noi e, più in alto, nella grande storia di tutto il mondo.

Sebbene non tutto sia godibile e spesso ci siano strizzate al pubblico 14-21enne, particolarmente ricettivo rispetto a "cose strane che hanno a che fare con le droghe", è innegabile che in tutto questo agitarsi e mescolare colori con intenti psichedelici Noè qualcosa raggiunga. Cos che, viste le premesse, il tema e lo svolgimento non era scontata!
Il senso di oppressione e intrinseca disperazione che le scelte di fotografia, unite all'attitudine di tutti i personaggi riescono a rendere ha pochi eguali, e da solo fa gran parte del lavoro di trascinamento dello spettatore in quell'abisso che si vorrebbe espanso.
La scelta di continui flash stroboscopici, sovrailluminazioni e neon ben si accoppia con i viaggi a ritroso che in certi punti azzeccano anche la giustapposizione emotiva.

Enter the void è un viaggione sia nelle intenzioni dell'autore che negli esiti, un viaggione che rimane indigesto facilmente, che pretende molto ma che è realizzato con insperata sapienza e quindi, in più di un momento, riesce a toccare le corde giuste, a prescindere da quali queste siano per ogni spettatore.

16.12.11

Sherlock Holmes 2 - Gioco di ombre (Sherlock Holmes 2 - A Game of shadows, 2011)
di Guy Ritchie

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Ancora una volta c'è Robert Downey Jr. e ancora una volta è impossibile non chiedersi se non sia proprio la presenza di quest'attore calamitante e fascinoso come pochi a zavorrare il sequel di un film molto riuscito e di successo.
Come già era accaduto per Iron Man 2, arrivato dopo il botto di quel gioiellino che è Iron Man, il secondo film dello Sherlock steampunk di Guy Ritchie amplia e calca la mano sulle componenti vincenti del primo, finendo per sciuparle. E la straordinaria grandezza del suo interprete principale, che mette il fascino in questo Holmes contemporaneamente moderno eppur fedele alle idiosincrasie dell'originale, in molti momenti sembra essere un passaggio obbligato.

Sherlock Holmes 2 è, grazie a Dio, a tutti gli effetti un altro Ritchie-movie, ovvero un racconto scomposto in mille tagli di montaggio tutti raccordati prima dai suoni (il lavoro sul sonoro è ancora più straordinario del primo film) che effettivamente dalle immagini, con una caterva di idee visive che prese singolarmente sarebbero buone per mille videoclip (la sequenza della sparatoria nel bosco parla da sola) ma tutte insieme, armonizzate dal regista, creano un mondo distorto, coerente e peculiare a metà tra costumi tradizionali e messa in scena molto moderna (forma che fa il paio con il contenuto steampunk).

Eppure sia l'eccessiva e continua sottolineatura del rapporto quasi-omosessuale tra Holmes e Watson (che di volta in volta prende la forma dell'ossessione, del travestitismo, della lotta contro il matrimonio fino alla scena in cui Holmes getta la moglie di Watson dal treno), sia il superomismo del protagonista (ancora più calcato) sciupano un po' quel meccanismo così ben oliato, spostando il baricentro del film su quello invece che usarlo come meccanismo narrativo.
A farne le spese, purtroppo è lo scontro di intelligenze tra il protagonista e Moriarty, che dovrebbe essere la componente più attraente del film mentre sembra essere solo un freno.

I Knew Better - Le Idi Di Marzo

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Questa settimana esce Le Idi di Marzo. Uno di quei film belli solidi, scritti alla grande che ho già visto e recensito durante il festival di Venezia.

15.12.11

Super G

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È andata online in settimana la prima puntata di Super G, webserie di FlopTv annunciata da tempo (già al Fiction Festival di Roma quest'estate) e interpretata da due nomi noti della televisione: Francesco Montanari e Riccardo De Filippis di Romanzo Criminale - La serie. A dirigere c'è Daniele Prato, già sceneggiatore di cinema (Passato Prossimo di Maria Sole Tognazzi).
La webserie è uno dei primi esperimenti italiani di produzione pensata per la rete che possa vantare nomi noti della televisione, non direttamente associabili alle gag come era Maccio Capatonda, ma anzi che abbiano una reputazione seria. In più è anche un tentativo di misurarsi sul tema del supereroismo moderno, quello che incrocia i fumetti dei blockbuster con il vigilantismo molto terra terra visto in film come Kick-Ass, Zebraman e Super. Dunque rispetto all'altro punto di riferimento in tema supereroismo/Italia/webserie, ovvero Freaks, Super G si va a piazzare completamente da un'altra parte.

Certo si tratta di un prodotto italiano in tutti i sensi, la webserie dissacra e abbassa qualsiasi struttura o velleità "mitica" che il mondo dei supereroi si porta appresso. Non è solo una questione di prendere il tema con ironia e divertire (anche i film precedentemente citati sono commedie) ma di rifarsi ad una tradizione farsesca, la nostra, che per ridere di qualcosa la abbassa alla propria altezza, mirando sistematicamente a svelarne tutto quanto nasconda di ordinario e grottesco. Se Freaks eleva il quotidiano a livello mitico, stando attento a mantenere i piedi nella realtà e nell'ambientazione italiana, Super G abbassa il mitico, stando attento a mentenere riferimenti internazionali nella sua operazione di italianizzazione.

14.12.11

Vacanze di Natale a Cortina (2011)
di Neri Parenti

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C'è un che di caldo e accogliente in questo ritorno del cinepanettone a Cortina e alle atmosfere di contrasto di classe (ovviamente attutito) tra alto borghesi e piccolo borghesi, un che di rassicurante e quasi nostalgico. Come tornare a Cortina dopo anni in cui non ci vai, come rivedere un vecchio film dei fratelli Vanzina.
Si ritrovano moltissimi elementi immutati come la commedia giocata sulle corna, gli amori fuggevoli (dei più giovani che si riflettono in quelli degli adulti), i caratteristi dai tic estremi, riferimenti all'attualità fatti solo a parole ("Facebook!", "Papi!", "Pattinson!") i doppiatori che doppiano gli italiani e gag slapstick. Molto altro però non c'è più. Sono scomparse le docce, le tette, le scorregge, la cacca, le pernacchie, gli omosessuali macchietta e Christian De Sica che di colpo si trova nudo davanti ad una signora anziana.

In realtà questi elementi non scompaiono con questo cinepanettone della controriforma, sono anni (da quando Boldi ha lasciato) che lentamente il film di Natale De Laurentiis rafforza la componente desichiana, quella più di dialogo e meno di gag, cercando inoltre di smarcarsi dalle volgarità più smaccate (rimangono solo quelle più sottili e striscianti).
Inaspettatamente il film ne giova non tanto nei contenuti quanto nella forma. La solita struttura corale fatta di molti personaggi in molti episodi ha un ritmo più serrato e le gag si susseguono senza introduzioni o chiuse. Insomma si va sempre dritti al sodo e nonostante i consueti momenti romantici estremamente fuori luogo (per quanto poco sono credibili e scarsamente vengono costruiti lungo il film), si nota una certa accelerazione di ritmo come già in Natale a New York.
La vera riconquista sembrano però essere i caratteristi. Infatti della scrittura vanziniana, che torna dopo quasi 11 anni di assenza, il guadagno maggiore è l'uso di attori locali per le gag secondarie. Beneficio dovuto di certo anche del ritorno ad un Natale in patria.

Detto questo rimane poco altro. Chi non ama questo genere di film non li andrà mai a vedere, chi li ama o li ritiene un rituale annuale lo farà con o senza la benedizione dei media, perchè alla fine il mutamento del cinepanettone è una lenta transizione in atto da anni, tutta finalizzata a cambiare perchè nulla cambi, sia al boxoffice che nel film.
Meno volgarità, meno isteria, meno urla e più atteggiamento compassato borghese. Uguali a sempre le percentuali di divertimento e quelle di fastidio. Forse è davvero un rituale collettivo cui partecipano sia gli spettatori che gli odiatori.

La cosa più intollerabile di tutte? La trascuratezza. Anche questa volta, come sempre, i raccordi di montaggio sballati, gli sfondi in CG stonati, le controfigure che non somigliano agli attori e i doppiaggi a tirar via sono la vera componente inspiegabile e urticante di film dagli ottimi incassi e ottimi budget. Un segno d'arroganza come pochi altri.

7.12.11

Mosse Vincenti (Win Win, 2011)
di Thomas McCarthy

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Se il posizionamento di un film nel sistema distributivo italiano si potesse trasformare in "definizione di genere", allora Mosse Vincenti sarebbe una commedia da messa in onda su Sky o canale digitale terrestre a pagamento di domenica pomeriggio. Una commedia dai toni soffici, dall'andamento malinconico ma dalla risoluzione invariabilmente positiva. Forse la tipologia di prodotto americano più vicino alla sensibilità e al modo di fare e fruire cinema italiano.

Al centro stavolta c'è Paul Giamatti, fisico e volto che ben si prestano a questa riduzione indie, questa commedia piccola che parla di una famiglia umile della provincia del New Jersey alle prese con problemi economici da americano medio in un'era di crisi economica, che compie piccole meschinità che saprà scontare.
Ecco se c'è una caratteristica distintiva di questo tipo di film è l'irriducibile volontà di acquietare qualsiasi contrasto e regalare una cattiveria alla portata di tutti, che non disturbi e che sia sanata nei poco più di 90 minuti di racconto. I personaggi vengono presentati come umanamente fallati, se non proprio cattivi, per gradualmente mostrarsi come realmente sono, buoni come tutti gli altri, e in questo processo annacquare qualsiasi caratteristica interessante che il film (o meglio il suo trailer) poteva presentare.

Mosse vincenti in particolare utilizza la lotta greco romana in una palestra di provincia, dove non si sa se sono più perdenti gli allenatori o i ragazzi che si allenano, per raccontare una storia di seconde occasioni e ricerca d'affetto. Quando nella vita dello squallido allenatore arriva l'adolescente problematico ma bravissimo nella lotta, tutto cambia e vira verso il buonismo. 
Immaginate la smorfia di rassegnazione che avete visto mille volto sul volto del pur bravissimo Paul Giamatti: Mosse vincenti è un film così.

6.12.11

I Knew Better - The Artist

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Questa settimana esce di The Artist e tutti si stanno fomentando per la cuteness dell'operazione. Io già ne scrissi qui in occasione della rassegna romana di Cannes 2011. 

5.12.11

Midnight in Paris (id., 2011)
di Woody Allen

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Vale la pena ripeterlo ad ogni nuovo film di Woody Allen: continuare a distinguere in alti e bassi la carriera di quello che forse è il più grande regista in attività semplicemente non ha senso. Pensare che ci sia un possibile grafico, che si vada ad ondate o anche solo che i diversi film di Woody Allen siano collegati tra loro da una tendenza verso l'alto o verso il basso, trascura completamente l'influenza che hanno il suo modo di porsi davanti ai film che realizza, il suo stile e il suo modo di lavorare.

Piaccia o meno la straordinaria forza di Woody Allen sta nel comporre film dopo film, anno dopo anno, uno degli affreschi più incredibili si possano immaginare su la vita a contatto con l'arte. Declinando questo rapporto nelle sue componenti di aderenza, distanza, influenza, causa diretta, ispirazione o correlazione fantastica. Quest'ultilmo è il caso di Midnight in Paris, film in cui, come tanti prima di esso, il fantastico e l'immaginario sono le categorie per leggere il rapporto dei singoli (come dei creativi) con l'arte, il che per un felliniano come Allen equivale al rapporto con i propri sogni e le proprie aspirazioni.

Che Midnight in Paris poi sia un film meno divertente, meno ritmato e a tratti anche più puerile del solito (ad un certo punto si ha l'impressione di vederlo fare name dropping fine a se stesso con i grandi del passato) è un particolare al limite dell'ininfluente, se si vuole pensare a Woody Allen non come regista e autore di questo film ma di questo e altri 45 film. E per ogni momento meno riuscito ne esiste comunque uno straordinario. Quando mai da Le Luci della Città in poi (escludendo il finale di Monsters & Co.) avevamo visto un frontale così spiazzante, subitaneo, inaspettato ed emotivamente rivelatorio come quello che chiude il film?
Il solo ultimo periodo, quello dei film in tante città diverse, del tour attraverso l'Europa e dell'eterogeneità dei paesaggi dopo la maestosa concentrazione su Manhattan, è uno dei più grandi e fantastici studi sul corpo della città che si siano mai pensati.

Le "cartoline" all'inizio di Midnight in Paris, come tanti altri momenti in Scoop, Match Point, Cassandra's Dream o Vicky Cristina Barcelona in cui la paesaggistica cittadina domina, influenza e coordina le azioni dei singoli (quante passeggiate ci saranno nei film di Woody Allen? Quanti lungo fiume? Quante pioggie?), sono solo uno dei mille esempi di quella compenetrazione essenziale che esiste nel cinema alleniano tra paesaggio e storia. 
Tutto il cinema di Woody Allen è uno dei più grandi studi cinematografici mai portati avanti sull'architettura urbanistica al cinema, sulla possibilità di chiudere in tanti piccoli quadri, quali sono quelli formati dai fotogrammi, l'immensità di una città intera. Scomporre l'insieme materopolitano in un'infinità di pezzi, ordinarli e incastrarli in una storia in cui agiscano degli esseri umani e così resituirne l'anima, il respiro e la complessità in un'ora e mezza. 

Le sue trame "europee" non le avevamo viste a Manhattan e anche l'ingenuità di questo sogno ad occhi aperti parigino non era stato possibile a Manhattan. "Cos'è una statua o un quadro di fronte alla complessità di una città?" fa dire Woody al protagonista di Midnight in Paris.

2.12.11

1921 - Il mistero di Rookford (The Awakening, 2011)
di Nick Murphy

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Banalità vuole che ogni qual volta si parli di un horror britannico si faccia riferimento alle "atmosfere che rimandano alle produzioni Hammer". In questa recensione, foss'anche solo per tigna, non troverete (un'altra volta) la parola Hammer.

Il maggior pregio di 1921 - Il mistero di Rookford (stavolta serve una laurea in psicologia inversa per capire come mai sia stato cambiato in questa maniera il titolo) è il fatto di aver messo al centro un investigatore donna, in un'epoca in cui tutto ciò era moderno e innovativo, avergli regalato una intro da Sherlock Holmes e piano piano cominciare ad indagarne l'animo.
L'idea, una volta tanto, non è quella di scavare nelle paure del pubblico (o quantomeno non solo) ma di scavare nelle paure della protagonista. 1921 - Il mistero di Rookford non è infatti un film particolarmente spaventoso, ma sa costruire la tensione trovando un paio di scene azzeccate (il plastico della casa) e una soluzione banale raccontata senza banalità.

Molto del merito sta in Rebecca Hall, volto incredibile, bello come dev'essere al cinema ma di una bellezza inconsueta e destabilizzante. Lineamenti pronti a lasciarsi stupire e mostrarsi indecisi, affascinanti ma inclini che raccontano di una vita di insicurezze. Il film di Nick Murphy poteva essere un qualsiasi horror all'acqua di rose, concepito con in mente una variazione sul tema di The Others e invece, una volta tanto, il casting e l'attrice al centro della vicenda cambiano le carte in tavola, inserendo temi, idee e suggestioni che altrimenti sarebbero rimaste delle velleità.
Solo quel volto poteva calzare quel personaggio (tanto che è più probabile che sia accaduto il contrario, ovvero che quel personaggio sia nato da quel volto), dargli autenticità e sincerità.

1.12.11

Il Gatto Con Gli Stivali (Puss In Boots, 2011)
di Chris Miller

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Se c'era una componente della saga di Shrek venuta velocemente a noia era il continuo ed insistito citazionismo. Per sua natura le avventure di Shrek si reggono su un equilibrio derivativo, inglobando personaggi dalle favole e rielaborandoli in chiave moderna e pop, levato questo gli mancherebbe il suo specifico, tanto che l'ultimo episodio (il quarto), che premeva poco sul favolismo parodico, era decisamente il più fiacco. Il problema è che anche quando il citazionismo è sfruttato, questo stanca in fretta, ripetendo la medesima modalità comica con poche possibili variazioni. Insomma quello di Shrek è un meccanismo vincente ma dal respiro corto.

Per questi motivi lo spin-off di Il gatto con gli stivali (nonostante sia diretto dal medesimo regista del terzo film di Shrek) appare come un'ottima strada per sfruttare la notorietà e il successo della saga, senza rimanere intrappolati nelle solite dinamiche.
Con pochi personaggi del mondo delle favole (Jack & Jill, praticamente ignoti da noi, e Humpty Dumpty oltre al fagiolo magico), pochissimi riferimenti all'attualità o canzoni rock, questo nuovo film batte tutto un altro percorso, per certi versi più canonico, utilizzando situazioni e protagonisti delle favole come se non appartenessero ad esse, come fossero personaggi appena creati.

In più le avventure del Gatto con gli stivali sono avventure latine, che guardano certamente più a Zorro e quel tipo di cavalleria o eroismo, rispetto all'avventura classica da animazione americana, in questo sfruttando a pieno le diversità, il fascino e l'esotismo del personaggio protagonista, per separarsi dalla serie madre (che invece trasforma il paese delle favole in un luogo dalle caratteristiche statunitensi).
Con ottimo ritmo (nonostante qualche lungaggine di trama) e molte idee comiche interessanti, Il gatto con gli stivali, riesce ad asciugare il linguaggio e la fluidità dei meccanismi ormai arrugginiti di Shrek, riportando una ventata di semplicità e individualismo in quella che rischiava di essere una serie schiacciata da una coralità coatta. Tanto che addirittura anche Banderas sembra quello dei tempi migliori: felice, appassionato e pieno di voglia di fare.