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16.7.12

Children of Sarajevo (Djeca, 2012)
di Aida Begic

I bambini di Sarajevo del titolo internazionale (e quelli più generici del titolo originale) sono i figli della guerra. Per fortuna però non c'è nulla di dichiaratamente politico in Djeca, che anzi racconta un dramma piccolo e particolare con lo stile tipico del cinema d'autore europeo degli ultimi dieci anni e guardando molto al modo di muoversi di Christian Mungiu.

Una lavapiatti con precedenti penali che cerca di tenersi stretta il fratello piccolo nonostante i servizi sociali siano sempre lì lì per levarglielo. Classi sociali messe le une contro le altre, uomini che mangiano altri uomini e esseri umani in difficoltà che non trovano nella società un aiuto ma anzi il principale aguzzino delle proprie pene.
Tutto si svolge nella Sarajevo di oggi ma con il sonoro Aida Begic crea dei continui paralleli con il periodo della guerra che non è invece mai tirato fuori a parole. I botti del capodanno che sta arrivando spesso suonano come un tappeto di bombe, i rumori dei lavori di un palazzo in costruzione fuori campo paiono come il passaggio di un carroarmato e via dicendo. Quella della guerra è un'assenza presente in audio fenomenale.

A questo punto seguendo costantemente la propria protagonista, Djeca cerca di raccontare quello che le sta dietro, il paesaggio nel quale si muove, le umanità con cui entra in contatto, ciò che viene fatto a lei e per lei, eppure non riesce mai ad operare il passaggio dal dramma del racconto al dramma della persona. Le disavventure però sembrano sempre operate dalla mano sadica di un autore e mai il frutto del caso avverso o di una società infame. Il punto è che Djeca sembra seguire pedissequamente dettami da accademia del cinema autoriale: il protagonista previsto in ogni inquadratura, il rapporto tra personaggio e paesaggio, il pedinamento, soggetti che davanti allo specchio cercano un'identità imitando i film e via dicendo.
In questo modo tutto è poco convincente anche quando arriva un finale davvero inatteso e in un certo senso intellettuale, liberatorio e algidamente sentimentale.

E' probabile che la distribuzione italiana lo titoli "Buon anno Sarajevo". Lo scrivo qui anche se è solo un'illazione così che rimanga come memoria storica

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