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8.8.12

Monsieur Lazhar (id., 2011)
di Philippe Falardeau

PUBBLICATO SU 
Come La classe e come Polisse anche Monsieur Lazhar prende in esame un contesto ben determinato (umanamente o geograficamente) in un arco di tempo nè troppo lungo nè troppo corto (metà anno scolastico), per mostrare come le interazioni fitte e costanti logorino i nervi, condizionino gli atteggiamenti e soprattutto come il non detto lavori sottotesto in ogni momento modificando rapporti ed eventi. Sociopsicologia non troppo approfondita e soprattutto finalizzata alla ricerca della cuteness, all'ammirazione delle virtù basiche e all'esaltazione dell'utopia del buon maestro e dei probi alunni.

Stavolta si parte da un'opera teatrale e si racconta del monsieur del titolo, un professore che arriva a sostituire un'insegnante di scuola media che si è impiccata. L'evento ha abbastanza traumatizzato i ragazzi e i metodi del nuovo insegnante, per quanto amorevoli, sono radicalmente diversi, più all'antica e meno politicamente corretti di quello a cui sono abituati.
Non ci sono conflitti apparenti in Monsieur Lazhar se non quello più grande tra adeguatezza e inadeguatezza dei personaggi alla vita che vivono. Non ci sono asperità se non quelle motivate da un trauma e risolvibili con uno sfogo, non ci sono tragedie che non possano trovare una soluzione. Monsieur Lazhar è un film che illude di dare un disegno realistico (e lo fa con le rare concessioni alla retorica del cinema e un linguaggio apparentemente asciutto) ma in realtà propone una realtà idilliaca, in cui tutto è come vorremmo che fosse e non com'è.

Chi ricorda la scuola e gli anni delle medie come una dolce memoria di un passato fatto d'innocenza, troverà tutto quell'immaginario di "piccole crisalidi in attesa di diventare farfalle" (giuro fanno questo paragone). Chi ricorda la scuola e gli anni delle medie come un periodo infame in cui non c'è nulla d'innocente e tutto di ingenuo e meschino, di vessatorio e confuso, non troverà niente di quel che ricorda, ma una versione addolcita di una realtà che non mostra il disinteresse, la noia e l'inutilità di quella vita.
Il problema semmai è che Falardeau gira questa storia con mano abile, gran scorrevolezza e un piacere indubbio nel racconto lento ma non noioso. Un tono affabile, simile a quello del suo protagonista gentiluomo algerino d'altri tempi, un mood che si lascia amare, che accarezza il viso con la sua fotografia sui toni del bianco, che ammorbidisce le orecchie con battute ben scritte e ottimamente recitate e accarezza il cuore con piccoli sussulti di tenerezza. 
Eppure anche nei momenti di maggior audacia (e sono pochi), nei pochi attimi in cui pare che un po' di coraggio possa incrinare la morbidezza anestetizzata del racconto, non c'è l'epica, la speranza o l'autentica e intima commozione di L'attimo fuggente. Non c'è insomma il coraggio di passare attraverso una bufera per poi godere della sua fine.

2 commenti:

vinz ha detto...

visto che citi Polisse, mi sembra di capire che i pregi sono gli stessi:
mano abile, gran scorrevolezza, ottima recitazione, sceneggiatura solida. Che fa (in parte) perdonare una ruffianeria fin troppo smaccata.

Pero' la tua rece di Potisse era FEROCE! Dai, diamo a Cesare quel che e' di Cesare: era un buon film.


Gabriele Niola ha detto...

no, più penso a quel film peggio lo considero. Veramente non aveva niente e voleva convincerti di avere tutto!


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