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21.9.12

Il rosso e il blu (2012)
di Giuseppe Piccioni

Poche cose raccontano bene cosa si intenda per "cinema italiano" nella sua accezione più media e mainstream come i film sulla scuola, genere che periodicamente viene riportato sullo schermo sia nella versione basso budget (La scuola è finita) che in quella alto budget (La scuola, Auguri Professore). Quasi sempre con risultati disastrosi.
Se Lucchetti era riuscito ad evitare la debacle di fatto non parlando effettivamente di scuola (se non per negazione o tramite qualche flashback) attraverso lo stratagemma dello scrutinio e del confronto tra diverse tipologie di adulti, forzando la mano sull'assurdo e il grottesco, gli altri film cadono tutti invariabilmente nella rete degli stereotipi, delle ripetizioni e della ruffianeria.

I ragazzi scapestrati ma amabili, i secchioni puntigliosi e i simpatici idioti, i professori inflessibili, cretini, disillusi, lievemente squilibrati e troppo affezionati agli studenti, un sistema in crollo, in cui i muri sono rovinati, le sedie mancano e tutto sembra prossimo al degrado finale, ad un passo dalla chiusura definitiva.
Non si sottrae allo schema Il rosso e il blu che alterna l'umorismo della disillusione scolastica e dell'apatia adolescenziale a quello lasciato alle singole interpretazioni (le faccette di Roberto Herlitzka), per il solito quadretto dolceamaro dove tutto è prevedibile e anche l'unico scarto interessante dalla solita routine (la risoluzione della storia con protagonista Scamarcio) non cambia il risultato, perchè si perde in mezzo al mare di consuetudini.

Il tratto peggiore di questi film e quindi di Il rosso e il blu è la più totale incapacità di parlare della realtà, quando questo è proprio ciò che intende fare. A fronte del proposito di dipingere lo stato reale delle cose (ragazzi autentici in ambienti autentici e interazioni solo di poco romanzate), il risultato è una trasfigurazione lievemente poetica e molto smussata per risultare ruffiana, amabile e in fondo dolceamara di quel che è l'idea di realtà dell'autore. E' addirittura falsissimo anche "il patata", caratterista romanesco scoperto da Pieraccioni che interpreta sempre il medesimo personaggio, solitamente portando una ventata di realismo con faccia, accento e fisicità. Eppure qui è falso anche lui.

Ma la vera evidenza del fatto la si ha nelle figure dei ragazzi, lontanissime da qualsiasi possibile realtà ma anche lontane dall'essere personaggi irreali e drammaturgicamente funzionali (che sarebbe un'alternativa più che accettabile). Presi nel mezzo tra una volontà di essere fedeli alla realtà e una di organizzare un racconto di finzione, il risultato è sempre una trasfigurazione idealistica anche nel pessimismo, dallo stucchevole buonismo di fondo e dalla più totale inconsistenza sentimentale.
Un film sulla scuola italiano.

2 commenti:

Flavia ha detto...

Più che ruffiano io l'ho trovato mal scritto, le quattro storie che si intrecciano suonano veramente futili, quella della coppia di ragazzini poi è inguardabile. Intendiamoci, c'è di peggio in giro, ma questo film rischia di non essere né carne né pesce e di scontentare tutti. Però almeno qui la Buy non fa il solito ruolo da isterica ...


Gabriele Niola ha detto...

Secondo me invece accontenterà il suo pubblico, che già sa quel che vuole e gli bastano degli accenni per ritenere di averlo trovato.


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