29.2.12

Posti in piedi in paradiso (2012)
di Carlo Verdone

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Carlo Verdone è probabilmente il comico italiano più rivoluzionario degli ultimi 30 anni. Portatore di una comicità estremamente personale che rompe con la tradizione italiana degli attori e la unisce con quella degli sceneggiatori (sebbene faccia anch'egli uso pesante del dialetto), lavora da sempre non sulla battuta o sulla gag ma sulle situazioni, affronta cioè i "personaggi" da un punto di vista globale e non particolare. Non ci sono frasi ad effetto nei film di Verdone che non siano divertenti solo a patto di essere inserite nel flusso del dialogo o degli eventi, più che un umorismo di situazione il suo è un umorismo di messa in scena. Pur non eccellendo in inventiva registica i suoi film ironizzano proponendo situazioni e scrivendo personaggi che non vivono di one line ma di atteggiamenti, modi di essere e reazioni.

Negli ultimi tempi il suo cinema aveva preso la piega peggiore. Sempre meno capace di inscenare quadri così ficcanti da essere esilaranti, aveva ripiegato, come capita ai nostri cineasti che superano una certa età e una certa fama, su scenette altoborghesi, applicando il suo filtro grottesco e malinconico a situazioni e idee stantie. In più la rottura con Cecchi Gori lo ha portato ad un pellegrinaggio di produzione in produzione fino ad approdare (ahimè) alla Filmauro, la quale ha notevolemente peggiorato la qualità tecnica dei suoi film. Scenari ridicoli, fotografia inesistente, montaggio in costante ritardo sulle aspettative dello spettatore e soluzioni visive da film di Massimo Boldi. Un'agonia.

Posti in piedi in paradiso lotta con tutte le sue forze contro questa tendenza. Interessato finalmente a situazioni estreme e basse (inevitabilmente le più esilaranti), il film ritrova la migliore verve verdoniana. La paradossale situazione di tre cinquantenni che vivono insieme come ragazzini (e come tali si comportano) presta il fianco a molte trovate di sceneggiatura e riesce a dire più cose degli ultimi 10 film prodotti da Verdone messi insieme. 
Sebbene permanga una sciatteria tecnica ingiustificabile (solo la soluzione del flashback è da Kiss Me Licia!) è indiscutibile che stavolta Carlo Verdone sia riuscito a raggiungere l'obiettivo dei suoi exploit migliori: parlare del male di vivere e di quanto tutto questo porti gli uomini ad essere più ridicoli di quanto non siano già.

Caratteristica inusuale per il suo cinema Posti in piedi in paradiso si autocita con piacere. Dai vestiti regimental di Giallini che ricordano quelli di Finocchiaro di Compagni di scuola, al cane Buk (di una famosa comica televisiva), ai cimeli del rock di Maledetto il giorno che t'ho incontrato fino al suo evergreen ovvero il momento d'intimità il cui erotismo è funestato dall'inadeguatezza personale.

28.2.12

The woman in black (id., 2011)
di James Watkins

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Per il primo film di Daniel Radcliffe lontano da Hogwarts non si può fare finta che si tratti di una produzione come le altre.
The woman in black recupera le atmosfere Hammer (soprattutto perchè è prodotto dalla Hammer), quelle dei classici horror vecchio stampo fatti di vento che fischia, porte che cigolano, ragnatele e candelabri ottecenteschi, a partire da un omonimo libro del 1983 di Susan Hill.

Imbastendo un contesto assolutamente tradizionale, talmente tanto privo di contaminazioni moderne da risultare quasi "nuovo", The woman in black cerca di riscrivere una dimensione filmica sul volto di Daniel Radcliffe. Privato degli occhiali e dell'aria da ragazzino, l'attore è qui investito di una maturità reale e posticcia al tempo stesso. Quella vera della barba sfatta e dei lineamenti duri che erano mascherati con sempre maggior fatica nel ruolo di Harry Potter e quella finta degli abiti e del ruolo.
The woman in black racconta di una casa posseduta da fantasmi e di un uomo che proviene da un altrove (un vero evergreen) che ne sonda i misteri e risolve la maledizione. Lo fa guardando poco ad oriente (come invece vediamo solitamente) e molto ad occidente. In questo trova anche un paio di momenti felici in cui le immagini riescono a farsi terrore e in cui tutta la messa in scena con coerenza costruisce la paura dell'ignoto.

L'horror moderno gioca molto con gli stereotipi classici. Li mastica, li ricicla nel presente, li trasfigura contaminandoli con le idee orientali e li asciuga. The woman in black li recupera e basta, senza per questo cercare un effetto di postmodernismo. Sembra infatti non esserci alcuna elaborazione critica dietro il film di James Watkins, solo la volontà di realizzare un classico.
Soprattutto il film riesce nel corso della sua durata a far gradualmente dimenticare la sensazione iniziale, ovvero quella di Radcliffe/Potter. Gradualmente si scorge sempre meno l'aria da eterno ragazzino e sempre più mentre si scende nel film Radcliffe si libera della pesante eredità.
Certo non basterà un film solo a scrollare di dosso il ricordo di ore di magia ma già è qualcosa. 

50 e 50 (50/50, 2011)
di Jonathan Levine

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Il cinema indipendente americano negli ultimi 10 anni ha subito una sterzata decisa, passando dall'essere una modalità produttiva ad un genere. La produzione è aumentata e si è standardizzata intorno a certi temi, personaggi e trame, il che ne ha anche facilitato la comprensione da parte del pubblico, con il conseguente aumento in termini di successo e di disponibilità delle star.
Quello che è successo però è che "indie" è diventato sinonimo di ruffiano, modaiolo e di un certo approccio a personaggi e narrazione che non è proprio il massimo in quanto ad audacia. E l'audacia una volta era ciò che caratterizzava le produzioni realizzate al di fuori degli studios.

50 e 50 è un po' la summa teorica di tutto questo in quanto si prefigge di catalizzare attorno ad un personaggio (già indie per carattere, tipologia e gusti) l'attenzione del pubblico mescolando il massimo delle disgrazie e il massimo dell'umorismo attraverso uno schematismo che ha dell'irritante.
Ad un Joseph Gordon-Levitt che scopre improvvisamente di avere un cancro maligno (e vede conseguentemente affacciarsi la possibilità di una morte di lì a pochi mesi) è affiancato un Seth Rogen che continua nella sua demenzialità infantile nonostante tutto. La trama avviata su binari leggerissimi è contrappuntata da attimi di tragedia, in cui viene ricordata la possibile morte imminente, nel tentativo di dare più valore ad ogni interazione, ogni litigata, ogni nuova conoscenza.

Jonathan Levine, che già aveva portato la cinema il pessimo Fa la cosa sbagliata, continua ad insistere sul binario della tenerezza senza ritegno. Usa la malattia per scatenare un'empatia matematica (di quelle che arrivano per forza) e pone accanto al protagonista personaggi inconsueti, originali e divertenti per non far mai scadere il film in una tragedia autentica. Senza il coraggio di fare nulla trascina 50 e 50 per tutta la sua durata ma alla fine è chiaro che non è stato raccontato nulla. Le traversie del protagonista dovrebbero parlare di caduta e ascesa, della possibilità di cambiare vita attraverso lo specchio di un evento traumatico e invece sono solo puro pretesto per dialoghi sentimentali mascherati da attimi di commedia. 
Insomma il solito film indipendente americano.

27.2.12

Cellulite e Celluloide

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su Radio Città Aperta (88.9 FM) ogni venerdì alle 20.00, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Breve e necessaria intro sugli Oscar nella quale faccio qualche previsione (fallimentare), dopodiché si passa al buon Quasi Amici, prima uscita della settimana, e poi a In Time, film uscito la settimana scorsa, il curioso Knockout e il bellissimo (e ignorato agli Oscar) War Horse.
Nella seconda parte si racconta il nuovo (insospettabilmente divertente) film di Carlo Verdone e si fa un po' li punto su Dracula 3D, il nuovo tragico film di Dario Argento.




LA PUNTATA DEL 24/2/12


Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.



24.2.12

Quasi Amici (Untouchable, 2011)
di Olivier Nakache, Eric Toledano

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Solitamente il film di grande, grandissimo incasso non è quasi mai un film di grande valore. Un po' l'esigenza di accontentare tutti, un po' la volontà di appianare i conflitti e smussare le asperità e un po' il ripiegarsi su gusti e un immaginario già conosciuto e digerito da tutto il pubblico. 
Quasi Amici non fa eccezione anche se, nel suo piccolo, si destreggia come può per mettere in scena un racconto classico (in un ambiente fortemente regolamentato ma triste un elemento alieno e vitale ne sconvolge gli equilibri) senza dover necessariamente ripetere tutti i cliché (solo alcuni).

Dryss è povero, nero (nato fuori dalla Francia e cresciuto a Parigi), pieno di problemi con la giustizia e con la famiglia. Philippe è ricco, bianco, integrato nel sistema e paraplegico. Il secondo paga il primo per fargli da assistente personale, spostarlo, lavarlo, dargli da mangiare ecc. ecc. Il primo gli cambierà la vita iniettando un po' di selvaggio istinto e vitale energia.
Poteva essere il solito squallido teatrini degli stereotipi, ricchi che pure piangono e poveri pieni di disgrazie ma che tuttavia sanno godersi la vita. Invece Quasi Amici grazie alla scelta di Omar Sy, l'interprete del senegalese Dryss, è un film riuscito.

Il gigante nero si muove, parla e recita con un'apparente facilità che è imbarazzante, riempie ogni inquadratura e azzera anche la recitazione fatta di sottrazione e misurate espressioni di François Cluzet. E' uno dei rari casi in cui istinto e forza selvaggi malmenano raffinatezza e misura. 
Giocando tutto sul corpo di un attore dall'indubbia plasticità Quasi Amici trova un'insperata via fuori dalla banalità, conquistando una dignità cinematografica insperata.

23.2.12

L'incredibile allungamento delle webserie

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Mentre negli Stati Uniti le webserie cominciano ad abbattere gli steccati del web per finire su diversi device e diversi schermi, mutando forma e linguaggio per avvicinarsi sempre di più allo stile televisivo (anche grazie alle molte star e registi noti che vi prendono parte), in Italia, in mancanza un ecosistema tecnologico a livello (nessuno ha set top box o televisioni connesse), le webserie subiscono uno strano e immotivato allungamento di durata.

Se già la prima stagione di Freaks aveva visto un progressivo allungarsi dei tempi (e la seconda dovrebbe essere tutta su quelle lunghezze, andando sempre più vicini ai 45 minuti canonici delle serie tv americane), anche altre webserie seguono l'esempio abbandonando la fruizione mordi e fuggi dei circa 5 minuti ad episodio per abbracciare la durata tipica del mediometraggio (tra i 20 e i 30 minuti).
È il caso di Skypocalypse, serie di cui già si parlò e che negli ultimi mesi è passata attraverso diverse mutazioni, evoluzioni e cambiamenti.
Sebbene non abbia ancora chiuso la prima stagione, la webserie che raccontava di un'apocalisse zombie senza mai mostrarla, ma mettendo in connessione i sopravvissuti tramite videoconferenza Skype, ha lentamente cambiato le carte in tavola, allungando i propri tempi a dismisura.

22.2.12

Qualcosa di straordinario (Big miracle, 2012)
di Ken Kwapis

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Alaska, anni '80, il reporter di una tv locale realizza un servizio su due balene che non riescono ad eseguire la solita migrazione, poichè una lastra di ghiaccio troppo estesa le blocca, impedendo loro di emergere il numero sufficiente di volte per respirare. I due cetacei sono bloccati in una zona in cui è rimasto l'ultimo buco nel ghiaccio da cui emergere.
La storia degli animali intrappolati catalizza l'attenzione nazionale, porta in loco tutti i principali network televisivi e coalizza forze apparentemente agli antipodi come attivisti di Greenpeace e spietati petrolieri.

Tratto da una storia vera, per quanto allucinante, il film di Ken Kwapis (regista con all'attivo quasi solo produzioni televisive come The Office) vuole raccontare un fatto noto, almeno al suo pubblico di riferimento. Nel ripercorre qualcosa che dunque è chiaro come vada a finire cerca di fare un discorso su altro, cioè su come il sistema dei media (interpretato dalla tv) sia in grado di coalizzare forze e intenti a partire dalla gestione dell'attenzione.
Le uniche scene non girate in Alaska riguardano infatti gli interni delle case e degli uffici in cui le persone rimangono incollate ai notiziari per scoprire che sia successo alle balene. L'attenzione delle persone è il motore che in ultima analisi porta anche il più perfido dei petrolieri texani (complimenti per le sfumature del personaggio.....) a capitolare e dare una mano. Attenzione che addirittura smuove il presidente Reagan, in periodo elettorale, fino ad arrivare al governo sovietico, costretto suo malgrado a fare qualcosa.

Le intenzioni migliori si sciolgono però in una produzione dal ritmo blando e dalla paura di fare un torto a qualcuno. Colpendo cerchi e botti un po' ovunque Kwapis realizza un film innocuo, che ha una tesi forte ma non è capace di portarla avanti con la caparbietà che meriterebbe.
Il risultato è che continuamente mentre si vede Qualcosa di straordinario in sala si ha l'impressione di trovarsi in casa davanti alla televisione in una domenica pomeriggio.

21.2.12

Knockout (Haywire, 2012)
di Steven Sodebergh

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Una buona parte della carriera di Steven Sodebergh gira intorno alle figure femminili e all'indagine di come la loro determinazione le conduca, attraverso percorsi inusuali, a prendere le redini delle situazioni o a gestire la propria vita. Non è solo una questione di donne forti, ma di donne che si battono contro tutto e tutti e lo fanno in maniere poco canoniche, non ricalcando le medesime modalità attraverso le quali gli uomini si fanno strada.

Questa premessa è necessaria perchè Knockout è contemporaneamente il film d'azione che ci si aspetta e un'altra versione del metodo Sodebergh per indagare il corpo femminile. 
Il regista di Erin Brokovich non è particolarmente appassionato o esperto di cinema d'azione, e benchè Knockout abbia una trama abbastanza canonica (un agente segreto non serve più, il governo cerca di farlo fuori ma lei capisce tutto e per sopravvivere risale la catena del potere facendo fuori quelli che la vogliono morta), lo stesso non si tratta di una delle pellicole più dinamiche o interessanti del genere non fosse per la presenza di Gina Carano, vera campionessa di arti marziali che, essendo incidentalmente anche una donna molto bella e fotogenica, è ora passata alla recitazione.

Sodebergh usa Gina Carano nella migliore delle maniere, cioè facendole fare quello che sa fare, mostrando combattimenti veri, evoluzioni vere e prestazioni estreme del corpo femminile. Le fa riempire di mazzate Antonio Banderas, Ewan McGregor, Channing Tatum e Michael Fassbender, simboli di virilità al cinema, attraverso il suo stile marziale e quindi movimenti molto più plastici e armonici di quelli fintissimi con cui solitamente le attrici si dimenano nelle scene d'azione tutto montaggio. Qui chiaramente il montaggio è minore, Sodebergh può permettersi lunghi take perchè Gina non ha bisogno di trucchi.
Come Erin Brokovich metteva al tappeto le istituzioni senza rinunciare alla femminilità, come la Chelsea di The Girlfriend Experience (film inedito in Italia con protagonista la porno attrice Sasha Grey) manipolava i suoi clienti abbienti, così l'agente Mallory Kane si fa strada in un mondo di uomini grazie al proprio corpo, utilizzato e mai sfruttato.

20.2.12

Flying Swords of Dragon Gate (2012)
di Tsui Hark

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FUORI CONCORSO
BERLINALE 2012

A partire da Dragon Gate inn e New Dragon Gate inn (due film rispettivamente del 1966 e 1992), Tsui Hark compone questo suo remake/fusion di una storia classica di avidità e conquista del mistero.
Affidandosi al maestro Jet Li, da lui realmente scoperto come attore cinematografico ormai decenni fa, il regista hongkonghese gira un film senza nostalgie e proiettato in avanti tanto quanto il suo precedente Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma, ma stavolta di nuovo ambientato in un universo più tradizionalmente wuxia (per quanto il suo wuxia possa essere definito tradizionale) come in Seven swords.

Solidamente radicata nelle sabbie del deserto (in cui si svolge la maggior parte della storia), la classica dinamica di svelamenti ed inganni questa volta riguarda tre gruppi differenti equamente divisi in buoni, cattivi e predoni dai buoni sentimenti. Ma non è tanto la tradizione ad interessare Tsui Hark, quanto la possibilità di dare ancora una volta vita ad un cinema dinamico e pieno di idee.

In questo senso va letta l’entrata (per la prima volta in Cina) del 3D, applicato con amore per il tecnicismo e perizia mostruosa. Con la consulenza di Chuck Comisky, già stereografo per Avatar, questo primo film profondo della Cina è anche uno di quelli che meglio interpretano il senso di una terza dimensione al cinema. Tutto concentrato nell’immaginare scene che si arricchiscano dal movimento di persone o oggetti su diversi piani di profondità, nel concepire inquadrature in cui l’effetto prospettico sia enfatizzato e per nulla timoroso di lanciare oggetti al pubblico, Tsui Hark sposa le evoluzioni stilizzate delle arti marziali romantiche del wuxiapan con le ultime idee in fatto di estetica filmica, riconciliandosi in questo modo con la vera natura del proprio cinema.

La trama complessa e molto stratificata come sempre si scioglie di fronte al modo in cui corpi e persone volano nello spazio, disegnando traiettorie che, assieme alle scelte di fotografia e montaggio, inventano uno spazio filmabile sempre diverso e, per il pubblico occidentale, sempre sorprendente. Se i colleghi e coetanei che oggi si occupano di grandi produzioni wuxia in Cina puntano su colori e idee di fotografia o trama, Tsui Hark dimostra di non aver smesso di voler concepire il cinema come un mezzo per ritrarre i gesti, i corpi e gli spazi.

Alla fine lo si è notato di più

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Il festival di Berlino è finito di sabato. Il giorno dopo, domenica, il primo volo per l'Italia è quello delle 10.30, prevedibilmente è pieno di giornalisti di cinema. Meno prevedibilmente, mentre mi sto avviando al metal detector del piccolo aeroporto di Schonenfeld, vedo entrare dalla porta principale i fratelli Taviani, Grazia Volpi (la produttrice) e Nanni Moretti (intervenuto alla cerimonia di premiazione in qualità di distributore della pellicola).

Già l'idea che i vincitori dell'Orso d'Oro viaggiassero low cost con EasyJet aveva scatenato in me un misto di ilarità e stima (l'austerità scatena sempre stima). Quello che non avevo calcolato era l'altro particolare, il fatto che ci saremmo trovati in un aereo di giornalisti di cinema e, vista la compagnia aerea, non dei più "spesati" (in realtà mi sbagliavo, in mezzo c'era anche il principale cronista di cinema del Corriere). Avevo anche ingenuamente sperato in una dinamica da volo di ritorno dei Mondiali '82, ma ovviamente non è stato così.

Per quanto già fosse strana la situazione, il momento veramente assurdo si è consumato al gate, in quell'attesa tra il superamento del metal detector e la chiamata per entrare nell'aereo.
Si trattava di un gate abbastanza lontano e isolato, una stanzetta separata da tutto. Arrivati i Taviani e Moretti, tra gli ultimi, il pubblico si è contenuto per circa 10 minuti. Nanni si era seduto molto in disparte, casualmente di fronte a me, e al telefono diceva cose del tipo "Si, lo so, ci sono stato in giuria insieme una volta non è molto simpatico...", dall'altra parte della sala i Taviani, dietro richiesta dei presenti, avevano già tirato fuori l'Orso d'Oro (tenuto a portata di mano evidentemente) tra gli applausi generali. 
E mentre Nanni dava sempre le spalle al tutto, io vedevo la scena di una giornalista non riconosciuta (non sono ferratissimo sulle correlazioni nomi/volti del settore) che faceva la scena di consegnare il premio ai fratelli (WTF?!!) tra reiterati applausi e festeggiamenti anche di altri passeggeri non giornalisti, che non credo avessero capito di cosa si stesse parlando.

Il culmine lo si è però raggiunto quando chi al microfono dà l'annuncio dell'imbarco (in un italiano misto di accento straniero) al quale evidentemente era stata spiegata la situazione, dopo aver precisato come sempre che chi ha il biglietto con priorità entra prima, ha anche aggiunto che i vincitori dell'Orso d'Oro sarebbero potuti entrare anch'essi tra i primi e ovviamente faceva i suoi complimenti. A quel punto, ai complimenti fatti al microfono, è partito l'ennesimo applauso al quale nemmeno Nanni (che era comunque di spalle) si è potuto esimere.
Ovviamente, qualora ve lo steste chiedendo, sull'aereo poi Moretti è salito per ultimo. Ma ultimo davvero, ne sono sicuro perchè standogli seduto davanti mi sono impuntato e non mi sono alzato finchè non si è alzato lui (dunque sono entrato per penultimo, battere il maestro mi sembrava fuori luogo). E lo si è notato di più.

18.2.12

Rentaneko (Rent-a-cat, 2012)
di Naoko Ogigami

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PANORAMA
BERLINALE 2012

Film appartenente alla categoria "non lo vedrete mai in Italia e non lo troverete mai da scaricare".
Rentaneko procede come se aggregasse diversi episodi di una medesima serie animata giapponese. Nonostante sia un lungometraggio di 120 minuti in live action, la scansione della storia è divisa in 4 blocchi che si ripetono (variando personaggi e qualche svolgimento) secondo le stesse identiche modalità.
Lamentela di un problema personale, noleggio del gatto ad una persona sola, test sull'affidabilità della persona in questione da farsi nella sua abitazione, ritorno a casa e conversazione con il vicino, telefonata della persona, fine del noleggio del gatto.

Detto questo Rentaneko è permeato di un umorimo e, nel solo finale, di un sentimentalismo per nulla banali anche considerando, differenze e originalità della cultura giapponese in sè.
Visivamente l'idea di una casa piena di gatti è sfruttata al meglio, ovvero cercando sempre di riempire le inquadrature di punti di interesse (ogni gatto fa qualcosa di particolare, sembrano recitare) che si accompagna ad una profondità di campo che tiene sempre tutto a fuoco e quindi visibile. Gli animali stessi sono molto ben selezionati (dove l'hanno trovato il maestro Utamaru? Il Danny Trejo dei felini) ed impiegati.

In più lo scarto finale, che nega l'atteso lieto fine ribadendo una malinconia che per il resto del film era presente ma mai in maniera troppo esplicita, è una sorpresa inaspettata e piacevole.
Il suo punto forte tuttavia il film sembra averlo nell'incredibile vicino di casa, una figura, un attore, una recitazione e delle battute che per assurdità non potevano che uscire da un film nipponico. Epico.

Death Row (id., 2012)
di Werner Herzog

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BERLINALE SPECIAL
BERLINALE 2012

Quello di Death Row è un progetto parallelo a Into the abyss, l'ultimo lungometraggio di finzione di Herzog. All'origine c'era l'idea di fare interviste ai condannati a morte da mandare a puntate in televisione, come sempre però il regista tedesco si è fatto prendere la mano ed è rimasto talmente affascinato da una di queste storie con cui è entrato in contatto, da approfondirla e farla diventare lungometraggio. Le restanti 4 invece sono ognuna il centro dei 4 episodi per la tv intitolati Death Row, mostrati come un unico film di 180 minuti al festival di Berlino.

Come spesso si vede nei suoi documentari Herzog narra fuoricampo in inglese con il suo accento bavarese, questa volta non si mostra mai davanti alla macchina da presa ma nelle interviste le sue domande si sentono forti e chiare, e sono la cosa più interessante.
Quello che colpisce da subito è infatti come, nella breve introduzione ad ogni puntata (sempre uguale, tipo  sigla), inquadrando la camera in cui vengono fatte le esecuzioni, la voce di Herzog ripeta chi è lui e cosa voglia fare. In tre frasi illustra la pena di morte in America per numero di morti, numero di stati in cui è presente e applicata e poi chiude dicendo che da straniero, ospite in questo paese, "...I respectfully disagree".
Fin dall'inizio di ogni episodio è insomma precisato che quella è la visione di Herzog che con rispetto si batte contro la pena di morte a modo suo, intervistando condannati (alle volte reo confessi o palesemente colpevoli) con poca umanità ma molta partecipazione.

L'obiettivo è raccontare altre storie di personaggi estremi, di destini titanici causati da spunti banali, come tipico dei personaggi che lo appassionano, ma il modo in cui Werner Herzog tira fuori ai suoi intervistati le storie, gli umori e cosa gli interessi nelle pieghe di quei racconti è sorprendente. La durezza con cui si rivolge ai condannati (a cui spesso ricorda che se sono dove sono un motivo c'è), l'ironia improvvisa che sa suscitare e l'interesse che tira fuori dalle risposte orchestrando la drammaturgia tramite l'interrogatorio è qualcosa di inedito. Ci sono dei momenti in cui Death Row sfiora la tv del dolore, indaga sui sentimenti più bassi e ripropone immagini o sequenze per insistere su dettagli morbosi, eppure, il solo fatto che si tratti della prospettiva herzoghiana, rende i dettagli morbosi, dettagli filmici, e la pornografia del dolore, indagine del racconto.
E' come vedere un maestro indirizzare un allievo nella scrittura di un film.

17.2.12

A Royal Affair (En Kongelig Affære, 2012)
di Nikolaj Arcel

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CONCORSO
BERLINALE 2012

C'è una grande contraddizione di fondo in tutti i film in costume che parlano di regnanti. Ovvero quella che vuole i governanti/re/nobili e via dicendo sprezzanti verso il volgo e qualsiasi suo diritto, interessati solo a se stessi e totalmente chiusi di mentalità (cosa che non si fa fatica a credere), tutti tranne una o due persone, cioè i protagonisti, che invece, pur appartenendo a quel mondo e venendo dal medesimo brodo culturale, sono l'esatto opposto.

A Royal Affair ovviamente non fa eccezione. Basato sulla vera [AHAHHAHAHAHAHAHAH!!!! ndb] storia di re Christian VII di Danimarca, del suo medico illuminista (che per un breve periodo prese il potere nel regno) e della storia d'amore che ebbe con la regina, il film legge tutti gli eventi con la lente dei posteri, dando a Johann Struensee, il medico illuminista, un carattere buono altruista e moderno (e così alla regina, perdutamente innamorata di sudditi non suoi, che era inglese) e agli altri mentalità da medioevo.

Imprecisioni, assurdità, banalità e tutto quel giro di sentimentalismo a buon mercato che si accompagna ai film in costume con parrucconi mandano avanti il film. Mads Mikkelsenn è il protagonista e raramente si è visto qualcuno recitare così poco e riuscire comunque ad essere (per fisico, attitudine e smorfie) così fuori parte.

16.2.12

La chispa de la vida (As luck would have it, 2012)
di Alex de la Iglesia

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BERLINALE SPECIAL
BERLINALE 2012

Ci sono due Alex de la Iglesia, uno che pensa in grande e realizza affreschi ambiziosi ed epici (ultimo dei quali La ballata del bene e del male) e uno che pensa in piccolo e fa film su piccoli fatti. In entrambi i casi la sua prospettiva è sempre la stessa: l'inferno sono gli altri, la vita del singolo è distrutta dalle continue ingerenze della massa.
In La chispa de la vida la massa sono i media ("La gente ha la televisione che si merita" viene detto ad un certo punto) che arrivano di corsa a riprendere il caso del protagonista, caduto da un'impalcatura di un museo appena finito di costruire, dritto su una grata di ferro, nella quale uno dei ferri sporgenti gli si è conficcato nella nuca ma non l'ha ucciso, anzi non ha avuto nessun effetto su di lui se non quello di costringerlo a rimanere fermo in attesa che qualcuno trovi una soluzione.
Tutti accorrono al suo capezzale e lui cercherà di fare quanti più soldi gli è possibile da questa situazione.

C'è un momento in cui de la Iglesia inquadra il suo protagonista infermo sulla grata in una posizione da Cristo crocefisso. Il suo però non è un sacrificio per l'umanità quanto per se stesso. Incapace di essere all'altezza delle aspettative che aveva per sè (ha perduto il lavoro e non lo trova più), sta vendendo consapevolmente il suo corpo alla televisione per quel che può, l'ultima possibilità per lui di fare dei soldi.
Non è tuttavia nella meafora cristologica che La chispa de la vida trova il suo senso maggiore, quanto nell'idea che siamo quello che ci meritiamo. La grande metafora di un uomo che sta morendo in un luogo di cultura (da cui le autorità e il sistema politico cercano di trarre denaro e visibilità) e la sua morte che viene saccheggiata dai media per autoalimentarsi (sosituendo il massimo dell'alto al massimo del basso all'interno di quel museo), è fomentata lungo tutto il film da mille piccole comparse, mille personaggi minori che portano avanti il saccheggio.

Il modo in cui Alex de la Iglesia usi un umorismo senza la minima pietà, per comunicare la più cinica, pessimista e indigeribile delle idee, ovvero che il peggior nemico dell'uomo è la società nel suo complesso e che la vittima stessa sia parte integrante di questo sistema deleterio, ha sempre del fantastico.
Anche se privo di Jorge Guerricaechevarria (sceneggiatore fenomenale che in passato aveva molto collaborato con il regista), de la Iglesia mette in piedi uno script di rara cattiveria, in cui il divertimento non è eccessivo ma ogni battuta è una stilettata e in cui ogni occasione per portare in basso i suoi personaggi (soprattutto il protagonista) viene sfruttata.
Questa caratteristica fissa (ma sempre sorprendente) del suo cinema è quella che lo rende davvero insostituibile.

Orrore a Fiano Romano

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In America si sono sempre fatte, fin dall'inizio della serialità in rete, in Italia quasi per nulla. Sono le webserie horror. Si potrebbe anche argomentare che la prima in assoluto, lonelygirl15, fosse una webserie d'orrore. Da noi invece il primo esperimento di vero successo, Freaks, aveva più le componenti del teen-thriller. Ora Orrore a Fiano Romano arriva ad autoposizionarsi nel campo dell'horror seriale per internet, e lo fa in una maniera molto diversa da quanto abbiamo visto accadere all'estero.

La webserie di Simone Damiani (noto a chi si interessa di produzioni audiovisive per la rete, grazie alla storia di qualche anno fa intorno al suo lungometraggio in Creative Commons: Torno Subito) racconta della famiglia di un regista di cinema d'orrore di serie B italiano, un grande degli anni '70, uno di quelli che facevano tanto con poco, posta di fronte al lutto del capofamiglia e all'esigenza, imposta dal testamento, di realizzare la sua ultima sceneggiatura.
Con un po' di stile da documentario televisivo e po' di linguaggio finzionale, si raccontano le traversie di una famiglia che ha la massima confidenza con l'orrore (la prima puntata si apre con la mamma che ha cucinato un polpettone che ha l'aspetto di una gamba umana mozzata). Lo stesso autore definisce la serie: "uno strano incrocio tra La Famiglia Addams, Modern Family e Boris". Ovvero: famiglia sui generis + approccio documentaristico + tono cinico e disilluso che guarda il sistema di cui si fa parte (in questo caso l'audiovisivo).

15.2.12

Postcards from the zoo (Kebun binatang, 2012)
di Edwin

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CONCORSO
BERLINALE 2012

Quando ammassi metafore per 90 minuti una almeno ti deve riuscire per forza altrimenti c'è proprio un problema. Ancora più facile è se queste metafore girano tutte intorno al binomio regno umano/regno animale, società civile/società confinata dello zoo.
La storia di questo film indonesiano, che a tratti sembra voler cercare il lirismo di Lee Chang Dong senza averne la sobrietà, gira intorno alla protagonista, lasciata allo zoo all'età di (circa) 5-6 anni e cresciuta lì da sola con gli animali e i gestori. La vediamo piccola esplorare la zona e poi dopo un'ellisse temporale la troviamo più grande. 

Ovviamente c'è tutto il corollario di contatto con gli animali, conoscenza di essi, lavoro con quelli che li tengono e gli avventori dello zoo. Animali confinati, uomini confinati, vite confinate.
Compare un cowboy indonesiano (è tutto corretto eh, non sto sbagliando) che compie magie. Ma no magie tipo mago, magie tipo prestigiatore, solo senza trucchi. Fa davvero le cose che i prestigiatori fanno per finta.  Vestito da cowboy americano (è sempre tutto corretto eh). Questa comparsa stimola la voglia e il desiderio di libertà della protagonista che con il cowboy/mago/prestigiatore si avventura fuori dallo zoo. Il primo posto in cui arriva è un locale gestito (sembra) dalla malavita, in cui vogliono mettere a frutto le doti magiche (anche se non gli piacciono molto).

Il cowboy ben presto scompare così com'è arrivato, lei rimane a fare la massaggiatrice e tutte quelle cose che le massaggiatrici fanno in più, fino a che non si stufa (almeno così pare) e torna nello zoo, in cui finalmente, come desiderava da tempo, riuscirà a toccare la pancia di una giraffa (che pare sia difficile da avvicinare).
Sui titoli di testa un ippopotamo, la cui testa spunta parzialmente dall'acqua, si immerge e dopo 5 secondi riemerge.
Ecco quest'ultima scena è l'unica metafora riuscita davvero. Sono serio quando dico che mi ha toccato molto nonostante tutto il film mi abbia irritato tantissimo. Arrivati a quel punto, l'idea di nascondersi sott'acqua placidamente, per riemergere solo parzialmente e occasionalmente, funzionava tantissimo ed è arrivata come un dardo. Inutile ormai ma potente.

Jayne Mansfield's Car (2012)
di Billy Bob Thornton

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CONCORSO
BERLINALE 2012

La macchina di Jayne Mansfield del titolo è quella dentro la quale l'attrice si è schiantata, un relitto che due dei protagonisti di questo film corale vanno a vedere come fosse un'attrazione (anche perchè così è presentata). Uno dei due in particolare, uno straordinario Robert Duvall, è appassionato di incidenti e spesso si sintonizza sulla radio della polizia per sapere dove andare ad ammirare i resti degli sfraceli.
Evidentemente quello è il momento in cui il film di Billy Bob Thornton si fa più esplicito e apre la propria metafora (proprio perchè parte del titolo), interpretare quale questa sia (Cuore rotto dell'america? Distruzione interiore? Bellezza esteriore che porta alla morte?) sta al singolo spettatore.
Questo è il modo di procedere del film, tra simboli evidenti e personaggi dalle caratteristiche forti, ma è anche il limite maggiore.

Il film racconta di due famiglie unite dal lutto di quella che è stata, in momenti diversi, la madre e la moglie di entrambe. I primi sono americani e numerosi, vivono in un equilibrio precario fatto di ribelli, reduci distrutti e figli prediletti di un padre scontroso, i secondi sono pochi ed inglesi, l'elemento alieno e perturbatore che arriva a sconvolgere i suddetti equilibri costringendo tutti (essi stessi inclusi) ad affrontare le proprie contraddizioni.
E' indubbio che Billy Bob Thornton guardi a Tennesse Williams nel dirigere e scrivere questo film in cui le tensioni familiari esplodono in nottate piovose, in cui gli stati del sud degli Stati Uniti sono l'incubatore delle peggiori repressioni e in cui le passioni violente possono sanare (quasi) tutto.

Certo il paragone con il più grande tragediografo prestato al cinema è ingiusto e folle da fare, ma se il solco è quello, è anche vero che il cinema rapido e asciutto di Thornton (fatto di pochi ciak, quasi nessuna prova e grande fermezza nelle decisioni) riesce a stimolare più di quanto non si direbbe.
L'impianto è abbastanza matematico (nel film si formano diverse coppie tra americani e inglesi, ognuna pronta a risolvere i reciproci problemi) e molto è affidato ai dialoghi ed è un peccato. Perchè quando invece il film ha l'audacia di affidarsi alla forza delle immagini, riesce a compiere un salto deciso in avanti. Esemplare è ad esempio il momento in cui Billy Bob Thornton parla del trauma di guerra (poco esaltante) e quello che arriva di lì a poco in cui lo stesso trauma è esemplificato dal suo presentarsi con il corpo dilaniato dalle ustioni e le medaglie appuntate sulla carne.

The summit (2012)
di Franco Fracassi

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PANORAMA DOKUMENTE
BERLINALE 2012

Non solo Diaz. A Berlino c'è anche un documentario italiano che parla dei fatti di Genova. E' girato da un giornalista e comprende molte interviste a giornalisti presenti in loco (o che hanno indagato la questione,) manifestanti e rappresentanti delle associazioni di categoria (sindacali e non) dei poliziotti.
La ricostruzione segue un filo prettamente televisivo, con una scelta musicale a tratti agghiacciante e una scansione ritmica penalizzante che fa coincidere la fine dei tronconi di racconto con la fine dei pezzi musicali in sfumare. Il racconto è quello canonico e procede un po' cronologicamente e un po' per temi.

Ciò che successe, il fattore sorpresa, quali erano i presupposti, cos'era accaduto nelle altre manifestazioni simili degli anni prima, chi sono i Black Bloc, da dove vengono e infine cosa può aver scatenato quel tipo di reazioni da parte della polizia.
Se le parti pù descrittive sono realizzate con completezza cronachistica ma con poca interpretazione (si descrive quel che accadde ma non si avanzano ipotesi sui moventi di tante azioni) e il materiale video di repertorio è buono, è nella parte in cui parlano i rappresentanti del mondo della polizia che The summit trova un po' più di ragion d'essere e tralascia la vocazione a far indignare lo spettatore su fatti che bene o male già conosce.
Le motivazioni (che non sono mai giustificazioni) che possono aver causato i pestaggi e la guerriglia sono infatti espresse con proprietà di linguaggio e buone argomentazioni.
Rimane tuttavia un mistero come mai presentare al cinema un simile pezzo di televisione.

The Flowers of War (id., 2011)
di Zhang Yimou

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FUORI CONCORSO
BERLINALE 2012

Una delle più grandi star americane nel film del più grande e conosciuto regista cinese contemporaneo. Flowers of war è un filmone dal tono epico e dalla retorica chiara, che esalta il popolo cinese raccontando di un episodio storico descritto come "realmente accaduto".
Durante il sanguinoso assedio a Nanchino (allora la capitale) un becchino si nasconde in una chiesa, fingendosi prete per sopravvivere. Lì trova delle studentesse di circa 13 anni e dopo poco si aggiungono delle note prostitute rifugiate. La convivenza non è semplice, il becchino non è uno stinco di santo ma la situazione tirerà fuori il meglio da ognuno, farà superare le differenze e diffidenze coalizzando tutti verso un grande sacrificio finale.

Flowers of war ricalca tutta la retorica del cinema autoesaltatorio statunitense. I grandi ralenti, i controluce commoventi, primi piani intensi, occhi lucidi, parole poetiche e musica altisonante, eppure per almeno un'ora di film sembra fare tutto questo con gli strumenti del miglior cinema. Zhang Yimou è davvero il più grande regista cinese se non uno dei migliori al mondo e il suo incontro con Bale (puramente americano nello stile di recitazione) produce scintille di magnificenza. Tra un rigoroso uso del colore (il protagonista bianco di farina, baionette che sfiorano gli occhi, rosoni della chiesa che producono arcobaleni), un racconto asciutto pur nella sua magniloquenza e trovate degne dei nomi sui cartelloni, Flowers of war inizia alla grande (visti i presupposti), ma da quando il prete per necessità si taglia la barba (segno cinematografico universale di mutamento interiore), il film cambia rotta.

Annacquato nella retorica, flagellato dal buonismo e allungato a dismisura da ralenti, sequenze musicali ed esigenze celebrative, Flowers of war si trasforma nell'incubo di ogni spettatore: un film a tesi privo di ritmo o novità e incaricato di inculcare una morale di ferro. Un disastro.
Ciliegina sulla torta: il ruolo dei giapponesi. Gli assediatori di Nanchino (e nemici storici della Cina) sono dipinti come mai si era visto prima. Perfidi, stupidi, gretti, meschini, ributtanti e viscidi non hanno una scintilla di positività, non hanno un personaggio nemmeno vagamente morale o anche solo un'idea di umanità. Anche i loro colpi sono più efferati e producono più sangue di quelli dei cinesi. Nemmeno i comunisti nei film americani in tempo di guerra fredda erano trattati così. Nemmeno i nazisti!

14.2.12

Young Adult (id., 2012)
di Jason Reitman

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BERLINALE SPECIAL
BERLINALE 2012

Ci sono molte idee dietro l'ossimoro che fa da titolo al nuovo film di Diablo Cody e Jason Reitman (ancora insieme dopo Juno). C'è un genere diventato popolare nell'industria dell'intrattenimento degli ultimi anni ("Cos'è? Vampiri?" viene chiesto ad un certo punto alla protagonista); c'è la doppia tensione dei due autori, una più focalizzata sull'adolescenza come luogo di formazione dei difetti dell'america, l'altro sempre interessato a figure di adulti che non riescono a conquistare status e conferme dell'età che gli compete; c'è infine la descrizione della protagonista, una 37enne che non ha mai superato il suo ruolo di reginetta del liceo e, nonostante la fuga dal paese di provincia per un lavoro in città, continua a ragionare come una ragazzina.

L'occasione che fa partire il film è l'arrivo nella casella mail della giovane adulta dell'invito al party di battesimo del neonato del suo ex ragazzo della high school. Mavis legge questo strano atto (i due non si sentono da anni) come una richiesta d'aiuto e con spirito d'avventura giovanile e disperazione adulta torna sul luogo del misfatto, convinta che potrà riprendersi la sua anima gemella e riportare la sua vita sui binari "vincenti" di quando era al liceo.

Young Adult mortifica e infanga qualsiasi cosa di buono e positivo si possa pensare sulla popolarità al liceo ma non lo fa attraverso la condanna. Mettendo Mavis Gary al centro del racconto scatena una simpatia nei confronti dei suoi drammi, e della sua terribile e irrisolta indifferenza a qualsiasi sentimento, che parla con grande efficacia del vuoto di una vita passata ad inseguire l'idea di essere "migliore". 
Reitman è bravissimo a mettere in scena un film in cui tutti i comparti visivi (costumi, scenografia, fotografia) tendono al gelo dei colori, in cui il montaggio è usato in chiave comica anche più dei dialoghi (inusualmente sobri di battute) e in cui i dettagli dei piccoli movimenti di una (finalmente) bravissima Charlize Theron svelano le pieghe dello script di Diablo Cody. L'autrice non cade nell'errore che condanna e invece che giudicare (come fa la coppietta felice, esecrabile tanto quanto la protagonista) cerca di comprendere per smontare e non accusare.

Tomorrow (Zavtra, 2012)
di Andrey Gryazev

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FORUM
BERLINALE 2012

In Russia un collettivo di artisti noto come Voina (che significa "guerra") compie azioni di protesta estemporenee e le filma per poi metterle online. La ripresa dell'evento è la documentazione dell'opera d'arte metropolitana che per sua natura è fugace (come per Banksy, le foto sono importanti tanto quanto l'opera in sè).
Il documentario li riprende mentre studiano e mettono a punto una delle loro opere più note, il rivoltamento di un'auto della polizia russa, simbolo della necessità di soverchiare un regime costrittorio. Come prevedibile gli appartenenti al collettivo (che comprende un marito e una moglie con bambino di meno di un anno), sono scoperti e catturati dalla polizia. Dopo 3 mesi di prigione uno di loro è liberato mentre l'altra sarà portata in centrale, non senza una scarica di botte, durante una manifestazione.

L'idea del documentario è mostrare la violenta repressinoe della polizia agli atti del Voina. Molto si concentra sulle ingiustizie, i metodi da gestapo, la privazione di libertà e la violenza. Eppure tutto sa di pretestuoso.
Nonostante la situazione russa sia nota e nonostante le opere di Voina siano molto interessanti, questo documentario lo è molto meno. Tomorrow è un corollario cronachistico che insiste sulla componente più becera e ruffiana (il bambino della coppia è costantemente in primo piano lasciando intuire che subisce traumi per quel che accade ai genitori), colpendo basso lo spettatore tanto quanto la polizia fa con il collettivo.

Inutile come valore aggiunto delle loro opere, parziale come opera di cronaca, noioso come racconto e ruffiano come film, Tomorrow vale poco da qualsiasi parte lo si guardi.

13.2.12

Captive (2012)
di Brillante Mendoza

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CONCORSO
BERLINALE 2012

2001, quindici residenti nell’hotel di un’isola dell’arcipelago filippino sono catturati e rapiti da un commando appartenente al gruppo musulmano di Abu Sayyaf. L’intento è ricattare le nazioni di appartenenza e il governo filippino per ottenere denaro e controparti politiche. Le trattative si arenano quasi subito però e i prigionieri saranno tenuti per più di un anno, costantemente in movimento (a piedi), nella giungla filippina prima di essere liberati dall’esercito.

A partire da eventi realmente accaduti Brillante Mendoza gira il suo primo film in cui il realismo dello stile si accompagna a quello di una trama ispirata alla cronaca. E nel disegnare i fatti veri il regista filippino sceglie subito la barricata dietro la quale schierarsi.

Captive è la storia di quindici prigionieri e quasi altrettanti carcerieri, la storia di un continuo movimento lungo la giungla come gli animali che li circondano, senza un tetto e senza provviste, uno spostarsi continuo fatto di pasti saziati da quel che si trova e ferite curate con le erbe masticate, di un gruppo di uomini che sviluppa vicendevolmente un rapporto di affezione e comprensione.

Senza fare sconti alla durezza e intransigenza dei rapitori ma non cedendo nemmeno un passo davanti all’ancora maggiore inamovibilità dei governi (cui non è riservata nemmeno un’inquadratura, solo qualche flebile voce dall’altra parte del telefono), Mendoza inserisce i suoi attori professionisti e non (accanto a Isabelle Huppert c’è un cast in cui spiccano volti che non possono di certo essere habitué della macchina da presa) in una giungla affollata di piante e altri esseri viventi. Come già in altri film (specie in Lola) il regista filippino sembra infatti tenere all’ambiente tanto quanto ai personaggi. Tra metafore esplicite (il serpente che cattura la preda e se ne ciba), un parto durante una sparatoria filmato realmente (il sangue finto dei morti montato accanto a quello vero del neonato) e un insperato anelito di libertà portato da un coloratissimo uccello fatto al computer, Captive sembra guardare a L’alba della libertà di Werner Herzog, per il modo in cui il tragitto della foresta è pericoloso e metaforico, aspro e comprensivo.

L’impressione finale è che il film più ambizioso (e dispendioso!) del regista mostri anche qualcos’altro, ovvero come la sua vena, fino ad ora espressa nell’intimismo, abbia molto da dire anche in quel cinema che affronta la morte da vicino, che alterna ai più classici momenti di stasi altri caratterizzati da un ritmo serrato e dall’ansia della violenza imminente.

Shadow dancer (2012)
di James Marsh

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CONCORSO
BERLINALE 2012

Anni ‘90, Irlanda del Nord. Colette, al centro delle lotte dell’IRA contro il governo, viene presa dalla polizia, la quale le offre la possibilità di non finire in galera (e quindi non essere allontanata dal figlio di 10 anni per altri 25) ma collaborare diventando in sostanza una spia. La prima occasione è un attentato che i suoi compagni stanno preparando. Ma se la polizia è pronta a mettere in atto la minaccia al primo tentennamento, il rischio di essere scoperta dall’IRA è altrettanto agghiacciante.

Tutta la filmografia di James Marsh è caratterizzata da una bulimica voglia di consumare il passato, passarlo al setaccio, rielaborarlo alla lente dei sentimenti dietro ai fatti e proporlo sotto forma di storia. Il suo è cinema della ricostruzione di fatti trapassati (cioè che sono passati pure per i protagonisti di una storia già ambientata nel passato), sia quando è documentaristico che quando è di finzione. Siano le imprese anni ‘70 del Man on wire francese a New York, sia il giallo anni ‘60 di Red riding, sia il folle esperimento post-hyppie di Project Nim che infine questo thriller spionistico anni ‘90, in tutti i film di Marsh la storia si compone a partire dai ricordi, dalle testimonianze, da file, numeri o fatti ritrovati, e così si forma davanti agli occhi dello spettatore. Il film in sè è la ricostruzione della storia.

Ecco perchè allora quando non si “diletta” con documentari da Oscar, il regista britannico sceglie film polizieschi o di spionaggio, generi basati sul disvelamento di un mistero.
Anche in Shadow dancer dunque il passato condiziona il presente e le istituzioni operano una violenza burocratica o mentale sugli individui, in una cornice fotografata con toni sbiaditi (come le foto invecchiate) per gli interni e il gelo dei colori freddi per gli esterni irlandesi. E sebbene racconti una storia di inganni, tradimenti e passioni ingannevoli (basi che altrove sarebbero state ottime per un noir di prim’ordine), Marsh sembra disinteressarsi al fascino della perdizione per lasciarsi contaminare da quello dell’archivismo.

Chi ha parlato? Chi è daccordo con chi? Che prove ci sono? Dov’è la traccia dei soldi? Sono le domande più impellenti, di un film che non si chiede mai cosa provino i suoi personaggi e vede i sentimenti come un altro modo attraverso il quale un personaggio manipola l’altro, influenzando gli eventi. Questa è l’originalità maggiore di un regista con la mano leggera ma lo stile di ferro e, contemporaneamente, il limite maggiore del film.

Marley (id., 2012)
di Kevin MacDonald

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BERLINALE SPECIAL
BERLINALE 2012

Quella che gira intorno a Bob Marley è una storia priva di misteri ma colma di bugie. Quelle dello stesso cantante (spesso incline a dichiarare ciò che gli era più comodo), quelle delle sue mogli (in lotta l’una con l’altra, vista la tendenza di Rastaman alla poligamia segreta) e quelle dei molti amici d’infanzia e adolescenziali (più inclini al mito che al racconto). Di tutti questi contributi eterogenei Kevin MacDonald fa l’uso migliore: ne trae un dipinto espressionista invece che impressionista. Non usa i singoli puntini per ricostruire una figura grande e precisa, ma ampie pennellate che sfalzano le prospettive e non coincidono necessariamente le une con le altre, ottime per comunicare sensazioni e sentimenti.

Il risultato è il feeling della fine degli anni ‘60 nella baraccopoli di Trench Town o quello degli anni ‘70 a Kingston, del Marley re del mondo del reggae ma anche del Marley fine politico, che accetta di diventare spalla dei Commodores (quando era all’apice della sua fama) per conquistare il mercato del pubblico afroamericano fino a quel momento sembrava indifferente al reggae, o che rifiuta di prendere il colore di uno dei due partiti giamaiacani che tanto lo hanno corteggiato.

Le due ore (piene ma anche lunghe) di Marley dividono il film in due parti distinte. La prima, centrata sulle discussioni con i parenti più anziani (tutti in vita!) e quella galleria di freak rastafariani che erano gli amici d’infanzia, è piena di un umorismo volontario e involontario che spiega più d’ogni altra cosa quale fosse il brodo culturale d’emarginazione in cui è cresciuto Bob Marley. La seconda, più centrata sul decennio di produzione di dischi, piena di dietro le quinte e aneddoti sul Marley ricco e famoso, svela il lato più cinico, egoista e competitivo di un uomo che ha avuto 11 figli da 7 mogli in circa 15 anni e voleva fermamente conquistare qualsiasi mercato discografico.

Per questo MacDonald, anche al netto di un documentario non perfetto, merita stima, perchè di fronte ad una delle più grandi icone di sempre non ha chinato il capo ma con rispetto ha indagato pensando al pubblico e non al protagonista.

12.2.12

Meteora (2012)
di Spiros Stathoulopoulos

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CONCORSO
BERLINALE 2012

Il tema è dei più classici, un prete ed una suora che scoprono una passione erotica contenuta a fatica. Invece che proiettare quest'idea nella dimensione delle pulsioni elementari, estremizzandole al massimo per suggerirne la trasgressività (secondo l'ottica religiosa dei protagonisti ovviamente), Meteora sceglie un tono compassato e all'ingerenza del paesaggio naturale (che ha un ruolo determinante ad esempio in Narciso Nero) sostituisce un mondo e una natura indifferenti.

E' infatti molto azzeccato innanzitutto il posizionamento paesaggistico. I due monasteri di appartenenza sono posti uno di fronte all'altro, in cima a due picchi, sotto di loro un villaggio dove tutto scorre sempre uguale e dove i due amanti si vedono, nemmeno troppo di nascosto.
Attraverso piccole trovate visive Stathopoulos cerca di suggerire con sobrietà l'invadenza sentimentale della crescente attrazione (la piccola luce operata da lui che entra nella finestra di lei) ma solo quando utilizza in maniera espressiva e allegorica animazioni disegnate con lo stile delle icone medievali, riesce davvero ad ergersi sopra la media.

Se infatti la parte più prettamente narrativa, quella dal vero, è abbastanza in linea con quanto si sia già visto e quanto solitamente si mostra ad un festival (impennate di sesso non erotico, piccoli ritagli da momenti d'intimità, lunghe e significative sequenze ininfluenti per la trama), con l'animazione Meteora fa un salto semantico e punta dritto e con audacia al dunque. Sembra infatti che tutto ciò che le immagini siano pavide di dire (o non riescano a dire fino in fondo) venga espresso attraverso le spregiudicate iperboli dell'animazione. Tanto più diretta quanto più metaforica.

In the land of blood and honey (2012)
di Angelina Jolie

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BERLINALE SPECIAL
BERLINALE 2012

Il conflitto serbo-bosniaco degli anni '90 visto e raccontato attraverso gli occhi di Angelina Jolie. Ci vuole coraggio per firmare una sceneggiatura solo con il proprio nome e per poi dirigere anche il film in questione, senza star e senza aiuti di marketing se non la proprio, ingombrante, presenza demiurgica a fare da richiamo.

In the land of blood and honey è un film girato in lingua locale che tratta di storie serbo-bosniache (la scansione drammaturgica non è eccessivamente americanizzata, come fanno molti suoi colleghi) e affronta la guerra con la lente d'ingrandimento su una coppia.
Certo Angelina prende uno schieramento (contro i serbi) e condanna l'altro (pur immettendo un po' di complessità) e di certo non dirige all'americana, anzi. Ricerca metodicamente lo stile compassato europeo, rifiuta ogni tecnicismo, virtuosismo o calligrafia per andare dritta a quello che ritiene essere il punto della sua storia: il rapporto tra un militare di alto grado serbo e la donna bosniaca di cui è innamorato. 
Dopo un appuntamento romantico pre-guerra i due si ritrovano in un campo di prigionia, uno sta tra i carnefici l'altra tra le vittime. Il modo in cui la storia d'amore sarà disperatamente tenuta in vita in questa situazione è il film, il resto sono ruffianate. E in questo Angelina Jolie riesce anche abbastanza bene.

Prevedibilmente spostato sull'asse del femminismo e totalmente incapace di rendere al meglio le sequenze più maschili (che non sono quelle d'azione ma quelle in cui gli uomini fanno cose per le ragioni per le quali solitamente gli uomini agiscono), In the land of blood and honey pur con i pregi che si possono riconoscere ad un esordio di Angelina Jolie (no dico: Angelina Jolie!), alla fine dimostra di essersi posto un obiettivo eccessivamente alto. Parlare davvero di un conflitto estraneo alla propria cultura e alla propria esperienza era impresa titanica, e il risultato è un'operetta snob che pensa di essere andata a fondo mentre ha raschiato la superfice e semplificato tutto senza mai sporcarsi davvero mai le mani.

A Moi Seule (2011)
di Frédéric Videau

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CONCORSO
BERLINALE 2012

Una bambina rapita per circa 6-7 anni (così a spanne) sviluppa con il rapitore (che la tiene segregata in una cantina, da cui le consente di uscire ogni tanto ma comunque mai fino a fuori casa) un rapporto di insolito affetto, non erotico ma quasi familiare.
L'intento di Videau è chiarissimo, superare a destra la sindrome di Stoccolma e parlare di rapporti umani a partire dal meno convenzionale immaginabile. Tutto il film infatti si gioca sul contrasto tra l'adattamento e il senso di costrizione. La rapita, diventata adolescente, si relaziona al rapitore come con un padre o un fratello di molto maggiore, ci litiga, ci discute e ci si diverte, eppure non appena egli sembra abbassare la guardia tenta la fuga.

E' impossibile descrivere più di così un film che ha l'indubbio pregio di mettere a confronto due personaggi dalle sfumature mai viste in un contesto inusuale (il rapimento). Descrivendo bene lo stato di un'adolescente, tra desideri di libertà normali per l'età (di quelli che si avrebbero anche semplicemente stando a casa con i genitori) al bisogno di affetto e poi di gratificazione sessuale, passando invece per una più malata, sebbene mite, psicologia del rapitore, A moi seule ("Tutta per me") sebbene alla fine non rimanga come un film perfettamente riuscito, ha il pregio di concludere una metafora calzante sulla dialettica tra le costrizioni e il ribellismo giovanile, tra aspirazioni sessuali (esplicitate una sola volta nel film ma sempre aleggianti) ed indirizzamenti familiari.

I cambi di colore ai capelli della protagonista, come già accadeva in Coraline, la sua permanenza in un istituto d'igiene mentale dopo il rapimento e l'impossibilità di stabilire rapporti significativi dopo l'esperienza, hanno anche più forza della parentesi di prigionia. Come spesso capita l'incapacità di adattarsi alla normalità e al contesto cui si vorrebbe appartenere, parla meglio delle difficoltà umane di qualsiasi altra cosa. L'aspirazione al conformismo e l'impossibilità personale di raggiungerlo (qui causata dal trauma), sballottano la protagonista in un finale che la spinge a fuggire dalla seconda prigionia (quella sociale) verso l'ignoto. 
Questo, a differenza di tutto il lato più intimista del rapitore, era l'elemento realmente funzionante del film.

The Iron Sky (2012)
Timo Vuorensola

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PANORAMA
BERLINALE 2012

Diventato noto in rete negli ultimi 6 anni per essere stato uno dei primi progetti in assoluto (non solo nell'ambito del cinema) a rivolgersi pesantemente (e si può dire anche pedantemente) al crowdsourcing, The Iron Sky (conosciuto anche come: i nazisti sulla Luna), in virtù del suo concept peculiare, di alcuni teaser ben confezionati e di una martellante campagna di raccolta fondi, era diventato una specie di ossessione collettiva.
Ora che viene finalmente presentato sbandiera un budget totale di 7 milioni di dollari di cui solo uno proveniente dal crowdfunding, il resto ce lo hanno messo produttori finlandesi, australiani e tedeschi "grazie al baccano fatto online" sostengono loro. Cifra alta ma comunque bassa per un film di fantascienza con "890 frame elaborati in CGI, tanti quanti Transformers" a detta del regista (ad ogni modo Moon di Duncan Jones era costato 5 milioni).

Il risultato è quello che ci si poteva aspettare: un non-film, ovvero un'opera girata da qualcuno che non viene dal mondo del cinema ma ha più confidenza con la rete. Un racconto scritto in maniera confusa e senza ritmo o fluidità che aggrega variazioni dei principali meme degli ultimi anni (c'è una citazione di La Caduta, una della scarpa tirata a Bush e via dicendo), orchestrandogli intorno una storia esile esile, simile per banalità, a quelle che reggono i film di Mel Brooks. Ma se nel caso del re dello spoof l'inconsistenza della trama è solo un altro modo di decostruire un genere, in questo caso è solo povertà. Non si intravede infatti in nessun caso conoscenza, maestria o anche solo un guizzo realmente devastante, The Iron Sky appare come un lungo lungo trailer, ovvero una sequenza di scene autoconclusive legate da un filo conduttore elementare.

Quant'è peggio il film di Timo Vuorensola è anche un instant movie, legatissimo all'attualità ma non alla contemporaneità. Come capita spesso ai film dalla lunga gestazione anche in questo caso i riferimenti e le prese in giro (degni di Scary Movie) sono tutti superati. Dalla presidenza Palin, all'invasività della politica Bush jr. fino alla MIR (!!!).
Timo Vuorensola non scappa alla sensazione di voler celebrare la più superficiale cultura internettaria, quella priva di elaborazione intellettuale e fondata sulla condivisione di massa. Esempio ne è la sua insista ed eccessiva retorica antiUSA, una valanga di battute e situazioni che mirano (molto poco sottilmente e spiegando ogni battuta a parole, come farebbe Ezio Greggio) ad attaccare la politica estera aggressiva dei governi conservatori a stelle e strisce, con il medesima approfondimento intellettuale con il quale si ricondivide un appello sui social network.

11.2.12

Molto forte, incredibilmente vicino (Extremely loud & incredibly close, 2011)
di Stephen Daldry

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FUORI CONCORSO
BERLINALE 2012

Come tutti sanno ormai Molto forte, incredibilmente vicino è un film sull'11 settembre, sull'elaborazione da parte di un bambino del lutto dato dalla morte del padre in quella giornata. Lo si scopre subito, quando si vede Tom Hanks nella prima scena del film che vola giù (ipoteticamente) da una delle torri.

Adattato dall'omonimo romanzo, anche il film propone una galleria di personaggio di indubbio e sicuro fascino, intenti ad un'impresa tra lo stralunato e il sentimentale (quanti danni il Sundance...), con il piccolo obiettivo di dare un senso ad una perdita. Un bambino che sfiora l'autismo (ma sufficientemente sano per essere solo curioso, intelligente e irrimediabilmente tenero nella sua goffaggine con le dinamiche affettive), una mamma apprensiva e un nonno che non può parlare ma comunica attraverso bigliettini, interpretato non senza guasconeria (che parola eh!?) dall'immenso Max von Sydow. Si ride e si piange, in un viaggio intorno a Manhattan tra la brava gente newyorchese.
Degli eventi tragici in questione non si parla mai direttamente, si mostra poco e non li si affronta, non è un film che fa la storia dell'11 settembre ma un film che fa un racconto sentimentale di quegli eventi, un racconto parallelo e dagli intenti diversi, non informare ma coinvolgere. La piccola avventura personale di un bambino che perde un genitore e deve venire a patti con l'idea. Mostrare 1 per immaginare 100.

Non c'è nulla di più bieco, abietto e truffaldino che proporre una storia dalla commozione matematica (solo i personaggi in questione, una volta portati a regime e messi a sincero confronto vicendevole scatenano il pianto), totalmente indipendente dall'evento in sè (fosse stato ambientato in un'altra contingenza storica o anche in nessuna contingenza storica funzionava e commuoveva allo stesso modo), finalizzata ad associare nella percezione dello spettatore quell'evento con questa commozione. Anche se non hanno legami.
Se al cinema raccontiamo storie piccole per suggerire grandi cose, se abbiniamo piccoli eventi a manifestazioni più grandi per analizzarle meglio, allora devono essere davvero correlate, la metafora o l'allegoria non devono essere tali a parole o a posteriori. Non si può barare in questa maniera proponendo una macchina delle lacrime accostata a quello che fa comodo. Questa si chiama demagogia cinematografica.

Aujourd'hui (2012)
di Alan Gomis

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CONCORSO
BERLINALE 2012

Senegal, un uomo si sveglia la mattina del suo ultimo giorno di vita. E' ancora giovane ma il suo villaggio ha deciso che sarà sacrificato (per ragioni inintelligibili al pubblico occidentale ma che appaiono a tutti molto sensate). Dopo una cerimonia mattutina alla presenza di parenti, amici e conoscenti, condotta tra lacrime, compostezza e gioia euforica per il grande onore, l'uomo gira il villaggio e le zone limitrofe andando a salutare le persone per lui più importanti.

Come si capisce dalla sinossi si tratta di una specie di 25esima Ora senegalese (al netto dell'elemento thriller), in cui l'ultimo giorno di vita è il pretesto per un bilancio e per l'esplorazione della vita in Senegal. Non manca nemmeno il momento onirico finale, in cui il protagonista immagina un suo possibile futuro se non morisse, condito da matrimonio, figli e vecchiaia.
Girato con aria compassata, con estrema calma e uno stile poco africano (scarseggiano i totali, abbondano sia i piani ravvicinati che i molti tagli di montaggio di una fotografia contrastata e occidentale nei colori) Aujourd'hui mira a raccontare l'Africa attraverso i silenzi e i suoi rumori, indugia molto su scene apparentemente rubate (in realtà palesemente girate ad arte) e sul paesaggio umano e naturale incontrato dal protagonista.

Se infatti la cultura locale del sacrificio, anche in un'epoca di modernità, non è oggetto di discussione, lo è semmai lo stile di vita e le condizioni di deumanizzazione che la modernizzazione forzata ha portato in loco. Tuttavia quest'idea purtroppo si perde per via di un'idea di cinema "alla europea" che fa del lento scorrere del tempo il suo cuore, senza riuscire mai a rendere tale lentezza un valore. Il risultato è noia, ma non di quella significativa.

Cesare deve morire (2012)
di Paolo e Vittorio Taviani

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CONCORSO
BERLINALE 2012

La connessione è delle più ovvie: opera shakespeariana e veri criminali. Anche la struttura è delle più abusate (e shakespeariane): uomini che mettono in scena un dramma, il quale rispecchia le loro vere vite. Eppure Cesare deve morire, è un film tra i più riusciti mai visti nell'ambito dello sfruttamento del teatro al cinema.

Di teatro infatti c'è molto poco, se non la partenza. Dei carcerati (veri ma abituati a recitare) mettono in scena il Giulio Cesare di Shakespeare per uno spettacolo dentro la prigione. Si comincia con i provini (un montaggio fenomenale per climax e gestione dei toni e del ritmo ad opera dell'immenso Roberto Perpignani), poi si procede con le prime prove e infine queste prove fatte non in costume e nei luoghi del carcere (nelle celle, nei cortili) lentamente diventano l'opera stessa. Messe una accanto all'altra e in ordine cronologico, le prove trasportano nella realtà quel dramma, senza mai dimenticare di "uscire" dalla rappresentazione (una guardia che entra, il regista teatrale che interviene, gli attori che si fermano). In modo che la trovata del film non diventi un dogma e che la finzione e le battute del teatro non vincano mai sulla finzione e le battute del film.

Non c'è infatti nulla di "documentaristico", anche quando non recitano le battute del Giulio Cesare i carcerati recitano una parte (di carcerato) per il film, eppure tutto sa di vero, vero come solo la finzione sa essere: per metafore ma non meno convincente.
In un bianco e nero pasoliniano nel contrasto e nell'accoppiamento con le musiche, il lento scendere dei condannati nei ruoli del dramma è la miglior resa immaginabile, al cinema, per il testo e le parole shakespeariane. I Taviani sono riusciti, lavorando su forma, adattamento e testo, a trovare nuovo significato (moderno) a parole antiche, nuovo sfruttamento di una storia sentita molte volte, per parlare di altri personaggi che non sono Giulio Cesare e Bruto, che nemmeno gli assomigliano, che non hanno vite simili, ma che ne condividono sensazioni, umori e toni. E non possono fare a meno di mostrarlo.
Rispetto ad un'opera coeva e recente come Tutta colpa di Giuda, è proprio rifiutando il documentarismo e qualsiasi forma di realismo che i Taviani trovano il senso ultimo. Abbracciando il cinema e sfruttando il teatro.

9.2.12

War Horse (id., 2011)
di Steven Spielberg

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Non ci sarà mai più un regista come Steven Spielberg, come non ce ne sarà mai più uno come John Ford.
Non avremo più un regista così tecnico, così compentente, così mostruosamente tenace eppure capace di impressionanti slanci di naivitè. Capace di commuoversi per la più banale delle frasi e renderla coinvolgente anche per il pubblico più smaliziato. Non avremo mai più un regista dalla carriera costellata di trionfi capace di rialzarsi (e alla grande!) dopo il più ovvio e comprensibile dei declini.

Con War Horse, Spielberg conferma l'impressione avuta in TinTin: è tornato.
Se TinTin mostrava che la verve e la forza cinetica, muscolare e pianificatoria di Indiana Jones non erano morte con la fine della saga (l'esatto contrario di quanto si era visto nel quarto film, realizzato solo pochi anni fa), War Horse mostra che il sentimentalismo più semplice, spiccio e diretto di uno dei registi più popolari tra i veri maestri, è ben lungi da considerarsi qualcosa che appartiene al passato.
Spielberg sperimenta, innova e inventa in ogni inquadratura. Applica ad un film dal vero le transizioni viste in TinTin e ogni volta che un uomo muore crea una soluzione visiva nuova e diversa per non mostrarne direttamente la morte. Il risultato sono momenti altissimi.

Eppure i cavalli muoiono in scena, perchè War Horse, in sostanza, usa un cavallo per raccontare di uomini. Usa la storia di un animale che passa di proprietario in proprietario, attraverso vicissitudini legate allo scoppio della prima guerra mondiale per raccontare l'umanità che si snoda accanto all'inumanità della guerra. Lui, il cavallo, non è un personaggio, benchè sia il centro degli eventi, lo dimostra il fatto che non ha nessuna personalità definita al di là della tenacia che lo caratterizza. Assume la personalità dei suoi diversi padroni, di volta in volta riflettendone il carattere e adattandosi ad essi. 
Sono infatti i padroni le figure che interessano a Spielberg, i loro volti stupefatti di meraviglia inquadrati con carrelli a stringere, in un miscuglio di nazionalità e personalità diverse (già sento chi criticherà il fatto che parlano tutti in inglese/italiano, ma è gente che non ricorda i film degli anni '50), tutti svelati con l'arma del buonismo. E che arma!

Con una favola che non vuole mai essere seria, nemmeno nelle più minuziose ricostruzioni degli scontri di trincea, Spielberg gira uno dei migliori film di John Ford. Pensando a Un uomo tranquillo, ne ricostruisce minuziosamente stile, inquadrature e immaginazione nella prima parte e ne segue il retaggio spirituale nella seconda (chiudendo con un misto di Via col Vento e Il mago di Oz talmente palese da essere straziante). Eppure i suoi uomini non sono mai fordiani, solo il paesaggio in cui si stagliano lo è. I suoi uomini sono dal primo all'ultimo spielberghiani, dei sognatori, dei delusi, dei romantici e dei sensibili.
Il buonismo a piccole dosi è quasi sempre ridicolo, applicato ad un film intero commuove.

The Pills

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La più grande contraddizione della possibilità di autodistribuzione della rete è che, sbandierata come il mezzo attraverso il quale far emergere contenuti diversi da quelli che l'imbuto dei media tradizionali filtra, in realtà si è rivelata strumento per reiterare i soliti cliché. Le produzioni per internet nella maggior parte sono modellate su format esistenti, la loro onnipresente comicità scimmiotta quella già esistente e il fantomatico "pensiero divergente finalmente liberato" latita.

La scarsità di produzioni audiovisive nuove e diverse ci mette di fronte all'inevitabile verità: i prodotti innovativi non erano nascosti sotto nessun tappeto e i talenti inespressi, tarpati da un sistema mediatico inadeguato, non erano poi così tanti.

In questo scenario si fanno quindi notare gli episodi di The Pills, webserie che fa il lavoro delle webserie: gira senza ritegno e senza regole quello che preferisce, creando da sola la categoria a cui appartiene.
La serie propone le pillole del titolo, episodi slegati tra di loro ma anche no (esistono riferimenti interni ma un vero filo conduttore è rifiutato), autoconclusivi e solitamente finalizzati ad un'unica grande gag (alle volte di un minuto o poco più, alle volte di 10 minuti). In alcuni casi addirittura i blooper dopo la fine della puntata durano più della puntata stessa (vedi l'episodio I Puffi sanno...).
Al centro ci sono quasi sempre i medesimi protagonisti, studenti (ma anche lavoratori) che convivono in un appartamento nel quartiere S. Lorenzo a Roma. Detto questo non c'è però traccia di niente di già visto. Non c'è nulla di simpatico e amichevole (come Friends), non c'è una messa in scena a strip story (come l'iperemulato Camera Cafè), né c'è quella confusione registica e di scrittura che caratterizza i prodotti amatoriali. The Pills è una serie pensata e scritta con coerenza, caratterizzata da un procedere anarchico e senza regole apparenti che nasconde uno scheletro preciso.

La verità nascosta (La cara oculta, 2011)
di Andres Baiz

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Ci sono film che sono realizzati per un'unica trovata, sono in tutto e per tutto canonici nel loro svolgimento ma hanno una trovata fuori dal comune che gli dà senso e su cui puntano tutto. O almeno sono pronti a scommettere che nella percezione dello spettatore quella trovata darà senso a tutta l'operazione. Era la scommessa, vinta, di I soliti sospetti o quella, persa, di The Game.
La verità nascosta pone il suo colpo di scena al centro del film, con un twist rigira il tono e il genere della pellicola, mandando all'aria qualsiasi supposizione dello spettatore e impiantando, di fatto, un nuovo film dopo almeno 40 minuti. Audace.

Contrariamente a quanto accade solitamente in questi casi la seconda parte del film (quella dello svelamento) riserva più sorprese, più potenza e più fascino della prima (quella del mistero), ma il problema di La verità nascosta è purtroppo altrove, cioè nell'incapacità di prendere questo meccanismo narrativo e trasformarlo in un film di 80 minuti. Nonostante infatti una durata esigua, lo stesso la pellicola indugia, perde tempo, ripete se stessa e ricalca fatti già raccontati prima di arrivare ad un finale che, invece che sublimare il climax, che a quel punto inevitabilmente si è creato, lo affloscia con un nulla di fatto. Chiusa interessante a parole, molto meno sullo schermo e alla fine di tanta attesa.

La verità nascosta soffre di un difetto tipico del cinema che oscilla tra l'horror e il thriller, ovvero un'idea troppo forte che schiaccia qualsiasi altra possibilità. L'effetto "Ai confini della realtà", quello per il quale la bontà dell'idea e il suo fascino stanno più nel non raccontato che nel raccontato, nella paura che una cosa simile possa accadere (e quindi nel fantasticarne con orrore i dettagli), più che nella dimostrazione di cosa comporti, specie se questa non dura poche decine di minuti ma ben 80.
A quel punto anche la riflessione sull'egoismo umano e i limiti della ricerca della propria felicità suonano fuoriluogo

8.2.12

Albert Nobbs (id., 2012)
di Rodrigo Garcia

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Sarà ricordato come "il film in cui Glenn Close si trucca da uomo", ribaltamento del più tipico clichè hollywoodiano, quello per il quale ogni grande attore, ad un certo punto della sua carriera, si misura con il travestitismo. Forse però Albert Nobbs sarà ricordato anche come uno dei più scialbi adattamenti da una storia breve.

Tirato, stiracchiato, allungato e mescolato all'inverosimile il film è una storia che per tutta la sua durata rimesta in un calderone più che noto, incapace di portare svolte sostanziali e (purtroppo) anche incapace di coinvolgere mai veramente con i vari drammi proposti (una donna impossibilitata ad affermare la propria femminilità, lo sprezzo delle classi superiori, l'ingiustizia delle condizioni di lavoro).
E, duole dirlo, ma molto del demerito va proprio a Glenn Close (che per il ruolo, come si conviene in questi casi, è nominata all'Oscar). L'attrice, truccata e parruccata per dare l'impressione più androgina possibile (anche il make-up è candidato), fallisce nel suo tentativo di dare profondità al carattere. Nel suo sguardo eternamente perso, sempre smarrito e costantemente timoroso, non si scorge mai il vero dramma, così Albert Nobbs rimane un pagliaccio triste dall'espressione congelata.
Certo non è semplice nemmeno destreggiarsi con i terribili dialoghi scritti dagli sceneggiatori, ma andando a guardare i loro nomi si scopre quello di uno scrittore di libri e della stessa Glenn Close...

Molto più incisiva è sembrata invece l'altra candidata dell'Academy (a miglior attrice non protagonista), Janet McTeer, nel ruolo di un'altra donna che si finge uomo per tirare avanti in tempi di crisi, ma che, a differenza della protagonista, ha una vita più risolta, è accoppiata e in pace con la propria condizione.
Nel caso della McTeer, una trasformazione fisica non eccellente (sembra avere dei cuscini sotto i vestiti) non ha influito sulla bontà della prova. Grave, seriosa ed eccessivamente virile come si conviene a qualcuno che finge, il suo personaggio è l'unico del film a portare un'idea di complessità e il fascino dell'inconsueto.

7.2.12

40 carati (Man on the ledge, 2012)
di Asger Leth

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Storia di riconquista della giustizia, di uomini, padri, fratelli e poliziotti traditi. C'è molta carne al fuoco in 40 carati, tutta messa ad abbrustolire attorno a due fuochi che lentamente convergono in uno. Il primo è quello di un uomo in piedi sul cornicione di un grattacielo, apparentemente pronto a buttarsi ma in realtà (lo capiamo subito) intenzionato ad attirare l'attenzione, l'altra è quella della più classica delle grandi rapine, un colpo audace e meticolosamente preparato, perpetrato però da due neofiti.

40 carati riunisce in un'unica confezione più tipologie di film diversi affiancando due storie parallele dalla medesima base. Il poliziotto sul cornicione in cerca di una redenzione dall'accusa che sostiene essere falsa (avrebbe rubato un diamante dalla caratura indicata nel titolo) e la battaglia dei sessi dei due fidanzati che cercano di portare a termine un furto ai danni di un dei maggiori magnati della città.
Con una blanda idea di critica sociale che cavalchi l'attualità (crisi economica e lotta dei poveri contro i grandi della finanza), 40 Carati non perde tempo in chiacchiere e va dritto al punto. Più della complessità quello che interessa al film è la tensione e il ritmo, unica possibile pausa concedibile è quella per mettere in mostra il fisico di Genesis Rodriguez.

Sull'altare del passo svelto vengono così sacrificate motivazioni, sfumature o possibili originalità. Ed Harris è un cattivo dalla risata malvagia che brinda alla perfidia davanti ad un plastico della sua prossima costruzione aggressiva, Sam Worthington ha previsto tutto l'imprevedibile, Elizabeth Banks è la negoziatrice che avrà la sua seconda occasione dopo un caso andato male e Jamie Bell con Genesis Rodriguez sono i rapinatori imbranati ma funzionali che stabiliscono battibecchi degni di una commedia romantica.
Dunque alla fine ci si diverte in 40 Carati, senza dubbio, a patto di non pretendere niente.