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22.2.13

Gambit (id., 2012)
di Micheal Hoffman

PUBBLICATO SU 
Una delle passioni dei fratelli Coen è quella per i remake. I remake come maniera per affondare le mani nel cinema del passato e dargli nuova forma, attingere esplicitamente a materiale fuori dal nostro tempo e riplasmarlo secondo le loro inclinazioni e il loro cinema, ridare vita a ciò che sarebbe (in teoria) morto. Non sempre quest'esercizio è riuscito ai due fratelli con la bontà sperata, tuttavia in sè la riscrittura del passato secondo le loro inclinazioni appare sempre affascinante. 
Gambit viene dall'omonimo film con Michael Caine del 1966 e in questa versione moderna il cambiamento più grosso sta nel fatto che i due fratelli scambiano la complice euroasiatica con una texana più vicina alle loro origini e ai loro costumi.

La storia è perfetta per loro, un impiegato insoddisfatto ha un piano (che vediamo tutto insieme in un suo flusso di coscienza all'inizio) per truffare il proprio capo sfruttando un amico, abile falsario di quadri, e una storia convincente. Da quel momento in poi tutto il film sarà basato sulla discrepanza tra il piano che ha immaginato inizialmente e quello che è realmente accaduto quando si è trattato di metterlo in pratica, cioè sull'impossibilità di prevedere davvero come andranno le cose e la potenza del caso nelle vite umane. Praticamente un riassunto della poetica coeniana.
Per questo stupisce che i fratelli siano solo alla sceneggiatura e non anche alla regia, particolare che vanifica molti dei tentativi migliori e più interessanti oltre che molte delle trovate potenzialmente devastanti.

Se infatti quando il meccanismo ad intreccio che incastra il protagonista (un ingessato uomo inglese) in una serie di equivoci e rocambolesche fughe per truffare il terribile capo (il fantastico Alan Rickman) funziona molto e trova in Colin Firth un interprete con il perfetto grado di aplomb, imperturbabilità e rigidità che gli consentono di essere comico nelle situazioni in cui è infilato, il film sembra meno riuscito in tutte le altre parti, quelle di minor impatto che servono a costruire le prime. E' lì forse che la mano più moscia di Michael Hoffman (rispetto a quelle che hanno scritto) affossa il ritmo del film e gli impedisce di raggiungere quell'equilibrio costante che avrebbe giovato al film.

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