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15.2.13

Slow food story (2013)
di Stefano Sardo

CULINARY CINEMA
BERLINALE 2013
PUBBLICATO SU 
C'è in Slow Food Story una qualità eminentemente personalistica che rivela attraverso le immagini le contraddizioni e i mutamenti dello scenario politico attuale. 
Da un punto di vista cinematografico il film opera la medesima metonimia compiuta di continuo dall'associazione: scambia contenente e contenuto, brand e personalità. Si vuole parlare di Slow Food ma si racconta Carlin Petrini, si vuole narrare la storia di come si sia arrivati e cosa abbia conquistato un'idea e le sue molte applicazioni ma si finisce nel più canonico dei documentari biografico/agiografici. C'è insomma uno slittamento tra il nome collettivo e quello singolare e un culto della personalità che parlano in maniera molto adeguata di diversi aspetti della vita sociale e politica attuale.

Il documentario stesso non fa mistero di voler lasciar intravedere in trasparenza un'idea politica forte, lasciandola magari in sottofondo o ribadendone di tanto in tanto la presenza sotterranea, il suo fare da fondamenta a tutto un impero della restaurazione, della conservazione e della riscoperta di quello che c'è di più sacro: origini e tradizione. E non solo in Italia ma anche nel mondo. L'internazionale comunista che guida una forza non politica verso obiettivi politici.
La storia della più grande associazione di gastronomia tradizionale e delle sue ramificazioni è insomma evidentemente una storia politica e proprio Slow Food Story lo dimostra indirettamente (e forse inconsapevolmente) attraverso le sue scelte visive. Inquadrature in piazza, con i bambini africani, ai convegni che sembrano comizi, in televisione, alla radio e poi ancora con i potenti della Terra, Carlin Petrini assume progressivamente ma inesorabilmente lungo tutto il documentario non il ruolo ma la raffigurazione del politico, del leader carismatico e risconosciuto dalla propria comunità attraverso l'assunzione dell'iconografia del capo. Ne assume l'abbigliamento, i toni, la propaganda e infine le adulazioni, tanto più impressionanti quanto assolute (solo una voce è dissonante e nemmeno troppo), montate senza ritegno e con sprezzo di ogni accusa di propaganda.

La carrellata degli ideali più fulgidi, le conquiste più mirabili e l'affetto degli amici, dei cari e del pubblico risulta in questo modo ammaliante e condivisibile, fondata su principi impossibili da rifiutare (a favore dell'individualità, del buono, del sano e dell'autentico), tali da non poter essere in diasccordo con il carisma di Carlin Petrini. Nessuno potrebbe mai aver nulla da ridire sull'operato dell'associazione, meritevole, guidato da scopi nobili ed economicamente stupefacente. Eppure proprio vedendo questo documentario risulta evidente quanto i principi della comunicazione di Slow Food e del suo culto del capo carismatico, utilizzino la gastronomia per fare politica assecondando una filosofia nuova e diversa. Un assunto che essi stessi non rifiuterebbero (si intuisce) e che mette insieme quella che una volta chiamavamo sinistra con quella che una volta chiamavamo destra, sotto la bandiera del conservatorismo.
Propagandando tradizione e conservazione, e quindi opponendosi al nuovo (nelle sue forme culinarie e ideologiche), operano una scelta che diventa filosofia di vita e per l'appunto politica, una scelta che affonda i piedi nella terra, nei contadini, nel comunismo agricolo più tipico ma alza le mani  incontrando quelle della destra (il culto nazionalista, il rifiuto dell'integrazione, la difesa del proprio orticello...) e fa appello ai sentimenti più conservatori, cioè contrari a quelli che una volta erano gli ideali progressisti.

Slow food story somiglia dunque alla politica più recente, lontana da ideali assoluti e ben dichiarati ma vicina ad una convergenza tra quelle che chiamavamo forze opposte, cioè lontana dalle differenze destra-sinistra e vicina ad un'altra contrapposizione, più adatta a descrivere il mondo odierno: quella tra tradizione e innovazione, tra mutamento e conservazione, tra mescolanza e separazione.

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