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16.5.13

Il grande Gatsby (The great Gatsby, 2013)
di Baz Luhrmann

FESTIVAL DI CANNES
FUORI CONCORSO

PUBBLICATO SU 
Nessuno sa come dare una festa al cinema meglio di Baz Luhrmann.
Il suo Gatsby, come prevedibile, è fedele alle parole (molte sono le frasi originali che vengono riprese, specie le più enfatiche) e tradisce tutto con le immagini, si disinteressa della decadenza per riprendere l'opposto, l'opulenza magnifica e lo stordimento dell'uomo innamorato nel suo mezzo. I concetti sono pochi e semplici, come sempre non è l'estrema complessità di letture ad interessare il regista australiano ma la potenza e la molteplicità di stimoli con i quali è possibile arrivare a comuncare poche ed essenziali idee. In questo caso: l'amore di una vita ("Ha fatto tutto per lei!") e l'immensa solitudine che deriva dall'essersi dedicato anima e corpo ad una causa sola.

La maniera in cui questo Gatsby è stato piegato verso un titanismo registico romantico è burino e sincero al tempo stesso, così ingenuo e onesto da rendere plausibile ogni ralenti, delicato ogni dolly. 
Nella visione di Luhrmann Jay Gatsby somiglia molto a Charles Foster Kane, un uomo potente e più grande della vita, un self made man che vorrebbe essere amato e lo dimostra con atti plateali e immensi ma che nessuno capisce e che l'unico amico cerca di spiegare dopo la sua morte. E' di fatto un regista che domina ogni momento con le sue decisioni, che orchestra tutto, non tralascia nessun dettaglio e pare Luhrmann stesso, cioè un uomo che non può non pensare in grande. Ogni momento di questo Grande Gatsby è pensato in grande, ogni ambiente è espanso, ogni esterno è a volo d'uccello, ogni panoramica allargata, ogni pianoforte un organo a mille canne e via dicendo. E proprio di questa iniezione continua di elementi, furore, musica, colori e coreografia il film vive e si alimenta, immancabilmente moltiplicato dal 3D, presente ma sottile. Conoscendo Luhrmann poteva essere ben più coatto.

Per Luhrmann esiste solo il movimento e Il Grande Gatsby dice finalmente a parole qualcosa che tutto il suo cinema dimostra: che per il regista australiano non può esistere intimità se non in presenza di molte altre persone, non ci può essere sincerità sentimentale se non nel mezzo dell'eccesso barocco.
Tutti i momenti più importanti e rivelatori si svolgono alla presenza di molte persone, se possibile ad una festa, come anche tutti gli sguardi più intensi e i gesti significativi o rivelatori, quel che avviene tra pochi, anche tra due soli sono dettagli, dialoghi che spesso nemmeno ascoltiamo, materia non importante. E' solo nell'orgia generale che Luhrmann concepisce la possibilità di esprimere se stessi ad un'altra persona. Il resto è menzogna indiscreta.

Tuttavia se c'è una cosa che l'equilibrio perfetto di Moulin Rouge ci ha insegnato è che quest'idea grandiosa, elaborata e complicata di cinema può reggersi in piedi solo se supportata da interpretazioni fuori dall'ordinario, capaci di rendere antiretorici i primi piani retorici, non ruffiani i gesti ruffiani e originali le frasi più banali. Interpretazioni in grado di reggere il pesantissimo grado di magnificienza e carico espressivo raggiunto da tutti quanti gli altri elementi delle immagini che le prevedono. Come si può del resto reggere il peso di un immenso carrello digitale a volo d'uccello in mezzo ai fuochi d'artificio di una festa che culmina passando tra le fontane e i coriandoli su una mano stretta all'altra e una dichiarazione d'amore di un piccolo uomo ad una piccola donna, se non con un volto e un momento di recitazioni fuori dal comune?
Purtroppo non è pensabile aspettarsi simile straordinarietà da Carey Mulligan e Tobey Maguire. Mentre Leonardio DiCaprio è impeccabile, cosa che purtroppo è insufficiente.
Talmente è evidente tale inadeguatezza che l'unica persona in grado di reggere l'esagerato carico di melodramma spicca a vista d'occhio: Elizabeth Debicki (nel ruolo di Jordan Backer). In un mondo perfetto avrebbe interpretato lei Daisy.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

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Francesca M ha detto...

Ho guardato il Grande Gatsby con una notevole preoccupazione, amo molto il libro e temevo una cocente delusione. Sono d'accordo con l'opulenza, che contrasta con la visione del romanzo, ma si direbbe che Luhrmann si sia calato nel personaggio di Gatsby anzichè in quello del narratore, che secondo me è anche la causa di questa differenza di base. Del resto non era pensabile in altro modo da parte di un regista come lui, l'atteggiamento disilluso di Nick Carraway apparteneva alla sensibilità di Scott Fitzgerald, ma non si addice a Luhrmann per nulla.
La cosa su cui non concordo con la tua visione sono gli attori. A mio parere Carey Mulligan rispecchia il tipo di persona che mi aspetto sia Daisy: teatrale e a momenti drammatica ma impalpabile e (neanche tanto in fondo) insensibile agli altri. La sua performance secondo me era adeguata al ruolo, perchè Daisy è quel tipo di personaggio. Elizabeth Debicki è un'ottima attrice, ma lo spumeggiante sorriso che le si vedeva esibire era perfetto per Jordan, mentre per Daisy sarebbe stato come i cavoli a merenda. Tobey Maguire secondo me mostrava spleen quanto bastava per il personaggio, ma in fondo era forse il meno adatto in effetti.
Questo il mio molto umile parere. :-) Ciao!


Gabriele Niola ha detto...

In effetti quello che dici sulle due attrici non è sbagliato. Probabilmente a parti inverse non sarebbe stato meglio. Tuttavia continuo a credere che non si tratti di buona recitazione la riuscita di Carey Mulligan, semmai di buon casting.


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