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16.7.13

Pacific Rim (id., 2013)
di Guillermo Del Toro

Chiariamo subito una cosa (che capisco possa non essere chiara per tutti da subito): robottoni giganti, guidati da umani collegati ad essi attraverso il cervello, che se le danno di santa ragione con mostroni altrettanto giganti venuti dallo spazio possono essere una cosa seria. Ma non solo seria nel senso che è divertimento serio (che lo è eh!) ma nel senso che può essere qualcosa di estremamente coinvolgente e significativo.
C'è tutta una generazione e una categoria umana che a questa conclusione già è arrivata grazie a fumetti e animazione (televisiva e per il cinema) giapponese e che nei riguardi di questo film aveva aspettative altissime, visto che notoriamente che Guillermo Del Toro pure appartiene a questa categoria, e un'altra che non si è abbeverata a quelle fonti e vede con un certo (non inspiegabile) senso del ridicolo l'affare. La seconda categoria è quella che va portata in sala, la prima ci andrà da sè.

Pacific Rim opera quindi una traduzione internazionale di qualcosa nato in Giappone in qualcosa che deve fare soldi in America, prima, e in tutto il mondo poi, seguendo rigorosamente gli standard di Hollywood. Questo significa che i robottoni di Del Toro non sono pervasi dello spirito e dell'anima di chi li guida e che non diventano nemmeno un avatar samurai come il modello Mazinga. Sono robot con due persone che li guidano e basta farsi domande!
Partendo da questo presupposto, che taglia le gambe a moltissimo dell'interesse nelle storie di mecha o jaeger (i robottoni in questione), rimane che Guillermo Del Toro pare aver capito tutto dello spirito vero di quel tipo di racconti ma lo stesso non è riuscito a renderlo in pieno.
Genitori che non sono tali, padri adottivi, ricordi che ossessionano e impediscono di andare avanti e un clamoroso flashback (quello sì che grida "GUILLERMO DEL TORO" da ogni inquadratura!) sono solo alcuni esempi di come ci sia una comprensione profonda di quali sono i meccanismi base del genere e dove il racconto di robottoni trova il suo senso, cioè nella vendetta, nell'avversione, nello scontro in cui una delle parti mette la forza e l'altra ci mette di più, anche il sentimento personale e la responsabilità. La rielaborazione del conflitto della corrida con in più il peso apocalittico.

In più Pacific Rim vive di una quantità di idee visive mostruose, come era giusto aspettarsi (in fondo l'obiettivo numero uno rimane farmi vedere davvero un robot immenso prendere a pugni un mostro immenso), Guillermo Navarro inventa scenari costantemente al buio e costantemente sotto la pioggia per venire incontro all'esigenza di "non fare vedere troppo per non dover creare troppo in CG", trovando una scappatoia drammaturgica fenomenale, che nascondendo migliora il film invece di peggiorarlo, e in più di un'occasione insegue il disegno riuscendo a fornire lampi di quell'animismo nipponico che in linea di massima il film nega (quando inizialmente il robottone rimane monco e si trascina come un uomo fino alla spiaggia). Senza contare che Pacific Rim si allarga e inventa un sottobosco di mercato nero dei resti dei kaiju inserito in una serie di scenari urbani in cui la città è cresciuta intorno alle ossa dei mostri giganti, materia totalmente inedita e vincente.

Alla fine però ciò che blocca il film tenendolo sempre ad un passo dal vero trionfo è l'applicazione pedissequa di una serie di interazioni stereotipate, incredibili per banalità e mancanza di costruzione. Le obbligatorie storielle d'amore, i personaggi con problemi di figure paterne, le rivalità virili... Tutto fatto controvoglia e senza la cura o il tempo che necessiterebbero, diventando a tratti svilente come gli scienziati macchietta.
Un complesso di intrecci arruginiti che bloccano evoluzioni invece bellissime come la presenza di una giapponese nel team, l'uso di quella lingua per molte comunicazioni o impediscono che quel generale senso di apocalisse e fine del mondo si concretizzi, quello che invece dovrebbe essere il contropeso "gigante" dei giganti che se le danno sotto la pioggia. Uomini piccoli che urlano come invasati, sentono dolore e agiscono "fisicamente" attraverso il robottone immenso con cui hanno un rapporto, perchè il mondo sta per finire ad opera di un mostro letteralmente "inumano". Ecco tutto questo c'è ma non si sente davvero.

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