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22.10.13

Il quinto potere (The fifth estate, 2013)
di Bill Condon

PUBBLICATO SU 
Non è per nulla semplice raccontare gli eventi che stanno cambiando il mondo a partire dalle nuove tecnologie. C'è riuscito oltre ogni aspettativa il duo Sorkin/Fincher e si sperava che Bill Condon e Josh Singer potessero replicare l'impresa. Così non è stato purtroppo.
Il quinto potere, nel raccontare la storia di Wikileaks tra il 2008 e il 2010 circa non riesce a rappresentare con onestà e profondità il mondo, le idee e i fermenti che bruciano dietro gli hacktivist, nè, nel suo tentativo di spiegare a tutti anche a chi è digiuno di tecnologia cosa sia Wikileaks e come funzionasse, riesce ad operare una traduzione in minimi termini efficace.
In parole povere il mondo rappresentato da Il quinto potere non riesce a raccontare la rivoluzione digitale, solo a tratti mette in campo (senza però davvero affrontarla) la straordinaria dualità tra svelamento della verità e applicazione metodica della menzogna che appartiene al personaggio Assange.

Per il loro film Condon e Singer (regista e sceneggiatore) si sono basati sul libro di Daniel Domscheit-Berg, uno dei protagonisti dei fatti, nonchè al momento in causa con Assange dopo essere polemicamente uscito da Wikileaks, in questo senso la ricostruzione operata è decisamente parziale e che la verità a girare sia quella raccontata da una sola delle parti in causa non è il massimo. Infatti dopo una partenza abbastanza fedele alla realtà, ben presto il film comincia ad addossare colpe a senso unico, assolvendo tutti gli attori degli eventi tranne il protagonista, Daniel Domscheit-Berg in primis essendo egli il narratore, il governo degli Stati Uniti in seconda battuta.
Così il più grande attivista contemporaneo fa la figura dell'idealista invasato, animato dalle idee migliori ma incapace di capire quando fermarsi o i moderare la sua visione per il bene di tutti (il film non considera che nessuno ha subito le tanto paventate conseguenze mortali per le rivelazioni di Assange). E un excusatio non petita nel finale, per bocca dello stesso Cumberbatch/Assange di certo non rimedia a quanto il film ha fatto in precedenza.

In questo senso Il quinto potere è in tutto e per tutto un film con un'ottica da anni '70-'80 e del resto anche un immaginario di quell'epoca, se si pensa che la maniera in cui Condon decide di rappresentare (per metafora) la struttura di Wikileaks è un ufficio anni '50 in cui ad ogni scrivani c'è un Assange e i documenti arrivano come fogli di carta. Il mondo moderno e gli attivisti moderni (cioè gli hacktivist) visti con il metro di un'altra epoca, non a caso è il buon vecchio giornale di carta, il Guardian, a tirare la grande morale finale.

In tutto questo Benedict Cumberbatch sembra l'unico in grado, di tanto in tanto, di riportare il film sui terreni più seri. La sua interpretazione di Julian Assange è un mix perfetto di imitazione e reinterpretazione, ne modera la componente invasata e riesce a donargli l'umanità che merita, a tutti gli effetti appare come un coautore del film.

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