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10.11.13

Snowpiercer (id., 2013)
di Bong Joon-Ho

FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 
FUORI CONCORSO 

PUBBLICATO SU 
Arrivato da noi a pezzettini, con pessime edizioni e distribuzioni in solo Home Video (quando è andata bene) il cinema di Bong Joon-ho non è conosciuto come meriterebbe. Inventivo, molto internazionale come respiro e portatore di un vento asiatico rinfrescante nel genere dell'action movie di fantascienza (non solo ma principalmente), ha cambiato tante cose nella pur florida produzione sudcoreana e ora, per la prima volta, si piega ad una sceneggiatura, uno svolgimento e degli attori internazionali, il che poi vuol dire americani. E il risultato di questa contaminazione è il migliore auspicabile.

Snowpiercer appare come un perfetto ibrido tra le strutture narrative asciutte del cinema americano e le idee audaci di quello coreano, racconta di un futuro distopico in cui a seguito di sconvolgimenti tutta l'umanità è da 17 anni su un treno sempre in corsa, sul quale i poveracci degli ultimi vagoni vogliono fare la rivoluzione contro un regime violento e repressivo e per farlo marciano per arrivare a prendere il potere nel vagone locomotiva, incontrando di tutto nel loro percorso. Semplice e lineare, i ricchi in testa i poveri sotto come nella tradizione del genere, ma contaminato quasi in ogni scena da una prospettiva più larga, più complessa e basta sulle immagini più che sulla parola, che è un prodotto originale del cinema di Bong Joon-Ho. 
In Snowpiercer, accanto alla classica rappresentazione delle figure cardine del genere, ci sono personaggi che non vedremmo mai in un film americano (divertente che siano quelli interpretati da attori sudcoreani come il feticcio Song Kang-ho), situazioni più complesse e idee visive mostruose.

Il grande treno lanciato a mille è una metafora semplice della Terra e dell'umanità (viene anche detto apertamente) ma non di meno efficace e capace di rappresentare l'essenza della fantascienza distopica: la lotta dell'uomo per la conquista della propria umanità all'interno di una versione estrema della nostra società.
E' insomma la fantascienza che conosciamo ma piegata dalla forza di una cinematografia che a molti sembrerà nuova (in realtà produce cose straordinarie da almeno un decennio), non eccezionale per quanto riguarda le ambizioni intellettuali eppure dotata di una capacità di mettere in scena l'uomo stupefacente, nonchè animata da un rapporto con la violenza (che poi vuol dire con la carne e il concetto stesso di uso purificatore del dolore) che non appartiene all'occidente ma che è qui perfettamente tradotto e comprensibile.

Quanta droga serve per essere liberi? Chi può portare il cambiamento? Cosa serve per dimostrare a se stessi di essere diversi, migliori quasi, e che importanza hanno la propria immagine o il proprio vissuto nella veicolazione della verità? Le risposte per Bong Joon-Ho non stanno mai nelle parole ma in arti sostituiti da legno, braccia che non si è riusciti a tagliarsi e visioni che rimangono inspiegate.

3 commenti:

N. Santi Amantini ha detto...

Film notevole. Pienamente d'accordo con la sua rece.


Unknown ha detto...

Carico di speranze e d'amore per l'oriente e la fantascienza, ho visto il film un'ora fa:
c'è azione, ci sono scene forti, c'è un soggetto promettente...ma che palle!
Carne cruda a volontà con contorno di sanguinaccio ma i personaggi macchietta sono insopportabili, così come i millemila buchi di sceneggiatura e gli spiegoni ripetuti (sì abbiamo capito che una metafora dell'umanità tutta, mo' basta).
Il finale poi...bah...
Un film che non ha nè la magia o l'audacia del cinema coreano, nè la coerenza della miglior fantascienza d'occidente. Peccato =/

NB: 9 volte e mezza su 10 sono d'accordo con le tue ottime recensioni, 'sta volta no mio malgrado


Gabriele Niola ha detto...

altre 9 recensioni concordanti e rimango in media!


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