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26.10.14

La spia (A most wanted man, 2014)
di Anton Corbijn

EVENTI
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA

PUBBLICATO SU 
È molto complesso fare cinema di spionaggio oggi. È una landa desolata in cui gli unici punti di riferimento sono pellicole brutte o del passato, in entrambi i casi modi di mettere in scena che non possono essere replicati, si potrebbe fare di tutto ma questo non avviene. Ecco perchè La spia, tenendosi in piedi sul gran lavoro fatto da La talpa 3 anni fa, lentamente sembra riuscire a ricostruire un'identità per questo tipo di storie. E dire che il regista, Anton Corbijn, si era già reso protagonista di uno dei peggiori esempi del genere degli ultimi anni: The american.

La spia si fonda tutto sull'agente come impiegato, non che sia una novità (la storia del resto viene da un romanzo di Le Carrè), ma dà a questa caratteristica un'inedita centralità come faceva La talpa, la rende caratteristica fondamentale per dar vita (nel caso specifico) ad una disillusione da mondo post 11 Settembre che è la forza del film. Sempre come in La talpa in questa tipologia di film è fondamentale l'attore protagonista, là era Gary Oldman qui Philip Seymour Hoffman (spiace essere banali ma davvero in una performance clamorosa, una delle migliori tra le sue) ad interpretare la personificazione stessa della frustrazione, uomini privati di tutto da una vita di spionaggio, maschere che nel non tradire nulla tradiscono tutto ma solo allo spettatore, colossi di ghiaccio imperturbabili la cui principale attività è aspettare.

Ovviamente l'intreccio di La spia è complesso come il genere prevede, bisogna stare attenti e non farsi sfuggire nulla per comprendere tutte le motivazioni di tutti. Tuttavia è anche vero che al di là della trama esiste un più grande senso di vacuità da spy story moderna, come se non fosse più tempo di spie e queste fossero diventate degli outcast, uomini che si battono per un mondo migliore dentro società che non gli danno più importanza.
Per questo forse La spia ha uno dei più bei finali dell'annata, un grido di insoddisfazione e rabbia che il protagonista urla in maniera espressionista e iperbolica in aperto contrasto con lo stile del resto del film. Dopo due ore di grande realismo e recitazione trattenuta Hoffman esagera, supera i limiti e fa qualcosa di iperbolico che a quel punto ha un grandissimo senso. Un momento che difficilmente si dimentica e che in un certo senso diventa punto di riferimento per come mostrare in futuro la disperazione data dalla frustrazione.

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...ma sono vivo e non ho più paura! by Gabriele Niola is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 3.0 Unported License.