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19.2.15

Life itself (id., 2015)
di Steve James

PUBBLICATO SU  
Ci sono pochi dubbi sul fatto che Roger Ebert meritasse di più.
Quello che probabilmente è stato il critico cinematografico più noto ed influente d'America, e quindi per certi versi del mondo, almeno a partire dagli anni '80 (quando iniziò il suo programma televisivo At the movies con Gene Siskel) ha avuto una clamorosa ultima parte della sua vita, tra personale e professionale, che ne ha confermato la statura di "soldato" come lo definisce Werner Herzog. Questo fa il paio con la sua capacità negli anni di cambiare molto di quello che era il linguaggio critico statunitense (all'epoca da poco uscito dall'era dominata da Pauline Kael) e per certi versi, specie grazie alla diffusione dei suoi scritti permessa da internet, del linguaggio critico mondiale, effettivamente dando una forma non solo alla maniera in cui pensiamo ai film ma anche a quella in cui questi vengono ricordati (le sue frasi e i suoi giudizi sono menzionati quasi sempre nelle "schede" dei film).

Purtroppo il punto da cui parte Steve James per il suo documentario pare il peggiore di tutti, ovvero la lotta contro una malattia invadente e clamorosa che non ne ha fermato il lavoro. Molto del film è su come vivesse la quotidianità della malattia, poco sulla sua storia, sul suo pensiero e su cosa l'abbia reso il più autorevole. Sbrigando rapidamente la parte storica, dalla vittoria del Pulitzer (primo critico in assoluto a vincerlo) fino alle lotte con Siskel, l'amore per Cannes e il rapporto con i registi, il film sembra esistere per documentarne gli ultimi istanti di vita ma non ha nemmeno la decenza di "guardare" quel che riprende con una chiave, un'idea o una visione particolare.

Il cancro aveva devastato progressivamente Ebert, non poteva più parlare e comunicava con una voce sintetica, non si poteva muovere e girava in sedia a rotelle ma lo stesso non mancava un film e la sua penna sembrava migliore di sempre. Aveva scoperto internet per tempo anche grazie alle sempre più invadenti menomazioni, era attivo più online che sul giornale di riferimento (Chicago Sun Times) e scriveva con il piglio di un ragazzino anche se aveva 70 anni. Mise in piedi un blog, un sito e scoprì diversi critici non di professione (si era appassionato a come tra la gente comune, che fa altri lavori, ci fossero menti critiche stupefacenti). Eppure della sua visione di cinema non c'è traccia in questo documentario.

Steve James però decide di dare peso uguale se non minore alle testimonianze di registi che lo conoscevano come Scorsese e Herzog (ma possibile che non si potessero intervistare altri come Coppola, notoriamente legatissimi a Ebert?!?) che ai parenti o conoscenti estranei al cinema. Decide di mostrare i viaggi dall'ospedale a casa, invece che lasciare più spazio a qualcuno che ne conoscesse gli scritti o potesse commentarne l'attività. Dedica pochissimo spazio all'unica possibile chiave di lettura della sua vita che emergere nel film, quella per l'appunto del "soldato", della forza fisica come propellente per il lavoro, l'instancabile visionatore, viaggiatore e ubriacone, l'irreprensibile forza morale e occasionalmente (specie nell'ultimo periodo) la dolcezza di certi paragoni o allegorie per spiegare i film.
Delle molte frasi lapidarie usate dal critico (sia nel bene che nel male) non c'è ombra, solo qualche divertente polemica con Gene Siskel, presa dagli outtake della loro trasmissione, dona una pennellata d'arguzia al suo carattere che per il resto ci rimane come un uomo di cui tutti parlano bene ma che non si capisce perchè meritasse un documentario per sè o addirittura un Pulitzer.

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