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15.5.15

Mad Max: Fury Road (id., 2015)
di George Miller

FESTIVAL DI CANNES
FUORI CONCORSO

PUBBLICATO SU  
La violenza, la velocità, la furia e l'azione che nel cinema più commerciale sono sinonimo di vitalità e gioia di esistere, in Mad Max: Fury Road (che commerciale lo è al cubo) diventano invece strani parenti di un istinto di morte e una prossimità con l'annichilimento solari e positivi. La stessa esaltazione che nei migliori film d'azione contamina il delirio esplosivo e cinetico delle sequenze a perdifiato, George Miller la dilata lungo 2 ore, fino a diventare sinonimo di disperazione, desolazione e annullamento umano. L'azione non come scelta risolutiva o potenza carismatica, ma come condanna.
Contrariamente a quanto siamo abituati in questo sensazionale film che pare girato tutto d'un fiato in una ripresa e un giorno soli (tanto acchiappa lo spettatore come un cavo riavvolto ad alta velocità), la forza visiva e l'intensa azione sono usate non per affermare una gioia quanto per disperarsi della perdita. Si tratta forse del colpo più forte di tutta la carriera di George Miller (almeno dopo quell'esplosione creativa con cui l'ha aperta: Interceptor), un ribaltamento clamoroso di senso che lascia intatto il piacere di guardare 2 ore di corse, eventi ed emozioni ipercompresse ma le contamina di tutt'altro significato. Come il deserto che attraversano anche la desolazione del film è battuta da un sole e un'intensità che solitamente associamo alla vita.

Mad Max: Fury Road rispetta tutte le folli aspettative che aveva creato, è un film che racconta più o meno un unico lungo inseguimento, così compresso da fuoriuscire tutto insieme di colpo come gas da una bombola. Difatti è facile notare gli unici momenti di stasi, in cui la corsa si ferma per pochi minuti (il primo, dopo mezz'ora, ha fatto scattare l'applauso in sala, il secondo dopo altri 45 minuti è invece l'ultimo prima del finale). All'interno della fuga da Immortan Joe di Max il matto e dell'imperatrice Furiosa, casualmente compagni contro la loro volontà e di cui pochissimo sappiamo ma molto intuiamo, è narrata tutta una trama tanto elementare nell'intreccio (c'è un dittatore con un esercito da cui un gruppo di donne considerate sue mogli stanno fuggendo, a loro si aggiunge un prigioniero che cerca la libertà per se stesso), quanto potente in quello che implica nel suo continuo ricorrere a semplici simbologie proposte con il massimo dell'efficacia.

In questo film dalla tecnica sopraffina il cui scopo è principalmente allargare le pupille degli spettatori attraverso l'uso pittorico del colore (c'è un bellissimo effetto notte con impossibili lampi di colori caldi) e un semplice ma magistrale montaggio delle scene affiancato ad un inverosimile lavoro di montaggio interno (ovvero di movimento di persone e oggetti all'interno delle inquadrature), ci sono i migliori film d'avventura degli anni '80 (quello standard altissimo di tecnica e narrazione fluida impostato da Spielberg) uniti alle migliori tendenze dei blockbuster moderni. Furiosa e non Max è infatti il vero motore della storia, una donna e non un uomo, un personaggio quasi muto ma dal carattere granitico, volto carismatico che ispira in un mondo come sempre così dettagliato da sembrare preso dalla realtà (bellissimo come si intuisce che esiste un culto religioso legato alle macchine e alle cromature). A portare avanti la forza della storia è una donna senza un avambraccio, bella che non si interessa della propria bellezza (Charlize Theron ha fatto la scelta giusta accettando la parte e Miller ha capito bene che per fare la differenza in quell'universo ci voleva l'unica cosa che manca a tutti: l'eleganza e la compostezza dei suoi movimenti) che guida un gruppo di donne senza imitare gli uomini ma misurandosi sul loro terreno. Escluso Max (interpretato con il fragile ardore che da tempo riconosciamo a Tom Hardy) tutto il mondo maschile e le sue regole sono il nemico loro e del gruppo di arzille anziani a cui si uniranno. Saranno anche 30 anni che non fa film d'azione ma Miller ha capito perfettamente come è cambiato il pubblico e dove sta andando il genere.

Questo regista 70enne che dirige con la creatività, la freschezza e la voglia di dimostrare di un ragazzino, affianca contrasti banali come quello tra ragazze giovani, incinte e vestite di bianco (il massimo del puro) e uomini brutali, deformi e violenti (il massimo del marcio), pone nell'universo femminile a custode di ogni vita (latte, coltivazioni, piante e ovviamente bambini) per farne la pietra angolare di un universo di virtù cardinali in contrasto tra loro, come ci trovassimo in un Western degli anni '60. Trasforma i molti esseri umani del suo film in simboli e li fa competere o perire.
Con un'arroganza che riempie il cuore Miller non si piega ai dettami della censura moderna o delle regole imposte dai pavidi produttori e contamina il film di morte (mai mostrata troppo esplicitamente ma mai negata). Muoiono personaggi che altrove sarebbero stati intoccabili e al loro decesso non è dato nessun onore, vengono investiti caratteri a cui ci siamo affezionati ma il film sembra non aver nessun riguardo per loro, non gli dedica più di pochissimi secondi, il minimo indispensabile ad informare che non torneranno mai più. Quella che sembra trascuratezza ci appare come coerenza e soprattutto fiducia nel mondo messo in scena. L'universo disperato di Max, in cui la Terra è morta sia naturalmente che intimamente è così vivo perchè il valore della vita è azzerato non solo a parole ma con gli scenari, con il montaggio, con il racconto, con le scelte di trama e con lo sguardo. Miller come i suoi protagonisti simula la mancanza di rispetto per la vita e questo, nel delirio totale di un film pensato per eccitare la folla, fa tutta la differenza possibile, già a 10 minuti dall'uscita dalla sala.

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