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29.8.15

Qualcosa di buono (You're not you, 2015)
di George C. Wolfe

Se il cinema prettamente maschile esalta il corpo e anche quando lo colpisce o lo sottopone ad incredibili massacri è solo per esaltarlo ancora di più, lo affossa per ammirarlo mentre risale, il cinema prettamente femminile (quello che tutto ciò che ha da dire preferisce comunicarlo assecondando tempi modi e punti di vista delle protagoniste) sceglie invece quasi sempre un rapporto di struggimento con il corpo, uno di umiliazioni e sua denigrazione finalizzato all'esaltazione dello spirito e della mente. Non fa eccezione Qualcosa di buono, film che rientra nella più ampia categoria del cinema del dolore e della malattia, quello che sfrutta la spirale degenerativa della malattia per ingrandire i sentimenti e potercisi accostare con maggiore facilità, affiancandosi così anche allo spettro della morte.

Hilary Swank è una specialista in questo, già pugile potente e poi inferma di Million Dollar Baby e ragazza che rifiuta il suo corpo femminile assumendo un'identità maschile in Boys Don't Cry. Qui è una pianista classica dalla vita opulenta, sicura e perfetta a cui viene diagnosticata la SLA e che di conseguenza comincia a perdere sempre più l'uso della propria muscolatura. La degenerazione è davanti a lei e assieme al marito decide di prendere un aiutante che le stia accanto tutto il giorno. La trova in Bec, ragazza scapestrata e disastrata, completamente diversa da lei, apparentemente inaffidabile ma effettivamente vitale, l'unica a non vederla come una malata ma ancora come una persona.

L'evoluzione del loro rapporto è già nella testa di qualunque spettatore, un percorso ampiamente noto che viene attraversato senza nessuna vitalità, poichè sembra che a questo film interessi unicamente esaltare i rapporti tra donne (gli unici in grado di soddisfarle), senza avere però la capacità di comunicarne la peculiarietà. Mentre il corpo di Kate progressivamente viene a mancare, pezzo per pezzo, muscolo per muscolo, quello di Bec ha rapporti promiscui e disimpegnati, ma insieme le due donne scoprono dimensioni di sè che non conoscevano. Nuovamente i loro corpi passano in secondo piano, vengono sviliti per esaltare la complessità della loro interiorità, donne che possono assumere più identità, essere più di quel che gli uomini (mariti, ragazzi, padri) pensano possano essere. nche il titolo originale (You're not you) gioca con quest'idea del non essere più se stessi per la malattia ma anche non doversi rassegnare a vedersi come si è abituati a fare.
Eppure tutto è portato avanti con una passione per la dolcezza che conduce ben presto allo sfinimento. L'esagerata zuccherosità delle interazioni, dei sorrisini e delle dichiarazioni di affetto sfiancherebbe anche lo spettatore più appassionato.

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