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20.10.15

The Walk 3D (id., 2015)
di Robert Zemeckis

SELEZIONE UFFICIALE
FESTA DEL CINEMA DI ROMA
La storia di Philipe Petit è già stata raccontata, benissimo e con successo, da James Marsh nel documentario Man on Wire. Il bisogno di tramandare come nel 1974 si sia arrivati a quell'impresa estrema e poetica di tirare un cavo tra le torri gemelle e camminare sospesi, è stato già ampiamente assolto quando arriva The walk 3D, quindi ciò di cui quella storia necessita non è del racconto ma dell'epica. E Zemeckis è l'uomo giusto. Lui e il suo cinema degli ultimi 15 anni, fatto di ambienti irreali, di digitale spinto ai massimi livelli e di una totale confusione tra ciò che esiste e ciò che non esiste, tra set pratici e virtuali. Dopo tantissima sperimentazione con l'animazione quello che una volta era l'autore di Ritorno al futuro è da qualche anno tornato al cinema dal vero più forte e con idee ancora più radicali.

In The Walk 3D a meravigliare non è solo la possibilità di abusare di digitale al momento di creare la famosa camminata tra le torri gemelle, ma tutta l'intuizione di creare un film che usi il montaggio come l'animazione, che non si ponga limiti nel farsi racconto di finzione. Fin dall'inizio il protagonista parla al pubblico dalla cima della statua della libertà (dietro di lui lo skyline di New York), narrando un film che opera passaggi invisibili da una foto di giornale alla realtà che fonde il primo e il dopo senza far sentire gli stacchi, che si arrischia in riprese impossibili a salire e scendere, da sopra a sotto il cavo, con un 3D che lavora di profondità per aumentare la tensione e rivedere la concezione che solitamente abbiamo dell'ambiente.

Zemeckis utilizza strumenti da una cassetta degli attrezzi diversa rispetto agli altri al servizio di una sceneggiatura classica, non diversa da quelle che scriveva 20 anni fa. Una così perfettamente cinematografica da capire che se Petit è il protagonista indiscusso, non può però essere anche l'eroe (almeno in un film), troppo bravo, audace, perfetto e capace. Troppo folle e lontano. Può essere ammirato ma non stimolare identificazione e allora modella un altro personaggio come l'eroe, una seconda linea che aiuta Petit e che è la porta d'ingresso del pubblico, uno che non parla inglese, ha le vertigini ma lo stesso non mollerà mai il suo amico (come fanno altri), ammaliato dall'impresa. In pochi lo notano ma è lui che scardina la storia per noi e la rende umana. Lui e gli straordinari poliziotti, tutti comprimari nella storia del funambolo eppure le uniche persone normali, capaci di mostrare un fantastico stupore e un'autentica paura che sono le medesime che il film si sforza di stimolare nel pubblico a forza di 3D e profondità.

Ma è tecnicamente che Zemeckis compi il miracolo. Tenendo sempre fermo il suo obiettivo (rendere ciò che Man on Wire non poteva rendere, l'ebrezza e la follia di quei momenti sospesi tra le due torri), concepisce un set là dove non c'è niente, realizza di fatto una lunghissima sequenza animata anche se ci sono attori veri in mezzo. Non si tratta solo del fotorealismo cui la tecnologia è giunta (difficile dire che quelle torri non sono vere e che non c'è il vuoto sotto Joseph Gordon-Levitt) ma proprio del cominciare ad usare questa tecnologia per ripensare la messa in scena, ampliare la concezione di spazio scenico e quindi a cascata ripensare il montaggio interno (questo film fa uno uso degli sfondi fantastico), i movimenti di macchina, l'illuminazione, il colore e poi anche solo i primi piani.
Pur trovandoci di fronte ad un film che ha le massime ambizioni commerciali ed è scritto per acchiappare di forza il pubblico e intrattenerlo in tutti i modi possibili, passando dalla tensione all'umorismo, fino ad un briciolo di commozione (e pochi lo fanno come Zemeckis), è anche evidente che The Walk 3D è un vero film sperimentale, uno che ha la candida ambizione di iniziare a ripensare le regole base del cinema a partire da nuove possibilità.

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